Cinque importanti quadri del cubismo orfico

Posted by scrip
27/02/2014
orfismo

Quando si studia storia dell’arte alle superiori e si arriva alle correnti del Novecento, il cubismo viene in genere studiato da un lato come una stagione che si divide semplicemente in due fasi (cubismo analitico e cubismo sintetico), dall’altro come una sorta di compartimento stagno all’interno del quale la ricerca dei vari pittori proseguiva sostanzialmente in maniera autonoma rispetto alle altre avanguardie che si affacciavano nello stesso periodo sulla scena artistica europea. Emerge, insomma, un certo schematismo, utile sicuramente per semplificare lo studio degli studenti ma che non rende sempre giustizia di un periodo invece in cui gli elementi e le caratteristiche erano più fluide e in divenire. Probabilmente anche a causa di questo, e dei tempi ristretti in cui ci si trova a lavorare, viene spesso trascurato il cosiddetto cubismo orfico o orfismo, una corrente che pure ha avuto un ruolo fondamentale nel legare tra loro diverse istanze e portare il cubismo stesso a confrontarsi e dialogare con le nuove tendenze artistiche, in primis l’astrattismo. Coniato da Guillaume Apollinaire, il termine stava ad indicare secondo il poeta il carattere giocoso e libero di questo tipo di cubismo, contrapposto a quello più irrigimentato e fedele ai dettami teorici di Braque e del primo Picasso; un cubismo in cui il colore la faceva da padrone e ciò che veniva rappresentato sulla tela era sempre meno legato a un dato naturale o sensoriale ma virava, in certi casi in maniera netta, verso l’astratto. Se forse Apollinaire – che proprio per la figura mitica di Orfeo aveva un “debole”, in senso poetico ed artistico – voleva riferirsi genericamente agli artisti raggruppati attorno alla rivista Section d’Or, in realtà il termine è stato ripreso dai critici soprattutto per identificare alcuni pochi ma interessanti artisti che, soprattutto nell’arco di tre o quattro anni al massimo, seppero creare un ponte tra il cubismo analitico, il nascente futurismo e l’astrattismo, esaltando la scomposizione dello spazio ma anche il dinamismo, la separazione dal dato reale me anche l’esaltazione del colore e della luce. E allora ripercorriamo insieme la brevissima stagione del cubismo orfico tramite cinque opere fondamentali.

 

Robert Delaunay – Campo di Marte: la torre rossa

1911: il colore fa breccia

Padre e principale esponente dell’orfismo fu indubbiamente Robert Delaunay, artista responsabile anche di aver, con una sua mostra, ispirato il nome della corrente ad Apollinaire. Personaggio oggi in gran parte dimenticato, agì e s’impose sulla scena parigina – città dov’era nato e dove si era formato – negli anni Dieci, lasciandosi influenzare da tutte le diverse istanze che in quel tempo trovavano asilo nella capitale francese. Classe 1885, aveva iniziato giovanissimo a dipingere alla maniera dei fauves, ma poi a partire dal 1908 si era avvicinato al cubismo e al suo primo rigore formale, un rigore però presto abbandonato man mano che il soggetto principale dei suoi quadri di quel periodo – la torre Eiffel – trovava sulla sua tela sempre più vigore e colore. Il quadro con cui apriamo la cinquina è infatti Campo di Marte: la torre rossa, un dipinto datato 1911 che forse è il primo che si può far rientrare nella nuova corrente: Delaunay ne aveva dipinto uno quasi identico l’anno prima, intitolandolo La torre Eiffel, ma qui il soggetto appare, almeno al centro, più colorato e vitale, con la torre che abbandona le tonalità grigie e marroni che aveva avuto nel lavoro precedente e prende invece un accento rossastro, mentre dal cielo si aprono squarci d’azzurro e di verde, oltre che di luce bianca. È proprio, anzi, come se il colore facesse breccia nella composizione, illuminando prima la torre ma minacciando poi di spostarsi anche sulle case attorno, che per ora rimangono grigie ma non si riesce a capire ancora per quanto. Delaunay realizzerà ancora almeno fino alla fine degli anni Venti moltissimi quadri dedicati alla torre simbolo di Parigi – che con la sua verticalità e i materiali di cui era composta rappresentava anche un simbolo di progresso quasi futurista – a volte rappresentandola in maniera più lineare e fedele alla realtà, altre volte rendendola quasi irriconoscibile. Questo quadro è oggi conservato all’Art Institute di Chicago.

 

František Kupka – La cattedrale

1912-1913: la trascendenza dell’arte

L’altro capostipite del movimento orfista fu il ceco František Kupka, nato in Boemia, formatosi a Praga e Vienna, fino a trasferirsi a Parigi nel 1894, appena ventitreenne. Tipo sicuramente eccentrico, per una buona parte della sua vita si guadagnò da vivere non solo con l’arte ma anche praticando lo spiritismo e prestando i suoi servigi come medium, sia a Vienna che poi a Parigi; inoltre si appassionò e studiò a lungo le filosofie orientali e fece parte di varie sette teosofiche. Dal punto di vista artistico, questa vena meditativa e spiritualista trovò sfogo in una ricerca che lo condusse, tra i primissimi in Europa, all’astrattismo, attraverso cui cercava di rappresentare le vette insormontabili dell’esperienza interiore. La cattedrale, il quadro che abbiamo scelto e che ci sembra il più rappresentativo della sua produzione cubista, è tutto questo e anche di più: la figura della quasi irriconoscibile cattedrale è spezzettata e frammentata come si conveniva ad un quadro cubista, ma due sono le cose che si notano e che risaltano al di là dei dettami della corrente, cioè da un lato il lavoro sulle infinite varietà di colore che si intrecciano tra loro secondo schemi geometrici e dall’altro la verticalità che promana da quelle che sembrano essere due torri, forse addirittura quelle di Notre Dame a Parigi. Certo, manca qui l’aspetto gioioso che tanto aveva colpito Apollinaire, visto che il quadro appare tutto sommato cupo, ma rimane da un lato un’idea di luce data dalla rassomiglianza tra l’immagine e le vetrate delle chiese gotiche, dall’altro un’impressione quasi musicale dello spazio, in cui i segmenti delle torri richiamano le canne di un organo e le scale cromatiche quelle musicali. Negli anni successivi della sua carriera Kupka si orientò con maggior decisione verso l’arte astratta. Morirà, nei dintorni di Parigi, nel 1957, mentre il quadro oggi è conservato al Museo Kampa di Praga.

 

August Macke – Paesaggio con mucche e cammelli

1914: la versione tedesca

La storia di August Macke è una storia emblematica, che ricorda quella di molti, purtroppo troppi, artisti della sua generazione. Tedesco, classe 1887, era un giovane dotato e particolarmente assetato di teorie e avanguardie che assorbiva e mescolava in quadri che almeno fino a un certo punto della sua vita risentirono di svariate esperienze. Visse essenzialmente in Germania, tra Bonn e Berlino, ma compì spesso viaggi in giro per l’Europa che lasciavano ogni volta un’influenza sulla sua pittura: a Parigi nel 1907 si innamorò dell’impressionismo; a Berlino si avvicinò all’espressionismo prima e al movimento Der Blaue Reiter poi; l’incontro con Kandinsky lo fece convertire per un breve periodo all’astrattismo, mentre un nuovo viaggio a Parigi nel 1912 gli fece conoscere Delaunay e aderire al cubismo orfico, riprendendo e rivedendo la sua idea di simultaneità, mediata con elementi futuristi. Morto nei primissimi mesi di scontri della Prima guerra mondiale, appena ventisettenne, fece comunque in tempo ad effettuare un viaggio in nord Africa con Paul Klee che ispirò anche il quadro che presentiamo qui, Paesaggio con mucche e cammelli, oggi conservato alla Kunsthaus di Zurigo. Effettuato nel 1914, subito dopo il ritorno dall’Africa e modellato su quanto visto al mercato di Algeri, il dipinto segna già la crisi del movimento orfista, con un paesaggio quasi naturalistico che non è più spezzettato e visto da diversi punti di vista com’era nel cubismo tradizionale, anche se le forme geometriche emergono prepotenti comunque nella disposizione delle figure e dei colori, con una tela che è in realtà tutto un incrociarsi e intersecarsi di triangoli. Domina il colore, a tinte forti e probabilmente ben più vive del modello originale, in un omaggio a quell’allegria che Apollinaire aveva esaltato ma che sarebbe morta di lì a poco – assieme a Macke e allo stesso poeta francese – nelle trincee della Grande Guerra.

 

Sonia Terk Delaunay – La prosa della transiberiana e della piccola Jeanne de France

1913: l’invenzione del libro-opera d’arte

Che il movimento orfico sia stato legato a doppio filo al percorso intrapreso da Robert Delaunay è dimostrato anche dalle nostre scelte, perché proprio con Delaunay abbiamo deciso di aprire e, come vedremo tra poco, di chiudere in maniera quasi circolare, ma anche perché un certo spazio abbiamo voluto riservare pure a sua moglie, Sonia Terk, con un’opera che in realtà è pittorica solo fino a un certo punto ma non per questo meno rilevante. Nata in Ucraina nel 1885, studiò prima a San Pietroburgo e poi in Germania, stabilendosi a Parigi solo nel 1906 e venendo subito catturata dai vari stili pittorici che lì trovavano espressione; conosciuto Delaunay, lo sposò nel 1910 e insieme a lui compì il tragitto verso l’orfismo, facendosi affascinare forse più di lui dai colori vivi, tanto da aderire presto in maniera più chiara e senza mezzi termini all’astrattismo. A differenza del marito, che rimase per tutta la vita un pittore anche quando il suo stile sembrò ai più sorpassato, Sonia cercò fin dagli anni Dieci nuove strade, aprendosi in particolare prima all’arazzo e al tessuto in sé e per sé, poi propriamente alla moda, per la quale creò degli abiti “simultanei” che cercavano di riportare sulle vesti i principi dell’orfismo. L’opera che abbiamo scelto è importante però anche per un altro motivo: nel 1913 il poeta svizzero Blaise Cendrars, di un paio d’anni più giovane dei coniugi Delaunay e molto noto nell’ambiente delle avanguardie parigine, scrisse un poemetto intitolato La prosa della transiberiana e della piccola Jeanne de France e chiese a Sonia di illustrarlo: ne venne fuori un libriccino che è oggi considerato «uno dei più bei libri mai creati», secondo la valutazione della Yale University Press, un volume in cui si fondevano poesia modernista – che immaginava un viaggio nella Russia della rivoluzione del 1905 – e arte già sostanzialmente astratta, con il colore della Delaunay che non si accontentava di stare nelle pagine a lei riservate ma invadeva anche i versi di Cendrars, in tonalità che facevano da contrappunto alla poesia.

 

Robert Delaunay – Finestre simultanee sulla città

1912: l’armonia musicale del colore

Concludiamo, come anticipato, ritornando a Robert Delaunay, che fu sicuramente l’artista che più di tutti segnò la breve stagione del cubismo orfico. Rispetto al quadro col quale abbiamo aperto il nostro percorso è passato solo un anno, dal 1911 al 1912, ma la pittura dell’artista francese nel frattempo si è evoluta a una velocità impressionante. Se La torre rossa era infatti un quadro ancora pienamente cubista in cui, semplicemente, c’era una maggior libertà nella scelta dei toni, qui il cubismo tradizionale è già quasi un ricordo e il dipinto sembra appartenere a un futurismo già virato verso l’arte astratta. Il tema della simultaneità, infatti, era caro a varie avanguardie del periodo, però proprio il futurismo l’aveva portato alle sue estreme conseguenze e non si può non notare anche qui una certa influenza ad esempio dei quadri dei primi anni Dieci di Umberto Boccioni, un altro dei grandi artisti di quell’epoca morto nella Prima guerra mondiale che proprio nel 1911 e nel 1912 aveva passato qualche tempo a Parigi conoscendo Picasso e diffondendo gli ideali estetici del nuovo movimento. Inoltre pesante è l’influenza anche di Michel-Eugène Chevreul, uno scienziato che proprio in quegli anni aveva teorizzato il contrasto simultaneo tra vari colori per esplorare i diversi modi in cui percepiamo. Fu proprio questo quadro in particolare – appartenente a una serie di variazioni molto simili l’una all’altra – ad aver portato Apollinaire, pare, a coniare il celebre nome del movimento, sia perché come detto Orfeo era il simbolo mitico della gioia e della rottura degli schemi, sia perché era un suonatore e l’equilibrio dei colori scelti da Delaunay, come già ne La cattedrale di Kupka, richiama un’armonia quasi musicale. Il quadro è oggi conservato al Guggenheim Museum di New York.

 

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Ermanno “scrip” Ferretti ha 34 anni, vive tra Roma e Vienna (nel senso che abita più o meno a metà strada tra le due) e di mestiere fa l’insegnante. Ha una moglie e tre figli. Ama il primo Nanni Moretti, il primo De Gregori, i primi R.E.M., i primi Belle and Sebastian, i primi Baustelle e il primo Nick Hornby. Pensa che i geni, quindi, dovrebbero morire a 40 anni. Ovviamente non si considera un genio. (da "Per chi suona la campanella", Fazi Editore)
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Autore di Per chi suona la campanella (Fazi, 2011) e curatore del sito Cinquecosebelle.it, prof di storia e filosofia, padre di tre pupi.