Adolf Eichmann: storia e processo della banalità del male

Adolf Eichmann sul banco degli imputati a Gerusalemme, in un processo che non mancò di stimolare varie riflessioni e frasi memorabili ad Hannah Arendt

Adolf Eichmann rappresenta uno dei tanti misteri della Seconda guerra mondiale. Non tanto per i fatti, per le vicende di cui fu protagonista o per le sue responsabilità: quelle sono tutte cose più o meno accertate. Ma la personalità di questo uomo, come di molti degli esecutori delle volontà di Hitler, rimane per certi versi ancora un enigma.

Protagonista di un celebre processo e del libro La banalità del male, Eichmann fu infatti un gerarca del regime nazista. Riuscito a sfuggire alla cattura alla fine della guerra, si rifugiò sotto falso nome in Argentina, prima che i servizi segreti israeliani non lo trovassero. Ecco la sua storia.

 

1. Chi era Adolf Eichmann

Otto Adolf Eichmann nacque il 19 marzo 1906 a Solingen, nel nord della Germania. Della sua infanzia non si sa molto. Di sicuro non fu mai, durante tutta la sua giovinezza, un grande studente, né eccelse nell’interesse verso la politica.

Rimasto orfano di madre attorno agli 8 anni, si trasferì con il padre in Austria poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. I due erano a Linz quando il conflitto si accese e il padre di Adolf – anch’egli battezzato con lo stesso nome – servì nell’esercito austro-ungarico.

Dopo il 1918 la famiglia restò a Linz e il padre riuscì anche ad arricchirsi con il suo lavoro di imprenditore. L’azienda paterna si occupava, in particolare, di estrazione mineraria e lo stesso Adolf cominciò a lavorarvi dopo aver abbandonato sia la scuola superiore, sia un corso per meccanici.

Il lavoro però non lo soddisfaceva e così nel 1925, appena diciannovenne, trovò un nuovo impiego come agente commerciale in un’azienda austriaca. Lì rimase due anni, prima di cambiare lavoro nuovamente e passare alle dipendenze di un’azienda petrolifera che era una sussidiaria dell’americana Standard Oil.

Nel Partito Nazista

Nel 1933, finalmente, si stabilì in Germania. Quasi per caso un giorno si imbatté in un amico di famiglia, tale Ernst Kaltenbrunner, un austriaco che Eichmann aveva conosciuto a Linz ma che nel frattempo aveva fatto rapidamente carriera nelle SS tedesche.

Kaltenbrunner suggerì al giovane ragazzo di arruolarsi nel corpo paramilitare del Partito Nazista e Eichmann, ancora privo di idee per la sua vita, acconsentì. Alle dirette dipendenze di Kaltenbrunner avrebbe potuto sperare di fare carriera, visto anche che proprio nel 1933 il partito di Hitler saliva al potere.

Il giovane non era particolarmente intelligente – i suoi risultati scolastici e lavorativi parlavano per lui –, ma aveva ambizione. E soprattutto aveva un debole per le organizzazioni, o comunque per tutti quei corpi in cui riusciva a sentirsi parte di qualcosa. Fu probabilmente anche per questo motivo che cominciò ad interessarsi sempre di più della questione ebraica.

Come ebbero a raccontare diversi testimoni, probabilmente sperava di far carriera come esperto di ebrei, visto che il partito ne era ossessionato. Dopo aver letto Lo Stato ebraico, testo-base del sionismo, nel 1937 si recò addirittura in Palestina – allora protettorato britannico – per ricavare informazioni.

La Seconda guerra mondiale

Fu solo durante la Seconda guerra mondiale, però, che Eichmann riuscì a realizzare il suo piano ambizioso. Con l’annessione dell’Austria riuscì, già nel 1938, a darsi un tono, trasferendosi a Vienna ed organizzando dalla capitale asburgica l’espulsione in massa degli ebrei dal paese.

In questo modo ottenne i gradi di ufficiale e, una volta rientrato in Germania, si mise alle dipendenze di Reinhard Heydrich, di cui divenne il braccio destro. Fu quindi mandato a Praga per organizzare anche da lì l’evacuazione degli ebrei, ma soprattutto partecipò, nel 1942, alla Conferenza di Wannsee.

In quell’occasione i gerarchi decisero di attuare la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei d’Europa. A Heydrich e, di rimando, ad Eichmann venne affidato l’incarico di organizzare la deportazione verso i campi di sterminio. Eichmann si occupò in particolare di organizzare i treni che dai vari ghetti trasportavano gli ebrei verso la morte.

In questo modo il giovane ufficiale nazista fu uno dei principali responsabili dello sterminio. Pur essendo la sua un’attività puramente organizzativa, non mancò di visitare alcuni campi ed era perfettamente al corrente del destino a cui andavano incontro gli ebrei.

   

 

2. Come scappò in Argentina

Alla fine della guerra il sistema nazista crollò di schianto. Molti gerarchi – in primis Hitler – preferirono il suicidio all’arresto; altri vennero fermati dagli Alleati e sottoposti a processo, spesso venendo accusati di crimini contro l’umanità.

Alcuni, però, riuscirono a darsi alla macchia e scappare e tra questi vi fu anche Adolf Eichmann. Il tedesco riuscì infatti a nascondersi per qualche tempo tra la Germania, l’Austria e il nord Italia e alla fine, tra il 1948 e il 1950, a scappare verso l’Argentina grazie a una serie di documenti falsi.

Come è stato dimostrato da alcune carte rinvenute nel 20071, Eichmann poté infatti disporre un falso passaporto italiano, rilasciato dalla Croce Rosse di Ginevra grazie alla testimonianza di un padre francescano e del vicario di Bressanone, Alois Pompanin, responsabile anche della fuga di Erich Priebke.

Partito dal porto di Genova, Eichmann arrivò in Argentina nel 1950, stabilendosi a Buenos Aires con la famiglia. Sui documenti risultava con il nome di Riccardo Klement, un nativo di Bolzano che aveva optato, durante la guerra, per la nazionalità tedesca ed era ora rimasto apolide.

   

 

3. Come fu catturato

La permanenza in Sud America di Eichmann, però, non passò inosservata. Il vecchio membro delle SS non manifestò, anzi, particolare acume durante la sua permanenza in Argentina, come in un certo senso non ne aveva dimostrata da giovane, quando viveva tra l’Austria e la Germania.

Suo figlio, ad esempio, andava in giro per la città a raccontare tranquillamente qual era il suo vero nome. L’aveva comunicato infatti a una ragazza tedesca del luogo di cui pareva essersi innamorato, facendo anche allusioni al “mancato genocidio” degli ebrei.

La ragazza, però, non era figlia di altri gerarchi in fuga, ma di un ebreo sfuggito all’Olocausto, Lothar Hermann2. Così quando Klaus, il figlio di Eichmann, aveva raccontato anche della sua permanenza a Praga per «esportare i valori tedeschi», una lampadina si era accesa nella testa della famiglia Hermann.

Il padre della ragazza, a quel punto, decise infatti di scrivere in Europa, visto che non si fidava più di tanto delle autorità argentina. Spedì una missiva, infatti, al procuratore tedesco Fritz Bauer, che in quegli anni stava dando la caccia ai criminali nazisti.

L’intervento del Mossad

Bauer decise di passare l’informazione direttamente al Mossad, il servizio segreto israeliano. La presenza di Eichmann a Buenos Aires venne infatti presto confermata, ma nell’affare c’erano delle complicazioni. L’Argentina, infatti, non aveva nel suo sistema giuridico l’estradizione.

Denunciare la presenza del criminale nazista nel paese, insomma, non avrebbe permesso né ad Israele né alla Germania di processarlo. L’unica soluzione che il Mossad riuscì a immaginare era quella di rapire l’uomo direttamente a Buenos Aires e trasportarlo illegalmente in Israele per poterlo processare.

Il piano scattò l’11 maggio 1960. Gli uomini del Mossad avevano osservato la routine di Eichmann per alcuni giorni e lo attesero, a sera, sul tratto di strada che l’uomo percorreva a piedi per andare dalla fermata dell’autobus fino a casa.

Nonostante alcuni ritardi nell’esecuzione del piano, lo rapirono e lo trasportarono in una casa sicura, sempre nella capitale argentina, per verificarne l’identità. Qualche giorno dopo riuscirono poi a caricarlo su un aereo che giunse fino in Israele, nonostante le autorità argentine non si fossero accorte di nulla.

   

 

4. Il processo e la condanna

Dopo qualche mese di detenzione e di interrogatori serrati, il processo ad Adolf Eichmann cominciò l’11 aprile 1961. Le accuse erano molte, tra cui figuravano anche i crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini contro il popolo ebraico e appartenenza ad un’organizzazione criminale.

Non si riuscì a trovare, in tutta Israele, alcun avvocato disposto a difendere l’imputato. Per questo si dovette modificare la legge del paese, ammettendo nella corte un avvocato straniero: la difesa fu infatti assunta da Robert Servatius, un giurista tedesco che aveva già lavorato durante il Processo di Norimberga.

Il pubblico ministero fu invece Gideon Hausner, mentre i giudici scelti per presiedere il dibattimento furono tre, tra i quali il più esperto e autorevole era il giudice Moshe Landau, che più tardi sarebbe diventato anche presidente della Corte Suprema israeliana.

Il processo durò 56 giorni e coinvolse 112 testimoni, anche se solo una piccola parte di essi aveva incontrato direttamente Eichmann durante la guerra. Lo scopo di Hausner, infatti, era quello di imbastire un processo contro tutti i crimini nazisti e, addirittura, contro tutto l’antisemitismo europeo.

La strategia difensiva

L’avvocato della difesa, Servatius, puntò proprio a demolire questo impianto accusatorio così ampio. In primo luogo, cercò costantemente di riportare l’attenzione sulle cose effettivamente fatte da Eichmann, tralasciando il resto.

Inoltre, usò la classica strategia di difesa in processi di questo tipo: fece spesso leva, infatti, sul fatto che Eichmann era un mero esecutore di ordini che venivano decisi da altri. I veri responsabili – ripeteva incessantemente anche l’ex nazista – erano Hitler, Himmler e Heydrich, non lui. Lui organizzava solo dei treni.

Ad ogni modo, la strategia resse solo fino ad un certo punto. Si riuscì a dimostrare, infatti, che Eichmann aveva visitato alcuni campi di concentramento e aveva supervisionato alcune esecuzioni di massa: conosceva bene, quindi, il destino degli ebrei.

Gli furono attribuite anche frasi antisemite, come la celebre: «Salterò nella mia fossa ridendo perché la sensazione di avere cinque milioni di esseri umani sulla mia coscienza è per me una fonte di straordinaria soddisfazione».

Inizialmente giustificò quella frase dicendo che si riferiva ai nemici del Reich, e quindi non solo agli ebrei ma anche ai russi. Sul finire del processo, però, incalzato dai giudici, ammise che al tempo si riferiva agli ebrei, che riteneva i suoi più grandi nemici.

La condanna, gli appelli e l’esecuzione

Tra il 12 e il 15 dicembre del 1961 venne data lettura delle sentenza che riconosceva Eichmann colpevole di molte delle accuse (anche se per alcuni capi di imputazione venne assolto). I giudici ritennero che non avesse solo eseguito degli ordini, ma che avesse volontariamente scelto di partecipare al genocidio, divenendone un elemento chiave.

A quel punto Eichmann e il suo avvocato si appellarono alla Corte Suprema, contestando la giurisdizione israeliana. Infine chiesero un’estradizione in Germania Ovest e la grazia al Presidente della Repubblica, Yitzhak Ben-Zvi. Su consiglio del governo, Ben-Zvi non accolse però la richiesta.

Eichmann fu quindi giustiziato per impiccagione nella notte tra il 31 maggio e il 1° giugno 1962. Subito dopo l’esecuzione il suo corpo fu cremato e le sue ceneri furono sparse in mare, fuori dalle acque territoriali israeliane.

Le sue ultime parole furono: «Lunga vita alla Germania. Lunga vita all’Argentina. Lunga vita all’Austria. Questi sono i tre paesi ai quali sono stato più legato e che non dimenticherò. Saluto mia moglie, la mia famiglia e i miei amici. Sono pronto. Ci rivedremo presto, secondo il destino di tutti gli uomini. Muoio credendo in Dio».

 

5. Il resoconto di Hannah Arendt

Molti intellettuali e giornalisti seguirono il processo ad Eichmann, che fu addirittura trasmesso in televisione. Tra le tante, però, la testimonianza sicuramente più incisiva fu quella della filosofa tedesca (ed ebra) Hannah Arendt, che era scampata all’Olocausto rifugiandosi prima in Francia e poi negli Stati Uniti.

La Arendt seguì il processo per conto del New Yorker e raccolse poi le sue riflessioni nel libro La banalità del male, che ebbe grande successo in tutto il mondo. Il ritratto che fece di Eichmann, seppure parziale, è ancora oggi molto incisivo.

Secondo la Arendt, Eichmann non era il nazista che tutti si aspettavano. Non era un uomo infervorato dalla propaganda, né un genio del crimine. Era, piuttosto, un uomo banale, che parlava per frasi fatte, che probabilmente non provava neppure un forte e profondo odio verso gli ebrei.

Era un uomo banale, un uomo che aveva bisogno di sentirsi parte di organizzazioni più grandi di lui perché non era in grado di decidere sostanzialmente nulla da solo. Proprio questa sua banalità, però, era stato il vettore tramite cui il nazismo aveva potuto operare ed era quindi il vero mezzo del male.

   

 

E voi, quale parte della storia di Adolf Eichmann e del suo processo preferite?

Note e approfondimenti

  • 1 Qui trovate la notizia dell’epoca.
  • 2 La storia della sua famiglia è riportata, in breve, anche qui.

 

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