Quand’eravamo ancora agli albori del nostro sito, un articolo che destò un certo interesse fu quello che dedicammo alle più famose sigle dei cartoni animati degli anni ’80. Articolo che ci aveva tra l’altro dato una certa difficoltà, perché scegliere solo cinque titoli era un’impresa ben ardua, e quindi le esclusioni anche eccellenti erano state molte. Per questo abbiamo pensato di doppiare quel post, creando una nuova cinquina con altre cinque indimenticabili sigle di quegli anni, che hanno accompagnato l’infanzia di molti di noi. Ecco le nostre scelte. Le vostre, scrivetele pure nei commenti.


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Daitarn 3

Il successo dei Micronauti e Vince Tempera

I primi anni ’80 erano un’epoca piuttosto amatoriale nell’importazione di anime giapponesi. Prova ne è il fatto, solo per portare un esempio, che il celebre cartone Daitarn 3 aveva come sigla una canzone intitolata Daitan III, col numero romano e senza la R, in un vistoso caso di errata trascrizione. Ma non è il titolo, e a volte neppure la fedeltà del testo alla trama dell’anime, a fare la fortuna della sigla di un cartone animato. È soprattutto la melodia e come essa si sposa col tono generale della serie.

Da Guccini a Ufo Robot Goldrake

Nel caso di Daitarn 3 la musica era firmata da Vince Tempera, storico collaboratore di Francesco Guccini e uno dei principali autori di sigle televisive degli anni ’70 e ’80. Al suo attivo aveva, non a caso, la musica di Ufo Robot Goldrake, forse il più grande successo di sempre nel settore. Le parole di Daitan III invece erano firmate da Luigi Albertelli (l’autore di Zingara) e l’esecuzione affidata ai Micronauti, gruppo creato proprio per le sigle TV. A formarlo, oltre allo stesso Tempera, erano i fratelli Balestra (nel brano la voce solista è infatti quella di Giancarlo).


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L’anime fu lanciato in Giappone tra il 1978 e il 1979, presentando la lotta tra il giovane Haran Banjo e gli invasori Meganoidi. Il creatore era Yoshiyuki Tomino, autore anche di Gundam. in Italia arrivò nel 1980, prima su Rete A e poi su Odeon TV, anche se varie riedizioni sono state trasmesse negli anni Duemila da La 7, Canal Jimmy e, recentemente, MTV, Cooltoon e Ka-Boom.

 

Candy Candy

Un terzo posto in classifica per i Rocking Horse

Rimaniamo sempre nel 1980 con Candy Candy, anime che proprio in quell’anno cominciò ad essere trasmesso in Italia su varie emittenti locali prima di approdare al grande successo con Canale 5 prima e Italia 1 poi. La serie era tratta da un romanzo giapponese di Kyoko Mizuki pubblicato nel 1975 e poi adattato in un manga di Yumiko Igarashi. Raccontava le disavventure della piccola orfanella Candy, che veniva di volta in volta adottata da perfide famiglie e oscuri benefattori, che s’innamorava di ragazzi che finivano per morire o perdere la memoria e che insomma subiva tutte le più tetre sfortune che la sorte (o una sadica autrice) poteva metterle sulla strada per arrivare, infine, all’agognata felicità.

Fu un grandissimo successo sia in Giappone – dove è nata un’annosa controversia legale tra l’autrice del romanzo e quella del manga per spartirsi i proventi dei diritti –, sia in Europa e in Italia. Nei primi anni di trasmissione nel nostro paese l’anime era accompagnato da una sigla scritta da Mike Fraiser e Bruno Tibaldi per la musica e da Lucio Machiarella per il testo. Ad eseguirla erano i Rocking Horse, un gruppo di cui facevano parte anche i fratelli Balestra già citati e che si era in precedenza reso noto col nome di Superobots, firma con la quale venivano eseguite le sigle dei cartoni appunto robotici.


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La canzone italiana fu un grande successo di vendite, tant’è vero che arrivò al terzo posto della classifica con 500mila copie vendute. La stessa band avrebbe poi eseguito, anni dopo, le sigle di Sampei, Mimi e le ragazze della pallavolo e Il dr. Slump e Arale. Per quanto riguarda Candy Candy, invece, nel 1989 Mediaset decise di reintitolare la serie Dolce Candy e di conseguenza di farne incidere una nuova sigla. Questa volta fu cantata da Cristina D’Avena e scritta da Carmelo Carucci e Alessandra Valeri Manera.

 

I Puffi

Cristina D’Avena si presenta al grande pubblico

La politica di Mediaset davanti ai cartoni animati è sempre stata complessa e a tratti addirittura incomprensibile. Negli anni abbiamo visto cambiamenti di linea, ritorni sui propri passi, censure poco coerenti e manovre contraddittorie. Questa ambiguità ha avuto il suo picco soprattutto negli anni ’80, quando le informazioni erano poche e per i telespettatori era ben difficile svolgere un’opera di supervisione dell’operato altrui.

Per quanto riguarda le sigle, una cosa che non si è riusciti a comprendere era il criterio con cui certe serie mantenevano per anni e a volte addirittura per decenni la medesima canzone d’apertura e certe altre invece la cambiassero di stagione in stagione. Certo, c’era da riempire la compilation di Fivelandia con pezzi sempre nuovi, ma c’è anche da dire che in molti casi una sigla orecchiabile e fissa forniva un valore aggiunto non indifferente al successo di un cartone animato.

Traduzioni dal Belgio e dall’America, ma anche produzioni nostrane

Per i Puffi, ad esempio, nel corso degli anni sono state create almeno dodici diverse canzoni. Alcune erano semplici traduzioni di brani belgi o americani, ma molte, soprattutto da un certo punto in poi, vere e autonome creazioni italiane. Ad aprire le danze (almeno sulle reti Mediaset, visto che qualche episodio era apparso già l’anno prima su emittenti locali) era stata, nel 1982, la Canzone dei Puffi, scritta da Alessandra Valeri Manera e Augusto Martelli a partire da un originale belga di Dan Lackman e Victor Szell.


Il brano è rimasto nella memoria collettiva perché era la sigla d’apertura dei primi episodi trasmessi a livello nazionale della serie prodotta da Hanna e Barbera. Segnava però anche il primo grande successo di Cristina D’Avena, al suo quarto singolo ad appena diciott’anni d’età. Anche questa canzone entrò infatti nella top ten italiana, arrivando fino al sesto posto e rimanendoci per otto settimane, vendendo in tutto più di mezzo milione di copie.

 

Carletto e i mostri

Che paura mi fa dei Mostriciattoli

Normalmente, la sigla che contraddistingueva un cartone animato era quella iniziale. Quella finale veniva anzi spesso tagliata e consisteva in una semplice ripresa del motivetto d’apertura. Nel caso di Carletto e i mostri, serie piuttosto seguita negli anni ’80, era vero invece il contrario, visto che ad una sigla iniziale non troppo accattivante – Carletto e i mostri – seguiva una canzone di chiusura che invece era dotata di maggior appeal. Si trattava di Che paura mi fa, che non a caso apriva anche il singolo che fu pubblicato dai Mostriciattoli nel 1983.

Il cartone fu tratto da un manga pubblicato in Giappone a metà anni ’60 e firmato da quel Fujiko Fujio autore anche di Doraemon. D’altronde, il personaggio del principe di Mostrilandia – e dei suoi aiutanti Conte Dracula, Frank e Uomo Lupo – è stato portato sul piccolo schermo una prima volta nel 1968 in una serie inedita in Italia. Poi tra il 1980 e il 1982, in 188 episodi, arrivò la seconda versione che invece è stata trasmessa prima su Italia 1 e Junior TV e poi, più recentemente, anche con episodi che erano rimasti a lungo inediti, su DeA Kids, Anime Gold e Man-ga.


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Per quanto riguarda la canzone, bisogna spiegare che, com’era normale in quel periodo, quello dei Mostriciattoli era un nome estemporaneo, uno di quelli che venivano usati magari solo per una volta a seconda della sigla che ci si trovavano a cantare o dell’etichetta con la quale la si sarebbe pubblicata. Non a caso, quel gruppo era composto da un gran numero di musicisti, e cioè Antonello Baranta, Fiammetta Tombolato, Roberta Petteruti, Patrizia Tapparelli, Mauro Goldsand ma anche Franco Migliacci, Ernesto Migliacci, Laura Migliacci e Aldo Macchiarella. E avrebbe firmato altre sigle col nome di Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata ed altre ancora – tra cui quella di Yattaman – con quello di Happy Gang.

 

C’era una volta Pollon

Pollon, Pollon combinaguai di Cristina D’Avena

Il periodo a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 era stato appannaggio, almeno sul versante delle sigle, di superband di artisti spesso provenienti dal progressive che preferivano usare degli pseudonimi quando componevano per la TV. Dal 1983 in poi, almeno sulle reti Mediaset, il compito di introdurre i cartoni animati con un’adeguata canzone venne però sempre più spesso affidato ad un’unica cantante ufficiale, Cristina D’Avena. Una ragazza che divenne personaggio-immagine e a volte anche attrice per le reti del biscione.

Dentro a Bim Bum Bam

Tra tutte le sigle cantante dalla bolognese negli anni giovanili, un posto di riguardo lo merita senz’altro Pollon, Pollon combinaguai, brano d’apertura dell’anime C’era una volta Pollon. Un cartone che ebbe uno straordinario successo in Italia e che è spesso ricordato ancora oggi, a trent’anni dalla prima trasmissione. Creato nel 1977 da Hideo Azuma, che avrebbe poi dato vita anche a Nanà Supergirl, il cartone animato approdò sulla TV giapponese nel 1982 e in Italia un paio d’anni più tardi. Da noi fu trasmesso infatti prima su Italia 1, all’interno di Bim Bum Bam, e poi in replica su Rete 4, Italia 7, Canale 5, Boing, Hiro e varie emittenti locali, con trasmissioni che proseguono ancora oggi.


La canzone era scritta per il testo dalla solita Alessandra Valeri Manera e musicata da Piero Cassano dei Matia Bazar (e coautore anche di vari brani di Eros Ramazzotti). E riusciva, con la sua giocosità, a cogliere bene lo spirito dell’anime, in cui la piccola Pollon, figlia unica del dio Apollo, si trovava a vivere varie peripezie sul monte Olimpo.

 

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