L’Apologia di Socrate: commento, riassunto e testo completo

La morte di Socrate di Jacques-Philippe-Joseph de Saint-Quentin

Quando si comincia ad affrontare lo studio della filosofia, uno dei primi testi in cui ci si imbatte è l’Apologia di Socrate scritta da Platone. Un libro piuttosto breve e semplice, che anche a scuola spesso si assegna agli studenti proprio perché permette di addentrarsi agilmente nel pensiero di Socrate.

Se ancora non l’avete letto e volete qualche notizia al riguardo, siete nel posto giusto. Nell’articolo qui sotto troverete infatti tutto quello che c’è da sapere su questo libro, che vi presenteremo legandolo anche al pensiero di Socrate.

Infine, in chiusura, troverete anche il testo completo da scaricare in diversi formati, in modo che possiate scegliere quello che vi fa più comodo e passare a scoprire il racconto dalla vivida voce di Platone. Iniziamo.

 

1. Di che libro stiamo parlando

Diamo prima di tutto una presentazione generale dell’opera. L’Apologia di Socrate venne composta da Platone all’incirca tra il 399 e il 388 a.C. ed è la prima opera del grande filosofo greco. Fu, anzi, l’opera che in un certo senso convinse Platone a darsi alla filosofia.

Quest’ultimo, infatti, era stato ad Atene allievo di Socrate, con lo scopo inizialmente di dedicarsi poi, una volta adulto, alla carriera politica. Gli eventi che capitarono però al suo maestro, ben descritti nell’Apologia e in alcuni dialoghi successivi, gli fecero presto cambiare idea.

La morte di Socrate di Jacques-Philippe-Joseph de Saint-Quentin
Il titolo, infatti, rende chiaro che nel testo vengono raccontati eventi drammatici: il libro non è altro che una raccolta dei discorsi che Socrate tenne per difendersi dalle accuse che gli venivano rivolte nel tribunale democratico ateniese.

Fu proprio Platone a mettere per iscritto queste arringhe, compiendo un’impresa importante sotto diversi punti di vista. Da un lato, infatti, il testo costituisce un interessante documento storico, utile per capire la vicenda che portò alla morte di Socrate; dall’altro, ci permette di conoscerne anche il pensiero.

Socrate, infatti, non scrisse mai nulla, convinto che si potesse filosofare solo oralmente. Platone – pur conservando l’impianto del dialogo o, come in questo caso, del monologo in cui il protagonista si rivolge a interlocutori fittizi – decise però di lasciare ai posteri il racconto di quanto avvenne allora.

 

2. Il riassunto dell’opera

Il testo si apre con la prima difesa di Socrate, in cui il filosofo risponde a Meleto, che probabilmente aveva appena pronunciato la sua arringa d’accusa. Subito il pensatore si rivolge alla giuria, sfoderando la propria ironia e presentandosi come un uomo poco avvezzo alle dinamiche dei tribunali.

Detto questo, spiega – rivolgendosi ad interlocutori immaginari – di non essersi mai interessato a cose di scienza e quindi di non aver mai potuto insegnare nulla di empio. Lui infatti non è un sofista, anche perché non si abbassa a farsi pagare per gli insegnamenti.

Passa quindi a citare il celebre episodio di Cherefonte, suo amico, che si era recato dall’oracolo di Delfi chiedendo se vi fosse qualcuno di più sapiente di Socrate. E la risposta dell’oracolo era stata che nessuno era più sapiente di Socrate.

Il sapiente è chi sa di non sapere

Questo dà all’ateniese l’occasione per spiegare il suo percorso filosofico, che l’aveva portato a chiedersi come fosse possibile quel responso dell’oracolo, visto che Socrate stesso si riteneva ben poco sapiente. E così il filosofo aveva interrogato politici, poeti, oratori ed altri sapienti, accorgendosi però che la sapienza di queste persone era superficiale.

Nei dialoghi, infatti, Socrate aveva posto frequenti domande che avevano messo in difficoltà i suoi rispettivi interlocutori, fino a farli crollare. Questo gli aveva attirato molte inimicizie, ma l’aveva portato anche a comprendere la vera natura della risposta dell’oracolo.

Socrate era davvero il più sapiente perché a differenza degli altri – che si credevano sapienti, pur non essendolo – sapeva di non sapere.

Le accuse

Il processo però verte su alcune accuse ben precise. Socrate è accusato di corrompere i giovani, di non riconoscere gli dei della città e di introdurne di nuovi.

Riguardo ai giovani, il filosofo sfrutta le stesse parole del suo accusatore Meleto, che sosteneva che le persone stanno solo con chi apporta loro dei beni e rifuggono da chi apporta dei mali. Pertanto, se Socrate è circondato da giovani dev’essere perché apporta loro dei beni.

Alcibiade e Socrate di François-André Vincent
Al massimo, potrebbe insegnar loro cose sbagliate senza volerlo (altrimenti si condannerebbe volontariamente alla solitudine), ma secondo le leggi ateniesi chi sbaglia senza saperlo non deve essere processato, ma casomai corretto.

Per quanto riguarda poi l’accusa di introdurre nuovi dei, Socrate spiega poi che se anche il suo dio fosse nuovo, non potrebbe non essere altro che il figlio di uno degli dei esistenti, e così non starebbe affatto rinnegando gli dei tradizionali, ma continuerebbe a credervi.

L’eventualità della morte

Socrate poi spiega di non aver paura della morte, perché bisogna temere solo ciò che è un male, mentre della morte non si sa cosa sia. Il male, in questo caso, sarebbe invece smettere di filosofare, visto che Socrate è chiamato a farlo dal Dio.

Come in battaglia il filosofo era rimasto fedele al suo posto, così deve rimanere fedele al suo compito ora, compito che è quello di ammonire gli ateniesi, costi quel che costi. Il suo dovere è quello di essere un tafano che punzecchia un cavallo nobile affinché non impigrisca.

Il bassorilievo Critone chiude gli occhi a Socrate di Antonio Canova
D’altronde, spiega anche di sentire dentro un daimon che gli impedisce di compiere il male, e già in passato è rimasto fedele ai suoi insegnamenti. Ad esempio, quando fece parte del consiglio fu il solo a votare contro al processo dei comandanti che non avevano raccolto i naufraghi dopo la battaglia delle Arginuse, perché reputava quel processo illegale.

Inoltre, si rifiutò di uccidere Leonte di Salamina quando ne ricevette l’ordine dal governo dei Trenta Tiranni, ben consapevole che quel suo rifiuto gli sarebbe costato la vita. Fu solo per il rovesciamento del regime che non venne poi ucciso in quell’occasione.

Il verdetto e la pena

Si arriva dunque alla conclusione del processo e al verdetto. Verdetto che però è sfavorevole a Socrate, anche se di poco: di 500 votanti, 220 si esprimono per l’assoluzione e 280 per la condanna. I suoi amici gli prospettano subito di darsi alla fuga, ma Socrate rifiuta, perché non bisogna commettere ingiustizia neppure quando la si riceve.

A quel punto, il filosofo – secondo la legge – ha la possibilità di avanzare una proposta di pena. Socrate, però, sorprende tutti affermando che dovrebbe essere mantenuto dalla città, per il bene che sta facendo ad Atene. D’altronde, le altre opzioni – carcere o esilio – non gli paiono praticabili, perché «una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta».

Al limite, Socrate propone di pagare una piccola multa di una mina d’argento, cosa che indispettisce ulteriormente la giuria. Infatti il verdetto dei 500 per quanto riguarda la pena è ancora più netto del precedente e prevede, alla fine, la condanna a morte dell’imputato.

Il commento di Socrate

Socrate ha un’ultima occasione per esprimere il suo punto di vista. Mostra in primo luogo l’assurdità di un verdetto del genere, che lo trasformerà in una sorta di martire e produrrà vari altri tafani che, seguendo il suo esempio, andranno in giro a punzecchiare gli ateniesi potenti.

Esamina poi la morte, che presenta o come un sonno piacevole, profondo e senza sogni, oppure come un viaggio verso l’Ade, dove potrà incontrare i grandi dell’antichità e coi quali potrà filosofare. D’altronde, «a colui che è buono non può accadere nulla di male». E la morte, dunque, non può essere male.

 

3. Il significato del testo

Come abbiamo detto, l’Apologia di Socrate è un ottimo sunto non solo delle vicende storiche che colpirono il pensatore ateniese, ma anche dei tratti salienti del suo pensiero. In fondo, c’è tutto quello che è importante sapere: la sapienza, il demone interiore, la virtù.

Socrate è infatti prima di tutto un uomo in ricerca, consapevole che la filosofia può essere condotta solo in due, col confronto e col dialogo. Quando all’inizio si interroga sul significato della frase dell’oracolo di Delfi non fa altro che presentarci le basi del suo metodo, fondato sull’ironia e la maieutica.

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Poi ci mostra anche come la sua morale, profondamente radicata nell’uomo, abbia però anche un che di divino, visto che a garantirne la validità c’è sempre la voce del demone, capace di riportare sulla retta via il filosofo quando questi sia propenso a sbagliare.

Infine, il testo è un emblema dell’estrema coerenza dell’ateniese: pur vedendosi condannato ingiustamente, Socrate accetta la condanna del tribunale e rimane fedele alle leggi della sua città, anche se questo comporta la sua morte.

D’altro canto, il saggio non deve temere affatto la fine della vita, perché nulla può effettivamente turbare il filosofo che segue il bene e la virtù.

 

4. La sua importanza nella storia

Come dicevamo nel primo punto della nostra presentazione, l’Apologia di Socrate è importante sia perché è un documento coevo – fu scritta poco dopo il processo –, sia perché ci permette di conoscere a fondo il pensiero di Socrate.

Statua di Socrate ad Atene (foto di Dimsfikas via Wikimedia Commons)
Statua di Socrate ad Atene (foto di Dimsfikas via Wikimedia Commons)

Questo grande pensatore ateniese, infatti, è stato a lungo piuttosto ostico da decifrare. Da un lato, perché non aveva scritto nulla, ma dall’altro perché le altre fonti che raccontavano il suo pensiero non erano sempre del tutto coerenti.

Ad esempio, a parlare di Socrate fu tra gli altri il celebre commediografo Aristofane, che lo rese protagonista della sua opera Le nuvole, dipingendolo però quasi come un sofista. Oppure ancora ci sono le notizie riportate da Aristotele, che però fu solo un testimone indiretto. Oppure i testi di Senofonte (che scrisse anch’egli una Apologia).

 
Lo stesso Platone, poi, non è sempre un testimone attendibile delle vicende di Socrate. Come forse ricorderete se avete studiato un po’ di filosofia greca, infatti, Platone utilizza il personaggio Socrate in molti suoi dialoghi, facendone il portavoce dei suoi ragionamenti.

I problemi critici

Per questo motivo è spesso assai difficile riuscire a capire, leggendo un testo platonico, quali delle parole pronunciate da Socrate siano veramente frutto del pensiero di Socrate e quali invece siano da attribuire in toto a Platone.

Solitamente, i critici ritengono che i dialoghi platonici scritti prima, e quindi più ravvicinati al processo e alla morte di Socrate, siano i più fedeli al pensiero socratico, e quelli scritti dopo siano invece quelli che più si allontanano dalla reale filosofia del maestro.

Per questo motivo, l’Apologia di Socrate di Platone diventa particolarmente rilevante: essendo il primo libro dell’ateniese, è anche quello che probabilmente meglio descrive la reale filosofia di Socrate e quindi quello più attendibile per studiarne il pensiero.

 

5. Il testo completo da scaricare in PDF e altri formati

Dopo tante parole nostre, forse vorrete anche – e giustamente – leggere direttamente l’opera di Platone, che tra l’altro è molto breve e di agile fruizione. Qui sotto la trovate in formato ePub (adatto a smartphone e tablet) e PDF, ma vi indichiamo anche i link per audiolibri gratuiti e altri formati particolari.

Queste versioni sono infatti quelle del progetto LiberLiber, che vi consigliamo di visitare1. La traduzione è quella di Francesco Acri, curata da Carlo Carena.

Versione PDF

Versione ePub

 

E voi, quale cosa dell’Apologia di Socrate preferite?

Note e approfondimenti

  • 1 Qui trovate la pagina dedicata all’Apologia.

 

C’è qualcos’altro da dire sull’Apologia di Socrate? Scrivilo nei commenti.