Il cinema ha da sempre il potere di trascinarci in terre lontanissime o sotto casa, di farci emozionare e sognare, di farci ridere e piangere con estrema facilità. E spesso il suo momento topico lo raggiunge, se la pellicola è ben diretta, al momento finale, come in ogni trama di fiction che si rispetti, quando la tensione giunge all’acme subito prima dello scioglimento.

Se non c’è il lieto fine, il modo più classico per concludere un film è quello di ricorrere a un addio, un momento spesso commovente in cui i due protagonisti sono costretti – dal destino, dalle circostanze o dall’impossibilità di continuare – a separarsi.


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Sarebbe lungo elencare tutti gli adii che hanno costellato la storia del cinema, a volte inclusi anche nel titolo della pellicola (basti pensare a Il lungo addio di Robert Altman, a sua volta basato sull’omonimo romanzo di Raymond Chandler); ma vi vogliamo comunque segnalare cinque film in cui è presente una scena di addio memorabile.

 

Casablanca

«We’ll always have Paris» (Rick Blaine, ovvero Humphrey Bogart)

La guerra, la nebbia, un amore ormai impossibile, il bianco e nero, Humphrey Bogart e Ingrid Bergman: gli elementi per rendere memorabile una scena d’addio c’erano tutti. Casablanca infatti non deluse, entrando subito nel mito ed influenzando decine di altre pellicole (come ad esempio il Provaci ancora, Sam di Woody Allen).

In due parole, l’arcinota trama. Nel Marocco francese controllato dalla Repubblica di Vichy, un immigrato americano, Rick, gestisce un bar dove molti trovano rifugio prima di scappare in America. Ad un certo punto qui giungono anche un membro della resistenza, Victor Laszlo, e sua moglie Ilsa, con cui Rick ha già avuto una storia a Parigi. Dopo varie vicende l’americano li aiuterà a partire, facendo andare via anche la donna, suo unico vero amore. La scena, però, è memorabile anche per due frasi che sono entrate nella storia del cinema: «We’ll always have Paris» («Avremo sempre Parigi») e «Louis, I think this is the beginning of a beautiful friendship» («Louis, penso che questo sia l’inizio di una bella amicizia»).


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La prima di queste due frasi è stata usata, negli anni, in molte altre opere, diventando anche il titolo di una puntata di Star Trek: The Next Generation e di un libro di Ray Bradbury.

 

La dolce vita

«Non capisco, non si sente» (Marcello Rubini, ovvero Marcello Mastroianni)

Gli addii non sono solo prerogativa degli americani, come gli altri film in questo elenco potrebbero lasciar supporre. Anche il nostro cinema ha saputo produrne di significativi. Forse quello in assoluto più celebre e riuscito è quello che chiude La dolce vita di Federico Fellini, una scena di fatto quasi muta e giocata tutta sulla potenza evocativa delle immagini.

Il protagonista, il giornalista scandalistico Marcello Rubini, dopo varie peripezie finisce per partecipare a una festa a Fregene che si trasforma presto in un’orgia. Uscito sulla spiaggia assieme ad altri invitati, prima assiste alla portata a riva di un “mostro marino” (in realtà una manta), poi scorge da lontano una ragazza che lo riconosce e lo chiama. Si tratta della giovane Paola, con cui aveva scambiato qualche parola attorno alla metà del film, una ragazza semplice il cui sogno era imparare a scrivere a macchina.

Paola gli fa dei gesti, forse per indurlo a raggiungerla, ma lui, complice da un lato il rumore del mare e dall’altro gli altri partecipanti alla festa che lo chiamano, la saluta e se ne va. E dicendo di no alla semplicità e alla purezza rappresentate da Paola, è come se Marcello rifiutasse l’ultima occasione di “lasciarsi alle spalle” la dolce vita così disordinata che aveva vissuto fino a quel momento.

 

Tutti insieme appassionatamente

«Addio, ciao ciao» (tutto il cast)

Torniamo negli Stati Uniti e cambiamo, per un momento, di tono. Come abbiamo detto in apertura, di solito gli addii sono drammatici, strappalacrime, emotivamente impegnativi. Non è però sempre così, come dimostra il celeberrimo Tutti insieme appassionatamente, film del 1965 con Julie Andrews come protagonista e tratto da un musical di successo ispirato ad una storia vera.

Nell’Austria prossima ad essere invasa e annessa dai nazisti, una novizia viene fatta uscire dal convento e trasformata in governante di 7 ragazzi di varia età, figli di un vedovo e Comandante della Marina. Insegnerà loro molte canzoni, riavvicinandoli così al padre, e una di queste è quella su cui ci soffermiamo: Addio, ciao ciao (So Long, Farewell in originale).

La canzone viene presentata due volte. Una prima, che vedete immortalata nella foto qui sotto, quando i ragazzi salutano gli ospiti di una festa prima di andare a dormire, e la seconda nel finale, al Festival in cui vinceranno il primo premio, davanti ai nazisti invasori. In questo caso la canzone diventa un addio alla patria, che la famiglia lascia in maniera rocambolesca appena conclusa l’esibizione.

I ragazzi di Tutti insieme appassionatamente mentre cantano Addio, ciao ciao

 

E.T. – L’extraterrestre

«Io sarò sempre qui» (E.T.)

Abbiamo appena finito di dire che non sempre con gli addii si piange, e adesso capovolgiamo tutto e vi presentiamo il film su cui tutti noi abbiamo versato più di qualche lacrima: E.T., il capolavoro del 1982 di Steven Spielberg.

La storia la sapete. Un alieno, sulla Terra per effettuare alcuni rilievi, viene per errore abbandonato dai suoi compagni in fuga e soccorso da un ragazzino, che se lo porta a casa, nascondendolo anche ai genitori. La conoscenza tra il piccolo umano e l’extraterrestre è spesso buffa e difficile, ma porta anche alla nascita di un legame psichico tra i due.


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E.T. sente però il bisogno di tornare a casa e, dopo aver rischiato la morte ed essere scappato dagli agenti del governo a bordo della bicicletta dell’amico Elliott, arriva al momento di salire sulla sua astronave e dire addio agli amici terrestri. La scena dell’addio fu talmente epica da far piangere perfino lady Diana.

 

Terminator 2 – Il giorno del giudizio

«Ora capisco perché piangete, ma io non potrei mai farlo» (T-800, ovvero Arnold Schwarzenegger)

Uno dei film che ho lasciato fuori all’ultima scrematura dalla cinquina è stato Titanic, scelta che forse dispiacerà al pubblico femminile ma che a mio parere rischiava di diventare un doppione di altri addii presentati nei paragrafi precedenti. Mi rifaccio però con Terminator 2, diretto sempre da James Cameron anche se di genere ben diverso.

La trama, in due parole. Dopo il successo del primo capitolo della saga, dal futuro questa volta arrivano due modelli diversi di Terminator, uno programmato per uccidere il giovane John Connor e uno programmato (dallo stesso John del futuro) per difenderlo.

Dopo varie avventure e scontri, il Terminator “buono” avrà la meglio, decidendo però anche di distruggere ogni componente cibernetico legato al futuro, per evitare che si realizzi la storia che lui già conosce. Per questo, in una intensa scena in cui perfino il “duro” Schwarzenegger riesce a far commuovere, decide di farsi calare in una vasca di acciaio fuso, nonostante le proteste di John.

 

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