Cinque memorabili aforismi sulla felicità di Epicuro

Epicuro, il grande filosofo autore di molti aforismi sulla felicità

Una promessa di felicità è un titolo che non poteva non attirare la mia attenzione. Qualche tempo fa il domenicale de Il sole 24 ore ha aperto con un pezzo di Armando Massarenti sulla cultura classica e sui pensieri degli antichi. Dedicando ampio spazio agli aforismi sulla felicità.

Gli antichi, in quell’articolo, vengono infatti definiti portatori sani di felicità. Stiamo parlando, ovviamente, di filosofia e di chi l’ha inventata vivendola. Dobbiamo quindi tornare indietro di secoli, a quando la parola filosofia aveva già in sé la positività di qualcosa che nasce per amore: del bello, del sapere, dell’esistenza, dell’universo, della ricerca, dell’altro e di se stessi.

Pragmatismo e vita

La cosa sconvolgente, per noi, è il fine pragmatismo di tali pensieri e dell’indagine attorno a essi. Il vivere bene come stile di vita è, insomma, un obiettivo e una pratica, la conquista è una meta di cui si può ragionare tra sodali argomentando e deducendo.

Il pensiero antico e, in particolare, quello di Epicuro (ateniese d’adozione vissuto nel III secolo a.C.), sono il punto di partenza, secondo Massarenti, se si vuole abbracciare la felicità. La Lettera a Meneceo, che è giunta ai nostri giorni, è quel librettino rosa che si trova sulle bancarelle a pochi euro, ribattezzato con il titolo Lettera sulla felicità.


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Epicuro, dunque, non scrive un trattato o un’esegesi, ma una semplicissima lettera. Cioè la forma più spontanea e amichevole che conosciamo quando vogliamo entrare in confidenza con qualcuno attraverso la parola scritta. La lettera è da me a te che mi interessi e a cui tengo. È un filo corto e doppio che ci lega e non si perde nell’anonimato.

La scelta della lettera

La lettera è un mezzo che è anche messaggio. Epicuro in questo, se vogliamo, aveva precorso la definizione che avrebbe coniato molti secoli dopo il sociologo Marshall McLuhan a proposito delle dinamiche della comunicazione. La sfida che lancia il domenicale è proporre una serie di massime felici che, per brevità e concisione, si sposano con la forma dei tweet.

Ho ripreso perciò in mano la Lettera a Meneceo. Da un po’ di anni stava lì, chissà quante volte distrattamente l’ho spostata per fare posto a nuovi volumi (alcuni anche deludenti e lasciati a metà). Eppure sono andata dritta in quello scaffale, terza fila a sinistra. E ne ho tirato fuori cinque frasi filosofiche, cinque aforismi sulla felicità.

 

L’età non conta

Quando ci si deve occupare della felicità?

E chi l’ha detto che la felicità è solo per i giovani? Dalle prime righe della Lettera a Meneceo il verbo filosofeìn, che ha appunto la stessa radice di filosofia, compare quasi a ogni riga. È il viatico per la felicità che esiste.

Epicuro non sta parlando in astratto, all’amico Meneceo dice che dobbiamo cercare le cose che hanno felicità perché quando c’è lei, noi abbiamo tutto. Che bella questa felicità olistica di cui non stiamo a chiederci quanto dura, rischiando di farla evaporare all’istante. Che bella questa felicità che, se raggiunta, permea ogni cosa (panta in greco è qualcosa di assoluto) che ci riguarda.

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro

 

Gli Dei sono felici

Perché temerli?

Il primo consiglio pratico per una vita felice è considerare che gli dei sono talmente perfetti che non possono curarsi delle cose umane. Perché temerli? Perché sacrificare e sacrificarsi per imbonire la loro volontà? E tutto ciò cos’altro è se non superstizione che rende schiavi?

Per Epicuro, infatti, gli dei esistono, questo è fuor di dubbio. Arriva a tale consapevolezza tramite un ragionamento sul modo in cui noi conosciamo le cose. Ma se questo è vero, e se è vero anche che esiste il male, allora gli dei devono necessariamente disinteressarsi del nostro mondo. La loro felicità non è turbata da noi. E quindi loro non possono – anzi, per la precisione non hanno interesse a – cambiare il nostro mondo.

Gli dei esistono […], ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili e chi non è tale lo considerano estraneo

 

Godere la mortalità della vita

L’inganno del tempo infinito

Precetto numero due per una vita felice: non temere la morte. Facile a dirsi. Sì, facile se non si tratta solo di un pensiero da scacciare, ma di una coscienza (in greco gnosis dice tutto), di una conoscenza del perché.


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Morte e vita si eliminano a vicenda, la presenza dell’una esclude l’altra. La morte è disgregazione degli atomi del corpo, della mente e dell’anima. Il vero inganno è il desiderio di immortalità che proietta l’uomo al di là del presente e lo fa attendere qualcosa che non esiste. Dobbiamo liberarci di tutto questo, dobbiamo imparare ad apprezzare la vita che abbiamo davanti, non quella che sogniamo altrove.

L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità

 

La morte non è nulla

Non c’è bisogno di fuggire

La logica è ineccepibile, il materialismo della contrapposizione vita/morte porta a un’unica conclusione: la morte non è da temere. È inutile sprecare vita (e felicità) pensando al suo opposto, sciocco invocarla perché essa non apre a nient’altro che al nulla.

D’altronde, se morire significa scomparire, non essere più, allora significa anche non soffrire. Significa anche non avere ricompense o punizioni. Significa anche che la morte non è da badare, perché quando c’è lei non ci siamo noi, e quando ci siamo noi non c’è lei.

La morte […] non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non ci sono più. Invece la gente ora la fugge come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive

 

Il tempo del saggio

La capacità di scegliere

Il saggio quindi è colui che, nella condotta di vita, non si abbandona alla superstizione, non teme la morte, considera la vita un bene ed è selettivo rispetto al suo tempo (kronos è proprio il tempo che scorre). La vita beata e saggia è, perciò, capacità di scelta.

Epicuro – nella frase che vi trascriviamo qui sotto – fa l’esempio del cibo perché l’uomo è fatto anche di piaceri e desideri. Desideri che, tuttavia, non devono degenerare in inquietudine e turbamento dell’animo.

Al saggio non dispiace vivere e non teme di non vivere. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così si gode non il tempo più lungo ma il più dolce

Questa lettera andrebbe allegata ai libri di testo, affissa in classe, in autobus e alle poste quando si è in coda. Dovrebbe essere riletta tutte le volte che ci sta sfuggendo che il tempo migliore non è il più lungo ma il più dolce.

 

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