Cinque aforismi sulla felicità in latino

Cinque aforismi sulla felicità in latino

I latini – secondo alcuni grazie al cielo, secondo altri per sfortuna – continuano a parlarci ancora oggi, a distanza di millenni: i loro libri, o almeno quelli migliori, continuano a essere letti anche al di fuori delle scuole, le loro poesie continuano ad affascinare i giovani, i loro motti e la loro saggezza influenzano ancora, volenti o nolenti, il pensiero attuale.

E non dobbiamo pensare solo ai pochi classicisti, che amano passare le giornate immersi nella lettura di Cicerone.

Il carpe diem oraziano è stato divulgato più da Hollywood – in una versione certo romanzata – che non da decenni di insegnamento del latino nei licei, mentre recentemente una collana di classici greci e latini proposta con uno dei principali quotidiani italiani è andata benissimo in edicola, segno che l’interesse su certi temi va ben oltre la scuola italiana e i suoi pregi.

Per questo motivo, abbiamo pensato di riprendere in mano alcuni dei più celebri motti e aforismi latini dedicati alla felicità e di presentarveli direttamente nella loro lingua originale, oltre che, come al solito, con alcune note biografiche sui loro autori.

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Nemo potest non beatissimus esse…

Cicerone e l’autonomia del saggio

CiceroneI Paradoxa stoicorum ad M. Brutum non sono certo una delle opere più celebri di Marco Tullio Cicerone: il grande retore latino li scrisse infatti attorno al 46 a.C., già sessantenne e appena tre anni prima della sua dipartita, e vengono generalmente considerati dalla critica come un’opera poco riuscita, un puro esercizio retorico che poco aggiungeva al pensiero filosofico del celebre avvocato romano.

In essi, infatti, Cicerone prendeva in mano sei tesi classiche della filosofia stoica che sembravano essere in contrasto col senso comune e si sforzava, con l’applicazione di quella retorica di cui era un vero specialista, di renderle credibili e condivisibili.

Ma non è detto che anche in un libro mediocre o minore non si possa nascondere una perla capace di resistere all’usura dei secoli, com’è per questa frase che riassume uno dei cardini della filosofia stoica: il saggio trova la sua felicità nel bastare a se stesso, nel non dipendere dal mondo esterno, nel non farsi influenzare da quello che non può controllare.

Nemo potest non beatissimus esse, qui est totus aptus ex sese, quique in se uno sua ponit omnia.

[È impossibile che non sia felice chi dipende totalmente da se stesso e che punta tutto soltanto su di sé.]

Dal punto di vista filosofico, Cicerone aderì allo stoicismo – che andava molto di moda in quel periodo a Roma – solo in maniera superficiale, preferendo un approccio eclettico alle filosofie greche che gli permetteva di riprendere elementi di diverse scuole, mescolandoli tra loro.

 

Donec eris felix…

Amicizia e felicità secondo Ovidio

OvidioÈ chiaro che sulla felicità sono stati soprattutto i filosofi a esprimersi e in particolare, a Roma, i filosofi stoici o quelli che comunque con lo stoicismo erano costretti a confrontarsi; ma pure i poeti qualche parola intelligente hanno saputo spenderla, come dimostra questo verso di Ovidio, tratto dal primo libro dei Tristia, talmente famoso da essere diventato proverbiale e da venir citato – almeno nella sua prima parte – ancora oggi.

I Tristia sono circa cinquanta elegie dedicate a descrivere la triste condizione dello stesso poeta, che dall’8 d.C. era stato costretto a vivere in esilio, per motivi in buona parte oggi ignoti: nella stessa opera infatti Ovidio riferisce di essere stato esiliato a Tomi (l’attuale Costanza, in Romania) a causa di due crimini, cioè di un carme e di un errore, ma di più non dice.

L’ipotesi più probabile è che ad Augusto non fossero piaciute alcune sue poesie dedicate a sua figlia (ed ex moglie di Tiberio) Giulia Maggiore, cantata negli Amores col nome di Corinna, che già era stata esiliata a sua volta a causa di un presunto attentato da lei organizzato contro il padre.

Donec eris felix, multos numerabis amicos, tempora si fuerint nubila, solus eris.

[Finché sarai felice, conterai molti amici, ma se i tempi si faranno più grigi, sarai solo.]

Comunque siano andate le cose, il crudo realismo di Ovidio ci ricorda che la felicità è sempre un’arma a doppio taglio, che non ci dà reali sicurezze per il futuro.

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In virtute posita est vera felicitas

La felicità per gli stoici

Di Seneca riportiamo due aforismi sulla felicità in latino
Torniamo ai filosofi veri e propri con Seneca, che non fu tanto un commentatore eclettico come Cicerone, ma filosofo a tutto tondo appartenente alla scuola stoica.

E pienamente stoica è anche la prima delle due frasi che abbiamo scelto dal repertorio del cordovese, tratta dal De vita beata e spesso riportata anche in versioni ed eserciziari per liceali.

Che la felicità stia nella virtù è infatti il cardine di tutto l’insegnamento stoico, così come l’avrebbe tra l’altro sintetizzato anche Kant secoli dopo cercando di risolvere l’antinomia della ragion pratica, contrapponendolo all’epicureismo secondo cui, al contrario, la virtù stava in ciò che dava felicità.

L’opera di Lucio Anneo Seneca fu composta tra il 54 e il 59 d.C., quando il filosofo era al massimo punto della sua carriera politica, ascoltatissimo consigliere di Nerone e, di conseguenza, frutto di invidie e attacchi personali da parte di tutta una serie di personalità che si erano viste tagliate fuori dalle leve del governo.

In virtute posita est vera felicitas.

[La felicità vera è nella virtù.]

E proprio come una risposta a certe insinuazioni messe in campo da questi tizi può essere visto tutto il libro, che si prodiga nel cercare di spiegare i compromessi della vita politica e contemporaneamente nel tenere ben saldi in piedi i principi dell’etica stoica.

 

Numquam felix eris, dum te torquebit felicior

Seneca e il dramma dell’invidia

SenecaPrecedente di qualche anno è invece la seconda frase di Seneca che riportiamo, tratta da quel De ira che fu probabilmente composto dal filosofo iberico tra il 39 e il 40 d.C., quindi quindici o addirittura vent’anni prima del De vita beata.

Essendo uno dei primi testi filosofici di Seneca, qui si vede bene l’impostazione del tutto nuova che il futuro precettore di Nerone seppe dare al genere dei dialoghi già diffuso nella tradizione latina.

Se infatti gli scrittori precedenti, e tra questi anche lo stesso Cicerone con cui abbiamo aperto la nostra trattazione, immaginavano, alla maniera dei greci, dei confronti tra due o più personaggi per riuscire in questo modo a spiegare le loro riflessioni e dottrine, Seneca sostanzialmente produce dei monologhi in cui un solo personaggio, egli stesso, spiega la propria visione del mondo, generalmente indirizzandola alla persona alla quale lo scritto è dedicato.

Numquam felix eris, dum te torquebit felicior.

[Non sarai mai felice finché ti tormenterai perché un altro è più felice.]

Così il De ira, diviso in tre libri, era dedicato a Lucio Iunio Anneio Novato, il fratello maggiore di Seneca, che aveva avuto anch’egli una carriera politica e al quale avrebbe dedicato pure lo stesso De vita beata.

In questo caso, la frase ma anche l’intento di tutto il trattato è quello di mostrare come l’ira e l’invidia, e in generale tutti gli altri vizi, possano solo allontanare dalla felicità.

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Est felicibus difficilis…

Quintiliano e la miseria

QuintilianoConcludiamo, come avevamo cominciato, con un oratore, Quintiliano, che però si trovò a vivere in un’epoca completamente diversa rispetto a quella di Cicerone.

Se il primo aveva infatti vissuto l’età tumultuosa degli ultimi anni della repubblica, il secondo visse nella fase di massima gloria dell’impero, divenendo addirittura in un certo senso il primo docente statale della storia visto che l’imperatore Vespasiano istituì per lui una sorta di cattedra di retorica per formare i giovani, con un onorario di 100mila sesterzi all’anno.

Est felicibus difficilis miseriarum vera aestimatio.

[A chi è felice è difficile avere una vera comprensione della miseria.]

La citazione che abbiamo scelto, realistica e un po’ agrodolce sulla situazione dell’uomo felice, è tratta dalle Declamazioni, raccolta di esercizi retorici che non furono probabilmente opera diretta di Marco Fabio Quintiliano, ma che la tradizione gli attribuisce da sempre e che in realtà derivano quasi certamente dalla sua scuola retorica.

In questo caso si sottolinea come la felicità implichi quasi necessariamente una discreta difficoltà nel giudicare la vita e la situazione di chi felice non è.

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