Si parla molto, ultimamente, di comunicazione paraverbale, ma pochi sanno cosa si intenda con questa espressione. Dopo anni passati a insistere sulla comunicazione non verbale – quella cioè fatta di gesti e atteggiamenti perlopiù fisici –, questo nuovo termine infatti getta molti nella confusione. Ma non c’è da preoccuparsi, perché non siamo davanti a nulla di trascendentale. La comunicazione paraverbale non è altro, infatti, che il modo in cui le cose vengono dette. Cioè il tono di voce, la velocità, il timbro, il volume. Tutto quell’armamentario di modulazioni della nostra voce, cioè, che ci servono per trasmettere meglio il nostro messaggio, o per accompagnarlo con altri messaggi non detti.

Professori, politici, avvocati

Ovvio che questa comunicazione paraverbale risulti decisiva in molti contesti, ma soprattutto nei momenti in cui c’è una persona che si rivolge ad una platea relativamente ampia. Che si sia un professore universitario o un docente di scuola media, un politico di professione o un avvocato, la comunicazione paraverbale è addirittura più importante di quella non verbale. Perché i gesti che si possono fare, in un’occasione formale, sono pochi, ma le modulazioni della voce sono pressoché infinite. E possono influire non poco sull’attenzione dell’uditorio.

Cerchiamo dunque di scoprire qualcosa di più rispetto a un fattore così rilevante della comunicazione. Qualche studioso è arrivato addirittura a dire che il linguaggio paraverbale incide quasi per il 40% sull’efficacia del messaggio. Se vi trovare spesso – per lavoro o per passione – a parlare davanti a varie persone, è bene pertanto che conosciate gli aspetti fondamentali della comunicazione paraverbale. Eccoveli.


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Veicolazione emotiva

Commozione, rabbia, incitamento

L'ex presidente della Camera dei Rappresentanti USA, John Boehner, commosso alle parole di papa FrancescoLa prima cosa da tener presente quando si riflette sulla propria voce e su come la si usa in un discorso è il fatto che proprio la voce è il canale migliore per veicolare delle emozioni. Provate a pensare, ad esempio, alle canzoni. Tempo fa abbiamo non a caso dedicato un articolo alle più commoventi sulla morte. In alcuni casi, a commuoverci è la storia che sta dietro a un brano musicale. In altri casi, però, è la voce che il cantante esibisce a muoverci al pianto. La stessa cosa succede con alcune canzoni d’amore o con poesie lette con la giusta intonazione.

Lacrime e propaganda

Per commuovere è infatti molto utile una voce profonda e allo stesso tempo sommessa, che procede lentamente, calcando il tono sui passaggi decisivi del testo. Ma la voce non serve solo a far piangere. Può anche incitare alla rabbia e alla rivolta, come ci insegna la storia degli agitatori politici e dei capipopolo. Pensate ai vecchi filmati coi discorsi di Mussolini o di Hitler: quelle lunghe pause e quelle voci artefatte oggi ci fanno sorridere, ma al tempo avevano un grande ascendente sul popolo. Segno che almeno una parte di quegli artifici paraverbali centravano il bersaglio.

Commozione e rabbia sono due emozioni in cui domina l’elemento irrazionale, relativamente facili da provocare se si sa su quali tasti calcare la mano. Più complesso è suscitare emozioni positive e propositive, come ad esempio la voglia di mettersi al lavoro. Un buon imprenditore, ad esempio, non deve tanto commuovere i suoi impiegati o farli arrabbiare: deve spronarli a lavorare di più e meglio. E non è un’impresa facile. Bisogna scegliere le parole giuste, ovviamente, ma bisogna anche dare con la voce un’impressione di autorevolezza, sicurezza, forza. Vedremo nei prossimi punti qualche consiglio per riuscirci.

 

Il segreto di una voce autorevole

Fermezza, sicurezza, volume

Barack Obama durante un discorsoPer i professionisti, la cosa più importante quando si tiene un discorso è dare l’idea dell’autorevolezza. Un’idea che può sorgere, ovviamente, dal curriculum e dalla storia dell’oratore, oltre che dai contenuti dei suoi interventi, ma che si imprime negli uditori anche e soprattutto grazie al tono di voce che si utilizza. E per capire quale sia il tono giusto, bisogna tornare agli elementi basilari del discorso. A quando cioè ci si rivolge agli uditori più semplici, che badano poco alle parole e molto di più ai modi. Come, per essere più chiari, i bambini e i cani. I bambini non sempre capiscono cosa viene detto loro, ma comprendono sempre se siete arrabbiati, contenti, risoluti, e lo stesso avviene coi cani.

Far sentire la propria voce

Ebbene, come si fa a sembrare autorevoli con questi soggetti? Come insegna ogni buon addestratore, prima di tutto la voce deve essere ferma e sicura. Ogni tentennamento, ogni tremore dev’essere bandito. Inoltre il volume dev’essere alto, in modo che le vostre parole siano chiaramente percepibili da chiunque nella stanza. Non bisogna urlare ma bisogna dar prova che non si ha alcuna paura di dire le cose come stanno, di far sentire – letteralmente e metaforicamente – la propria voce.


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Per capire quanto questi accorgimenti siano importanti, basti pensare a cosa avviene quando non li si segue. Un conferenziere che tiene un volume di voce basso ci appare subito come una persona insicura; e se lui non crede in se stesso, perché dovremmo crederci noi? Allo stesso tempo, un oratore che si impappina, che si corregge mille volte, che tentenna su ogni parola ci dà l’idea di non aver ben chiaro in mente dove voglia andare a parare.

 

Catturare l’attenzione

Ad esempio in una classe

Hugh Grant nei panni di un insegnante in "Professore per amore"Con la voce non si possono solo trasmettere emozioni o idee sull’oratore, ma si può anche catturare l’attenzione degli ascoltatori. Cosa non sempre semplice, soprattutto in certi contesti. Pensate ad esempio come si debba trovare un professore in una classe delle superiori. Magari una classe poco disciplinata, o che ancora conosce poco l’insegnante. Lui comincerà magari a parlare, ma pochi gli presteranno ascolto. Allora, l’insegnante sarà tentato dal ricorrere alle maniere forti, alla nota o alle interrogazioni a sorpresa, che poi sortiscono però sempre effetti ancora più negativi. Oppure, se sarà abbastanza lungimirante, potrà giocarsi le sue carte sull’abilità oratoria (che però non fa miracoli, se l’argomento della lezione è noioso a prescindere).

Questione di ritmo

Ad ogni modo, la voce può effettivamente aiutare. La cosa più importante, in questo senso, è trovare il giusto ritmo. Un discorso troppo lento, infatti, annoia enormemente e a scuola è da evitare. Allo stesso modo, però, un’andatura troppo sostenuta può essere fuorviante. In quel caso, infatti, i ragazzi faticheranno a tenere il passo delle vostre parole e avranno l’impressione che abbiate fretta di finire (o troppe cose da dire). Cosa che, tra l’altro, può minare proprio la vostra autorevolezza.

Dovete pertanto tenere un ritmo buono ma non eccessivo. E dovete variare frequentemente il tono di voce. Non è infatti solo la parlata lenta ad annoiare, ma anche il tono troppo monocorde. Un buon oratore sa anche istintivamente quando rallentare un attimo e quando accelerare, quando usare un tono più basso e uno più alto, quando sussurrare e quando urlare. Questa alternanza, se ben legata agli argomenti di cui si sta discutendo, ha un effetto straordinario sull’attenzione.

 

Rallentare quando serve

Una voce che funziona come un evidenziatore

Colin Firth in "Il discorso del re", film che si concentra sull'abilità oratoria, non certo naturale, di re Giorgio VIApprofondiamo la questione del ritmo con due ulteriori punti della nostra lista, perché è importante per la buona riuscita di un discorso. Come abbiamo detto, è buona norma tenere una certa velocità, anche se non eccessiva, ma pure alternare di tanto in tanto il passo. Accelerare, quindi, ma anche rallentare, a seconda delle circostanze. Anzi, direi che capire quando rallentare può essere decisivo, soprattutto quando si cerca di veicolare concetti complessi.

Come facevate coi libri di scuola

Dovete figurarvi un discorso, o meglio la voce con cui esponete il vostro discorso, come le matite e gli evidenziatori che usavate quando studiavate. Quando iniziavate a leggere gli argomenti sui libri di scuola, infatti, usavate questi strumenti per sottolineare alcuni concetti. E, se eravate furbi, usavate ogni volta una tecnica diversa. Alcuni concetti, magari quelli più astrusi, li sottolineavate a matita. I nomi li evidenziavate col giallo. Le date col verde. Le parole chiave invece le cerchiavate. E così via.

Con la voce dovete in pratica fare la stessa cosa. Quando arrivata a un concetto che volete che il vostro uditorio ricordi bene, dovete improvvisamente rallentare il ritmo, magari anche abbassando la tonalità della vostra voce. In altre occasioni, per altri concetti, potete fare una pausa scenica subito prima del nome decisivo. In altre occasioni, infine, dovete scandire la parola chiave, quasi come se la sillabaste. Sono tutti segnali che un buon oratore manda ai suoi ascoltatori. Evidenziazioni che servono, in maniera sottintesa, a dire: «Fate attenzione, perché quello che vi sto dicendo ora è più importante di quello che vi ho detto prima». E come i libri di testo funzionano meglio quando presentano parole in grassetto, divisioni in capoversi e così via, anche il discorso orale, con questi accorgimenti, ha un effetto maggiore.

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Le pause ad effetto

«A me gli occhi!»

L'importanza delle pause quando si parla davanti a un grande uditorioLe pause le abbiamo in parte già citate: servono a variare il discorso, a dargli un ritmo più interessante. Esistono però delle pause ben specifiche, quelle cosiddette “ad effetto”, che nell’arte oratoria sono particolarmente importanti. Bisogna saperle però usare e soprattutto saperle dosare. Non c’è niente di più fastidioso, infatti, di un discorso pieno zeppo di pause ad effetto.

Queste brevi sospensioni nello scorrere del discorso vanno usate una o al massimo due volte in uno speech. Hanno infatti un grande effetto, un grande impatto, che deriva però anche dalla loro rarità. Un abuso finisce per renderle inutili. Ma a cosa servono, chiederete. La risposta è semplice. Servono ad attirare a sé tutti gli occhi e le orecchie della platea.

Un ritmo costante, ma presto interrotto

Immaginate la scena. State parlando già da qualche minuto, e come ben sapete dalle regole base della comunicazione, avete alternato accelerazioni e rallentamenti, vi siete spostati, avete usato una gestualità efficace. L’uditorio si è abituato a questo ritmo. Sente le parole fluire, vi vede muovervi, pensa e si fa trascinare. Poi, all’improvviso, vi fermate. Lo fate perché siete al punto decisivo del vostro discorso, e avete bisogno che tutti lo seguano con la massima attenzione.

Non potete rischiare che proprio in quel momento qualcuno sia distratto, che qualcuno stia scambiando una parola col vicino. La pausa – che può durare qualche secondo, se siete particolarmente bravi anche più di cinque – serve a dire alla platea: «Attenzione, prego». Se saprete gestirla, nessuno si perderà le parole che seguiranno.

 

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