La laurea è sempre un momento importante, nella vita non solo dello studente universitario ma anche della sua famiglia. Frotte di genitori, cugini, parenti si recano nella sede universitaria con la corona d’alloro pronta per il giovane laureando, ma anche con scherzi, regali, commozione. Perché, nonostante la nostra società sia cambiata molto negli ultimi decenni e il “pezzo di carta” abbia perso parte del suo valore, un figlio laureato conta ancora qualcosa.

L’importanza del titolo

Ma il titolo è davvero così decisivo come sono portati a pensare i nostri genitori? Ci permetterà di trovare lavoro? Riesce quantomeno a certificare la nostra preparazione culturale, la nostra crescita, il nostro ingresso definitivo nel mondo dei professionisti? È una domanda che tutti gli studenti si pongono, ma si sono posti anche i più grandi uomini e le più grandi donne della nostra storia. Perché il problema del senso dello studio e delle università non è nato certo oggi.

Per aiutarvi a riflettere un po’ su questo argomento abbiamo quindi deciso di raccogliere cinque aforismi sulla laurea che ci sembrano particolarmente significativi. Alcuni sono stati pronunciati da pensatori italiani, e quindi sono legati alla nostra tradizione culturale. Altri vengono dall’estero, e si riferiscono a un tipo di università diversa dalla nostra. In tutti i casi, cercano di inquadrare il fenomeno da un punto di vista inconsueto o di rivelarci una verità spesso scomoda o nascosta. Scopriamoli assieme.


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Cosa insegna l’università

La frase di Maria Montessori

Maria Montessori, ormai anziana, in una scuola in cui si metteva in pratica il suo metodo
Maria Montessori, ormai anziana, in una scuola in cui si metteva in pratica il suo metodo

Maria Montessori è una donna che non ha bisogno di presentazioni. Fu una delle più grandi pedagogiste – se non la più grande in assoluto – del ‘900, capace di ridefinire i termini dell’educazione dei bambini, in un modo che è innovativo ancora oggi. Sulla scorta dei suoi scritti e del suo successo nacquero prima in Italia e poi in tutto il mondo delle scuole che sono ancora chiamate montessoriane, in cui l’insegnamento è impartito in maniera completamente diversa da quella tradizionale.

Se c’era una persona che s’intendeva di scuola, insomma, era proprio la Montessori, anche se è vero che l’educatrice marchigiana si è sempre occupata della scuola dell’infanzia e non degli studi superiori. Ciononostante, aveva dalla sua un primato che la rende perfettamente adeguata a questa lista: fu infatti la prima donna a laurearsi in medicina in Italia.

La caratteristica peculiare dell’Università consiste nell’insegnare a studiare. La laurea è solo la prova che si sa studiare, che si sa acquisire formazione da se stessi.

Il suo titolo di studio lo acquisì nel 1896 a Roma, diventando poi assistente alla clinica psichiatrica della stessa università. Quando, nella frase che abbiamo appena riportato qui sopra, esprimeva il suo giudizio su cosa venga realmente insegnato all’università, insomma, non parlava a vanvera. Anche perché l’imparare ad imparare era una delle chiavi di volta di tutto il suo sistema pedagogico.

Se si vuole approfondire il suo pensiero, il libro migliore da cui partire è Il metodo della pedagogia scientifica applicata all’educazione infantile, datato 1909 ma ancora attuale. A suo tempo ebbe comunque molto successo anche L’autoeducazione nelle scuole elementari, del 1912, in cui sintetizzava in maniera più chiara il ruolo della maestra e dell’allievo nel suo sistema.

 

Il vero centro

Un aforisma di Shelby Foote

Shelby Foote, al centro, col presidente Jimmy Carter e la moglie a Gettysburg nel 1978
Shelby Foote, al centro, col presidente Jimmy Carter e la moglie a Gettysburg nel 1978

L’università non è al centro dei pensieri solo degli studenti, che la frequentano nella speranza di finirla in fretta, ma spesso anche di chi all’università non c’è mai stato. È, volenti o nolenti, un elemento di divisione, che separa poi anche nel mondo del lavoro chi ha un titolo, e quindi può più facilmente far carriera, e chi quel titolo non ce l’ha, e si sente limitato da questa mancanza.

Se poi il lavoro che una persona sceglie di svolgere è legato in qualche modo ad attività culturali, essere inserito nel mondo accademico è un elemento discriminante. È questo anche il caso di Shelby Foote, romanziere americano venuto a mancare qualche anno fa, nel 2005. I suoi romanzi hanno goduto, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, di una buona fortuna e ne hanno portato alla ribalta il nome e le ricerche storiche, condotte però in un certo senso da dilettante, fuori dall’università.

Un’università è solo un insieme di edifici raccolti attorno a una biblioteca. La biblioteca è la vera università.

Forse anche per questo la sua frase che riportiamo qui sopra sembra nascondere un certo rancore nei confronti del mondo accademico. Storico autodidatta ma capace di raccontare al grande pubblico, era convinto che per scrivere e narrare i fatti del passato non servisse tutto l’apparato delle università, ma bastassero i libri e i documenti. In un certo senso aveva anche ragione, ma il rischio, in questi casi, è di farsi prendere troppo la mano.

L’opera più importante di Foote è sicuramente The Civil War: a Narrative, romanzo storico in tre volumi mai tradotto in Italia, ma usato negli Stati Uniti come base di un popolare documentario del 1990. Sudista convinto, ha passato gran parte della sua vita a raccontare il passaggio dal vecchio Sud al nuovo Sud, indicando proprio la Guerra di secessione come momento di rottura. Per ironia della sorte, negli ultimi anni della sua vita ha ricevuto vari premi dalle università che aveva spesso criticato.

 

Il vero maestro

Una frase di Francesco Petrarca dal De remediis utriusque fortunae

Petrarca con l'alloro poetico
Petrarca con l’alloro poetico

Parlando di titoli accademici e rivolgendosi al passato, la mente non può non andare a Francesco Petrarca, almeno in Italia il poeta laureato per antonomasia. “Laurea” va però in questo caso intesa in senso diverso da come la intendiamo oggi. Il poeta laureato del XIV secolo era infatti uno scrittore che riceveva da un re o da un governo una corona d’alloro in premio, che stava a sottintendere l’incarico di comporre opere poetiche a gloria dello Stato.

Petrarca ricevette tale onore, sicuramente il più prestigioso per un uomo del suo calibro nel basso Medioevo, a Roma, nel 1341. Era ancora piuttosto giovane ma già apprezzato in tutta Europa per le sue opere in lingua latina (la stima per quelle in volgare sarebbe arrivata più tardi). E tra queste avrebbe presto figurato anche il De remediis utriusque fortunae, una sorta di manuale per affrontare le fortune e le disgrazie che capitano nella vita e non farsi trascinare né dalle une, né dalle altre.

Un inutile titolo di maestro ha ostacolato molti dal diventare veri maestri.

La frase che vedete riportata qui sopra deriva proprio da quella raccolta di dialoghi in latino, e ancora una volta sembra sminuire il ruolo dell’università. Non serve un titolo di studio per diventare degli esperti in materia, o, come diremmo oggi, non serve una laurea che ti proclami maestro in un qualche campo per diventare davvero un maestro. Anzi, un titolo può essere addirittura un impedimento, perché ti rende vanaglorioso e ti impedisce di ricercare la corretta via verso la verità.


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Si sente, qui, la saggezza degli antichi a cui Petrarca si ispirò sempre in tutta la sua vita. Ma si intuisce, in parte, anche il suo personale percorso di vita. Il poeta infatti aveva studiato all’università, costretto dal padre a intraprendere studi giuridici a Bologna, la più antica e già allora una delle più prestigiose. D’altronde, il padre era notaio e voleva che in qualche modo il figlio ne calcasse le orme, ignorando la sua predisposizione verso le lettere. L’università quindi Petrarca la fece di malavoglia, un po’ come accade ancora oggi. La storia tende a ripetersi.

 

Non sono qui per imparare…

Da L’impossibilità di essere normale

Il manifesto de L'impossibilità di essere normale, film sull'università, la contestazione e la laurea
Il manifesto de L’impossibilità di essere normale, film sull’università, la contestazione e la laurea

Lasciamo ora da parte il tardo Medioevo e torniamo a parlare dei giorni nostri. Perché l’università e le lauree esistono ormai da parecchi secoli, ma è indubbio che solo negli ultimi decenni sono diventate un fenomeno di massa. La scolarizzazione di grandi fasce della popolazione è un fenomeno recente, se si considera che l’istruzione elementare obbligatoria è arrivata sostanzialmente nell’Ottocento.

Il grande boom delle università occidentali è quindi un fenomeno che possiamo datare tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando per la prima volta poterono accedere ai campus i figli dei contadini e degli operai, o almeno una parte di loro. E questo si verificò più o meno contemporaneamente negli Stati Uniti e in Europa, grazie anche al boom economico e alla crescita demografica.

Non sono qui per imparare, sono qui solo per prendermi la laurea.

Questo comportò vari problemi. Le università erano piccole e dovettero adattarsi a un incremento esponenziale di iscritti. Ma furono soprattutto le metodologie pedagogiche a venire investite dalla nuova domanda di istruzione. Fu anzi proprio dalle università che cominciò il fenomeno della cosiddetta Contestazione, cioè l’ondata di proteste degli studenti che sconvolse mezzo mondo sul finire degli anni ’60 e all’inizio del decennio successivo.

L’impossibilità di essere normale è uno dei tanti film che uscirono in quel periodo e cercarono di fotografare le difficoltà di una generazione, combattuta tra critica al sistema e desiderio in qualche modo di integrarsi. Protagonista è Harry Bailey (interpretato da un giovane Elliott Gould), trentenne che tenta di conseguire l’abilitazione all’insegnamento pur non apprezzando l’organizzazione universitaria. Nel cast figurano anche Candice Bergen e, in una piccola parte, Harrison Ford.

 

Cosa l’università sembra e cosa l’università è

L’aforisma di Amélie Nothomb

Amélie Nothomb (foto di ActuaLitté via Flickr)
Amélie Nothomb (foto di ActuaLitté via Flickr)

Dopo aver dato la parola a italiani (di ieri più o meno lontani) e americani, concludiamo il nostro percorso con una parentesi un po’ francofona e un po’ giapponese. Autrice dell’aforisma che trovate qui di seguito è infatti Amélie Nothomb, scrittrice belga di ottimo successo nei paesi di lingua francese e tradotta pure da noi, anche se con riscontri più modesti.

I suoi libri, pubblicati da Voland, sono però molto interessanti e ci raccontano un mondo molto particolare, vissuto dall’autrice in prima persona. I romanzi sono infatti essenzialmente autobiografici, figli delle molte esperienze di vita che la Nothomb – volente o nolente – si è trovata ad affrontare. Figlia di un ambasciatore, è cresciuta infatti spostandosi in varie parti del mondo, dall’Estremo Oriente agli Stati Uniti, ereditando da questi viaggi un senso di straniamento molto forte.

Era questo, l’università: credere che ti saresti aperta sull’universo e non incontrare nessuno.

L’università l’ha fatta però in Belgio, paese natio in cui ritornò attorno ai 17 anni. A Bruxelles intraprese infatti studi di filologia classica, sentendosi però straniera nel suo stesso paese visto che era cresciuta tra il Giappone, la Cina, il Bangladesh e gli USA.

La frase che abbiamo riportato qui sopra, quindi, si spiega con l’ambizione della scrittrice di trovarsi finalmente integrata e scoprire che in realtà l’università non poteva fare miracoli, e aveva gli stessi pregi e difetti della vita fuori di essa. Dopo aver conseguito la laurea la Nothomb è così tornata in Giappone, suo paese in un certo senso adottivo, solo per trovare problemi anche lì, problemi efficacemente raccontati nei suoi libri. Oggi vive tra la Francia e il Belgio.

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