Cinque bei film sui pittori

La ragazza con l'orecchino di perla con Scarlett Johansson

Il cinema è un mezzo espressivo potentissimo, non sono certo io a scoprirlo; ma tra tutti i punti di forza dei film, ce n’è uno in cui nessun altro mezzo di comunicazione può rivaleggiare: la capacità di raccontare una vita in modo da lasciarla impressa indelebilmente negli spettatori. Il film biografico o più in generale tratto da una storia vera – che spesso si trasforma in film di denuncia – infatti quando è ben fatto smuove coscienze, commuove e porta alla luce storie e vite troppo spesso dimenticate o ignorate.

Tra tutte le pellicole che appartengono a questo ampio genere, oggi vorrei soffermarmi su quelle dedicate a pittori: ce ne sono tutto sommato parecchie, certe baciate da un buon successo commerciale e altre più piccole e sfortunate, ma quasi tutte sono di ottima fattura. Ne vediamo in dettaglio cinque.

 

1. Brama di vivere

Van Gogh col volto di Kirk Douglas

La Hollywood degli anni ’50 è un’industria florida e di qualità: produce capolavori a ritmo frenetico, li esporta in tutto il mondo occidentale, influenza stili di vita e consumi. I temi affrontati sono vari, spesso legati a generi ben definiti: il giallo, il melodramma, la commedia.

Raramente ci si dedica a biografie d’artisti, ma c’è un’eccezione importante, anche se oggi quasi del tutto dimenticata: nel 1956 Vincente Minnelli – già vincitore dell’Oscar cinque anni prima – dirige Kirk Douglas e Anthony Quinn in Brama di vivere, biopic su Vincent Van Gogh basato sull’omonimo romanzo di Irving Stone.


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Il film racconta la vita del pittore olandese dal fallimento come predicatore fino al suicidio, passando attraverso i rapporti contrastati con le persone che gli sono vicine (Quinn, premiato con l’Oscar come miglior attore non protagonista, interpreta proprio il ruolo di Paul Gauguin) e cercando di delineare la complessa personalità del pittore.

 

2. Il mio piede sinistro

La difficile vita di Christy Brown

Il cinema, ovviamente, non si accontenta solo dell’arte, ma ha bisogno di mettere in scena un po’ di dramma, una trama, la lotta dell’eroe contro i suoi nemici o contro se stesso. Per questo, proprio perché non è documentario ma una forma di narrativa, a volte nel campo che stiamo analizzando si privilegiano pittori minori ma con alle spalle una storia particolare, umana e drammatica.

È questo anche il caso di Christy Brown, pittore, poeta e scrittore irlandese ben descritto nel film di Jim Sheridan, Il mio piede sinistro.

Magistralmente interpretato da Daniel Day-Lewis, che per questo ruolo si aggiudicò il Bafta e l’Oscar, il film descrive la vita, dall’infanzia all’età adulta, di un paraplegico irlandese che tra gli anni ’50 e gli ’70 imparò a usare il piede sinistro, l’unico arto che riusciva a controllare, per scrivere e dipingere.

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La pellicola si conclude con il lieto fine dell’incontro con la futura moglie, ma alcune biografie uscite negli ultimi anni, e basate su dichiarazioni della famiglia Brown, insinuano il sospetto di pesanti abusi e negligenze della moglie sull’artista morto a 49 anni soffocandosi con il cibo.

Nonostante la sua fama, il film oggi è di difficile reperimento in lingua italiana, così come risulta quasi introvabile l’autobiografia da cui è tratto, stampata anni fa dalla Mondadori.

 

3. Frida

Artista e donna libera

Rimaniamo sul tema di “arte e infermità” con Frida, pellicola del 2002 diretta da Julie Taymor e incentrata sulla vita di Frida Kahlo.

La pittrice messicana, che proprio in quegli anni veniva in buona parte riscoperta grazie a nuove biografie e un film come Frida, naturaleza viva, è ancora oggi un personaggio-simbolo della cultura del Novecento.

Da un lato, fu una grande artista associata spesso al surrealismo (anche a seguito di una mostra organizzata per lei a Parigi nel 1939 da André Breton).

Dall’altro, fu donna libera e indipendente, che restituì pan per focaccia al celebre e infedele marito Diego Rivera, divenendo l’amante di personaggi del calibro di Lev Trotsky o lo stesso Breton.

Infine, alcune sue relazioni omosessuali – pare anche con l’italiana Tina Modotti – l’hanno resa recentemente un nume tutelare anche del movimento LGBT.

Il film – oltre a una grande interpretazione di Salma Hayek – mostra, con accenti diversi, tutto questo, partendo dal terribile incidente stradale che a 18 anni effettivamente le cambiò la vita, obbligandola a letto per mesi, impedendole poi di avere figli e rendendola sofferente fino alla morte, avvenuta comunque a 47 anni per una polmonite.

 

4. La ragazza con l’orecchino di perla

Quando la fiction colma i vuoti della biografia

Probabilmente il più celebre dei film che compongono la nostra cinquina, La ragazza con l’orecchino di perla è uscito nel 2003 per la regia di Peter Webber, ispirandosi al romanzo omonimo di Tracy Chevalier.

Pellicola ad alto budget e nominata a tre Oscar, è celebre per la cura dei dettagli visivi (non a caso le tre nomination erano tutte in categorie tecniche) e per il tentativo di raccontare su pellicola la nascita di alcuni dipinti di Jan Vermeer, maestro fiammingo del Seicento.

Inoltre, è il film che, assieme a Lost in translation, ha imposto Scarlett Johansson all’attenzione internazionale, con un’interpretazione memorabile per quella che allora era solo una diciannovenne.


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La trama, è bene dirlo, va ben oltre la realtà storica: della vita di Vermeer infatti si conosce ben poco, se non al massimo la sua condizione economica e il nome dei congiunti, e quindi la vicenda centrale del film e del romanzo, cioè il personaggio di Griet, è puro lavoro di fiction.

Ciononostante, la narrazione ha avuto il merito di cogliere bene l’idea di pittura di Vermeer, diffondendola anche tra il grande pubblico.

 

5. Séraphine

Da donna delle pulizie ad artista

Concludiamo questo nostro excursus con un film piccolo e, il primo di questa serie, non anglofono: Séraphine, del francese Martin Provost. Al centro della pellicola – uscita nel 2008 in madrepatria e solo due anni dopo, un po’ in sordina, anche da noi – la vita di Séraphine Louis, meglio nota come Séraphine de Senlis.

Umile donna delle pulizie che aveva già lavorato per vent’anni in un convento, la Louis venne scoperta nel 1912, all’età di 48 anni, dal collezionista tedesco Wilhelm Uhde, a Senlis per svagarsi per qualche tempo dalla vita parigina.

Come viene raccontato nel film, di cui qui sotto riportiamo il trailer italiano, Uhde ebbe un ruolo importante nel lanciare molte avanguardie di inizio Novecento e quando si trovò per caso davanti a un quadro realizzato dalla sua domestica se ne innamorò, spingendo la donna a produrre sempre più materiale nuovo e cercando di farne conoscere i lavori nei circoli d’arte più importanti.

La Prima guerra mondiale divise poi Séraphine dal suo mecenate, ma qualche anno dopo la collaborazione riprese, almeno fino alla crisi economica del ’29 e, soprattutto, ai disturbi mentali della pittrice.

Già da anni sosteneva di aver iniziato a dipingere su ordine di un angelo o della stessa Madonna, ma all’inizio degli anni ’30 le stranezze aumentarono esponenzialmente, associandosi a manie di grandezza (credeva che la si volesse avvelenare, proclamava l’imminente fine del mondo e scriveva lettere alla polizia per denunciare il parroco di infanticidio).

Nel 1932 venne così internata in manicomio, dove rimase fino alla morte, nel 1939.

 

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