L’Italia non è mai stata particolarmente all’avanguardia per quanto riguarda la musica moderna (e non solo quella). Mentre in America e in Gran Bretagna si ponevano le basi del blues, del folk, del rock e del pop e altrove – come in Germania, in Francia o nei paesi scandinavi – si cercava la propria personale via a quelle sonorità, il nostro paese è stato per decenni sostanzialmente a guardare, importando sì di tanto in tanto qualche “seme” dall’estero, ma spesso nella forma di una semplice imitazione che non aggiungeva o non modificava nulla rispetto al modello originale.

Il primo barlume di una vera canzone popolare italiana adatta ai tempi arrivò tra gli anni Sessanta e Settanta, col cosiddetto movimento dei cantautori che, da Genova a Roma passando per Bologna, seppe italianizzare una formula nata, con accezioni diverse, in Francia e negli Stati Uniti; poi, il nulla. O, meglio, le nuove tendenze riuscirono anche ad attecchire qua e là, ma rimanendo quasi sempre confinate nell’underground, finendo per diventare una questione per pochi intimi.

Esempio massimo di questa tendenza è, forse, il punk rock, che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta devastava i paesi anglosassoni ma in Italia, dove pure emerse qualche esperimento interessante, rimase sostanzialmente nell’ombra, faticando non solo a trovare spazio ma a volte addirittura a trovare un’etichetta per essere pubblicato.

Ripensando a questo trentennio, però, c’è anche da dire che alcune canzoni sono ugualmente riuscite, per un motivo o per l’altro, ad imporsi e a lasciare un segno: cerchiamo di scoprire quali con questa guida ad alcune tra le migliori canzoni punk italiane.

 

Skiantos – Eptadone

da MONO tono, 1978

Degli Skiantos purtroppo abbiamo già avuto modo di parlare; diciamo “purtroppo” perché il nostro articolo l’abbiamo preparato in occasione della morte prematura di Roberto “Freak” Antoni, il leader della band, che se ne è andato nel febbraio scorso. In quell’articolo presentavamo le cinque canzoni a nostro modo di vedere fondamentali del gruppo bolognese, partendo dagli esordi underground e poi spostandoci alla loro fondazione del rock demenziale, attraversando tutti gli alti e i bassi di un gruppo che fu tanto geniale quanto sfortunato.


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Il primo pezzo che scegliemmo era l’apertura del loro primo album propriamente detto, MONO tono, che usciva nel 1978, un anno dopo rispetto ad Inascoltable, il disco creato improvvisando in una sola notte; ed era un pezzo che avrebbe lasciato il segno sulla produzione successiva non solo della band bolognese, ma di tutto il punk italiano e del rock demenziale. Nell’introduzione, una voce modificata con l’octaver sarebbe stata più volte ripresa dagli Elio e le storie tese, che si rifecero pure a un verso di quel talkin’ iniziale per darsi il nome; poi partiva il brano vero e proprio, trascinato da un ritmo frenetico e da un testo volutamente estremo in cui si raccontava della ricerca di eptadone, altro nome del più famoso metadone, l’oppioide sintetico che viene usato per alleviare la dipendenza dalle droghe ma che in quel caso veniva cercato proprio come una droga in sé e per sé.

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D’altro canto, già nell’intro ci si chiedeva se si era “fatti, fatti duri” e l’ambiente di riferimento era comunque quello della Bologna del post-’77, città che costituiva il centro nevralgico della nuova ondata di contestazione universitaria ed in cui, oltre agli Skiantos, emergevano in quegli anni altri gruppi seminali del primo punk rock, come i Gaznevada di Alessandro Raffini e Giorgio Lavagna che gravitavano attorno alla Traumfabrik di Filippo Scozzari.

La carriera degli Skiantos si sarebbe successivamente separata dal punk, proseguendo già in Kinotto (dell’anno successivo) su tonalità più spiccatamente rock, perdendosi poi anche in scelte discografiche non sempre azzeccate e più in generale in quella crisi del rock più duro ed estremo – ma anche del Movimento del ’77 – che sarebbe arrivata di lì a qualche anno.

 

CCCP – Mi ami?

da Ortodossia II e 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, 1985

Spostiamoci avanti di qualche anno e ad ovest di qualche chilometro per trovare il prossimo brano della nostra cinquina, forse il più celebre e amato in assoluto tra quelli underground: Mi ami? dei CCCP di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni che, nonostante moltissime esperienze all’estero, facevano base a Reggio Emilia. La band, almeno agli inizi, era punk fino al midollo, sia negli esiti musicali, sia negli ideali a cui faceva riferimento: i due membri fondatori si erano incontrati a Berlino nel 1982, il primo quasi trentenne e il secondo venticinquenne, in una città in cui il punk era un genere in piena espansione e le influenze dell’est Europa e della musica underground si mescolavano in un mix inedito, contraddittorio e però affascinante.

Per questo, dopo varie veloci modifiche di formazione (formazione che si stabilizzò con l’ingresso di Umberto Negri al basso), decisero di assumere il nome di CCCP – Fedeli alla linea, riprendendo la sigla da quella dell’Unione Sovietica (dove in realtà le lettere non erano però quelle dell’alfabeto latino, ma quelle cirilliche che sarebbe stato più corretto traslitterare in SSSR), e di definirsi una band di punk filo-sovietico.

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La cosa ovviamente li aiutò a farsi notare e già agli esordi, con gli EP Ortodossia I e II e l’album Compagni, cittadini, fratelli, partigiani, alcuni giornali ed intellettuali dell’area emiliana cominciarono ad occuparsi di loro; celebre, in questo senso, un’intervista che concessero a Pier Vittorio Tondelli nel 1984, in cui esaltavano il comunismo reale («Chiederemmo asilo politico in qualsiasi stato dell’URSS», spiegavano) ma anche l’Islam («Amiamo le repubbliche asiatiche, amiamo l’Islam… […] I fascini sono molteplici»).

Il punto forse più alto della loro carriera – che si sarebbe conclusa nel 1990, dopo l’ingresso degli ex Litfiba Maroccolo, Magnelli, De Palma e Canali e la fine dell’Unione Sovietica – fu però raggiunto nel 1985, quando diedero alle stampe il loro album più famoso ed il primo in studio, 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età, disco che riprendeva anche alcune suggestioni dei primi EP, tra cui la traccia Mi ami?, “remiscelata” per l’occasione. Il brano – ispirato nel testo al saggio di Roland Barthes Frammenti di un discorso amoroso, uscito qualche anno prima – si apriva parlando di erezione, coito e “ingoi”, ma ciononostante fu il primo brano punk in italiano a raggiungere una buona fetta di pubblico, grazie anche all’inconfondibile stile del gruppo e di Ferretti in particolare.

 

Negazione – Lo spirito continua

da Lo spirito continua, 1986

Usciamo ora dall’Emilia (“paranoica”, come la definivano i CCCP) e andiamo ad esplorare l’area torinese, che fu a suo modo altrettanto seminale e importante nello sviluppo del punk rock italiano. In quegli anni e in quella zona, infatti, nacquero varie esperienze e formazioni, come gli Indigesti, i Peggio Punx, i Nerorgasmo e soprattutto i Negazione, formatisi nel 1983 con Guido Sassola detto Zazzo alla voce, Roberto Farano detto Tax alla chitarra e Marco Mathieu al basso, ai quali si aggiungeva un batterista che variò spesso nel decennio della loro esperienza discografica.

Esordirono nel 1984 con una cassetta realizzata assieme ad altre band, Mucchio selvaggio, seguita poi da un paio di EP e, nel 1986, dall’album Lo spirito continua, uno dei migliori dischi della scena punk italiana di sempre, in cui sia l’apertura che la chiusura erano particolarmente emblematiche: si partiva infatti da La vittoria della sconfitta, un brano che metteva subito in chiaro il suono hardcore della band, più duro di quelli che abbiamo visto finora, segno che anche in Italia il punk stava facendo dei passi avanti e sperimentando nuove derivazioni.

Si chiudeva, invece, con Lo spirito continua, che abbiamo scelto per la nostra cinquina, una canzone che parte lenta, quasi un inno folk anni ’70 (influenza che tra l’altro viene avvalorata anche dal testo, che sembra riprendere – in chiave però moderna – gli stessi temi da epopea alternativa), prendendo però vigore e velocità man mano che passano i secondi, in un crescendo che ha rari eguali nel panorama non solo italiano: «Devi solo imparare a conoscermi – cantava Zazzo nel finale –, io farò lo stesso e forse allora anche la ferita farà meno male. Lo spirito continua, potremo davvero essere vecchi e forti».

Il disco omonimo oggi è sostanzialmente introvabile; un po’ più semplice è rintracciare 100%, l’ultimo album dei Negazione uscito nel 1990, ma sul mercato è disponibile da un paio d’anni il libro-album Il giorno del sole, che da un lato racconta la storia della band e dell’hardcore torinese, dall’altro ripropone le due uscite più celebri del gruppo, cioè proprio Lo spirito continua e l’EP Condannati a morte nel nostro quieto vivere.

 

Prozac+ – Acida

da Acido Acida, 1998

Le tre canzoni che abbiamo visto finora ebbero un discreto successo e diffusione nei primi anni ’80, ma probabilmente dieci anni dopo erano già belle che dimenticate. La scena punk italiana, infatti, attraversò una profonda e diffusa crisi alla fine del decennio che l’aveva vista nascere, per motivi spesso molto diversi: gli Skiantos avevano cercato, con scarso successo, di evolvere in un gruppo pop; i CCCP erano stati travolti dal crollo dell’Unione Sovietica e poi dai nuovi interessi – ambivalenti e non sempre in linea con l’etica punk – del loro leader; i Negazione si erano sciolti, chi passando in altre band, chi dandosi ad altri lavori; e lo stesso accadde a molti altri gruppi, dai Gaznevada agli Indigesti.


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Per anni sembrò che non ci fosse più spazio per il punk, sostituito, nel cuore della gioventù italiana e mondiale, dal grunge e dall’alternative, generi che al punk rock dovevano molto ma che avevano incontrato un maggior successo commerciale. Qualcosa cambiò attorno alla metà degli anni Novanta, quando Dookie dei Green Day ebbe un successo clamoroso in tutto il pianeta e si mise alla guida, assieme agli Offspring, ai NOFX, ai Rancid, più tardi ai blink-182 e ad altre band, del cosiddetto punk revival, la nuova ondata. Era, però, un punk diverso, in cui erano state assimilate anche le influenze del pop ed in cui un peso sempre maggiore aveva la melodia canora.

Anche in Italia questa nuova stagione diede i suoi frutti, portando alla ribalta alcune nuove band tra le quali meritano una citazione i Prozac+, formazione originaria di Pordenone che ebbe uno sfolgorante ed inatteso successo sul finire degli anni Novanta. La canzone che permise loro di sfondare fu Acida, contenuta nel loro secondo album Acido Acida, un brano che, nonostante il testo non certo adatto ai benpensanti – ma anche il nome della band non era da meno – era trascinato dalla buona ritmica e dalla voce femminile di Eva Poles, in una formazione che vedeva tra l’altro anche un’altra ragazza, Elisabetta Imelio, al basso.

Il successo fu travolgente, tanto che la canzone trascinò l’album oltre quota 170mila copie vendute. Oggi la band, ufficialmente non sciolta, è comunque inattiva dal 2007, quando i tre membri originari si esibirono nel loro ultimo concerto agli MTV Days.

 

Punkreas – Cuore nero

da Futuro imperfetto, 2008

Alla seconda ondata punk appartengono anche i Punkreas, formatisi solo nel 1989 in provincia di Milano e attivi sulla scena discografica dai primi anni Novanta, quando al demo Isterico fecero seguire, nel 1992, United Rumors of Punkreas.

La differente generazione di appartenenza portava i ragazzi a sonorità e temi diversi da quelli che abbiamo visto nelle prime canzoni di questa cinquina: il quintetto lombardo, composto attualmente da “Cippa” alla voce, “Flaco” e “Noyse” alle chitarre, “Paletta” al basso e “Gagno” alla batteria, incorporava infatti influenze dello ska e testi politicamente più maturi, non più orientati ovviamente – com’era invece accaduto ai CCCP – al mito sovietico ma alla contestazione no-global portata avanti dalle nuovi generazioni, contrarie al liberismo e al capitalismo selvaggio e attente invece all’integrazione razziale e a politiche alternative.

Il primo grande successo lo ottennero nel 1995 con Paranoia e potere, che conteneva alcuni dei loro pezzi più riusciti come Tutti in pista, Aca toro e La canzone del bosco, ma noi abbiamo scelto un brano più recente, Cuore nero, pubblicato nel 2008 all’interno di Futuro imperfetto.

L’album, accolto molto favorevolmente dalla critica dopo un paio di lavori meno convincenti, toccava varie tematiche sociali relative ai mass media e alle coppie gay, ma arrivava forse al suo punto più alto con Cuore nero, brano più moderato e forse meno punk di altri, ma in cui si percepiva una nuova maturità, sia per l’influenza di altri suoni – come la potenza evocativa del nu-metal – sia per un testo criptico, in cui la critica alla società ed ai suoi messaggi, al suo tentativo di influenzare le coscienze e, secondo i Punkreas, di lasciarci nell’oscurità si faceva più dura ed efficace.

 

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