Cinque belle canzoni su San Francisco

Il Golden Gate Bridge, simbolo di San Francisco, che a volte compare anche nelle canzoni dedicate alla città

 
San Francisco è una città molto particolare, ne abbiamo parlato già altre volte. Posizionata nell’assolata California, si è sempre distinta dalle altre metropoli della zona per il clima che vi si respira, aperto al nuovo e al cambiamento, giovane e trasgressivo. Non è un caso che negli anni ’60, assieme al Village di Manhattan fosse considerata la capitale mondiale della controcultura e che proprio qui si siano ottenuti per la prima volta diritti importanti per varie minoranze.

Anche dal punto di vista musicale, questi fermenti hanno spesso germogliato a San Francisco. Fermenti che sono stati celebrati in decine di canzoni, sia da band autoctone che da gruppi provenienti da altre parti degli Stati Uniti e del mondo, che però a “Frisco” trovavano casa e riparo. Oggi scopriamo insieme le cinque più belle e importanti, almeno secondo noi.


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Tony Bennett – I Left My Heart in San Francisco

Uno degli inni ufficiali della città

Tra i vari inni ufficiali di San Francisco c’è anche una canzone che fu scritta con ambizioni commerciali, come tutte quelle che vengono pubblicate dalle case discografiche. Stiamo parlando di I Left My Heart in San Francisco, brano scritto nell’autunno del 1953 da George Cory e Douglass Cross. Una canzone che fu composta in realtà a Brooklyn, dall’altra parte degli Stati Uniti, ma che raccontava – coerentemente – la storia di due aspiranti scrittori che si trasferivano dalla California alla Grande Mela, provando però nostalgia proprio per “Frisco”.

La canzone era stata composta per Claramae Turner, una cantante in voga all’epoca. Lei la provò più volte e la cantò in qualche concerto, ma finì per non inciderla mai. Il brano cominciò così a passare di cantante in cantante, anche se sembrava non riuscire a trovare nessuno che volesse farlo proprio. Questo peregrinare s’interruppe nel 1962, quando il crooner Tony Bennett non si convinse a registrarlo.

Cantata per il sindaco

La scelta arrivò dopo che il cantante aveva “testato” il brano proprio a San Francisco. Nel dicembre 1961 si trovava infatti in città e fu invitato a cantare all’interno della famosa Venetian Room all’hotel Fairmont, davanti al sindaco George Christopher. La sua performance ebbe un tale riscontro che l’incisione divenne inevitabile. E inevitabile fu anche il successo, anche se inizialmente I Left My Heart in San Francisco uscì solo come B-side di Once Upon a Time.

Negli anni il brano è stato poi reinciso da una miriade di altri cantanti. Tra i tanti bisogna ricordare Frank Sinatra, Dean Martin e perfino la nostra Mina.

 

Scott McKenzie – San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)

La canzone-simbolo della generazione hippie

Se I Left My Heart in San Francisco fa probabilmente commuovere gli abitanti della baia, San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair) fa lo stesso effetto a chiunque abbia vissuto gli anni della contestazione. Il brano, scritto da John Phillips dei The Mamas and The Papas, fu inciso da Scott McKenzie nel 1967 per promuovere il Festival di Monterey. Ma divenne subito l’inno di una intera generazione.

Il testo, d’altro canto, sembrava scritto apposta per rappresentare in toto le speranze dei giovani di allora. «Se stai andando a San Francisco – cantava McKenzie in apertura – assicurati di mettere dei fiori nei tuoi capelli. Se stai andando a San Francisco, incontrerai della gente gentile laggiù». E il ritornello, in realtà meno famoso della strofa, calcava ancora più la mano: «Lungo tutta la nazione, una tale strana vibrazione, gente in movimento. C’è un’intera generazione con una nuova spiegazione. Gente in movimento, gente in movimento».

Pubblicata all’interno dell’album d’esordio del cantante – Voice of Scott McKenzie –, la canzone scalò le classifiche in Inghilterra e in Europa, oltre che ovviamente in America. Nell’Europa dell’est, e in particolare a Praga, divenne in quei mesi anche l’inno della rivolta antisovietica, purtroppo presto soffocata nel sangue. In ogni caso, contribuì anche nell’immaginario collettivo a rendere San Francisco la capitale mondiale della controcultura. Un titolo che la città californiana mantenne a lungo.

 

Eric Burdon & The Animals – San Franciscan Nights

Con anche l’errore sul clima cittadino

Rimaniamo al 1967 e all’estate dell’amore. In quei mesi si scrivevano canzoni sostanzialmente per due motivi: per esaltare il movimento hippie e per protestare contro la Guerra del Vietnam. Se il brano cantato da Scott McKenzie soddisfaceva alla prima condizione, San Franciscan Nights, scritto ed eseguito da Eric Burdon e gli Animals, apparteneva alla seconda schiera.

Gli Animals si erano formati a Newcastle, in Inghilterra, all’inizio degli anni ’60. Nel 1964 avevano ottenuto un insperato successo con House of the Rising Sun, ma già l’anno dopo si erano sciolti, sconquassati dalle defezioni. Erano stati rifondati nel 1966 da Eric Burden, uno dei vecchi componenti, e piazzarono qualche hit prima di scomparire di nuovo. La più importante delle quali fu proprio questa canzone dedicata a San Francisco.

Il brano è famoso anche per un errore nelle liriche. Ad un certo punto, Burdon esalta la “tiepida notte di San Francisco”. Cosa che fece subito ridere chi conosce la città californiana, nota invece per il suo clima particolarmente rigido, tanto è vero che esiste una celebre citazione (in realtà apocrifa) di Mark Twain che recita: «Il più freddo inverno che ho mai vissuto è stata un’estate a San Francisco».


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Gli Animals – che appunto erano inglesi e quindi ignoravano bellamente un fatto noto a tutti gli americani – si difesero dicendo che pochi mesi prima si erano esibiti per una settimana in città e il clima era stato particolarmente mite. I dati storici diedero loro ragione, ma anche quell’eccezione ha contribuito a rendere famoso il pezzo.

 

Belle and Sebastian – Piazza, New York Catcher

Una canzone d’amore ambientata davanti allo stadio di baseball

Facciamo ora un balzo in avanti, lasciando gli anni ’60 e arrivando al nuovo millennio. Piazza, New York Catcher è un pezzo degli scozzesi Belle and Sebastian che ha avuto un certo successo anche perché inserito nella colonna sonora di Juno, il bel film con Ellen Page. Nonostante il titolo, la canzone è ambientata nella città californiana, dove un ragazzo programma una fuga con la sua fidanzata dandole appuntamento davanti all’SBC Park, lo stadio di baseball.

Così, tra propositi d’amore e riferimenti alla città, nasce una tenera canzone, che tira anche in ballo Mike Piazza, cioè quello che allora era il catcher (ovvero il ricevitore) dei New York Mets. Piazza giocò a San Francisco solo da avversario, visto che oltre a quella della squadra newyorkese ha vestito anche le maglie dei Los Angeles Dodgers, dei San Diego Padres e dei vicini Oakland Athletics. È famoso però anche per detenere il record di fuoricampo per un ricevitore.

Oggi Piazza, appassionato pure di calcio, vive tra gli Stati Uniti e l’Italia. Qui da noi è diventato da poco il proprietario della Reggiana, mentre in America è stato appena introdotto nella Hall of Fame del Baseball. Nella canzone dei Belle and Sebastian, comunque, ci sono molti altri riferimenti a questo sport e a San Francisco. D’altronde, il baseball in città è molto amato, visto che i San Francisco Giants sono la squadra col maggior numero di partite vinte nella storia dell’intera lega (e tre World Series conquistate nell’ultimo decennio).

 

Arctic Monkeys – Fake Tales of San Francisco

La città vista dalla Gran Bretagna

Nessuno sa bene se Fake Tales of San Francisco riguardi davvero la città californiana, e fino a che punto, ma in questa canzone degli Arctic Monkeys non si può fare a meno di sentire un po’ dell’aria trasgressiva che ha sempre costituito il fascino di Frisco. Anche in questo caso, d’altra parte, la canzone viene in un certo senso “da fuori”, visto che la band di Alex Turner proviene da Sheffield, in Gran Bretagna, e nel 2005 aveva un’idea di San Francisco piuttosto vaga.

Fake Tales of San Francisco comparve infatti nel primo EP della band, Five Minutes with Arctic Monkeys, pubblicato nel 2005. Fu poi inserita anche nell’album che uscì l’anno dopo, Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, il disco di debutto più venduto della storia della musica inglese. Venne pubblicata anche come singolo, ma solo in alcuni paesi, comportandosi discretamente bene.

 

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