Il basket è uno sport meraviglioso. Si gioca, in genere, punto a punto, in una lunga ed estenuante gara che, nel migliore dei casi, si decide all’ultimo tiro dell’ultimo secondo. È uno sport in cui conta la prestanza fisica ma anche il talento. In cui è fondamentale l’istinto ma anche l’organizzazione. In cui si può essere il miglior giocatore in attività ma non riuscire a vincere alcun titolo. È uno sport in cui il gioco di squadra prevale sul singolo, ma in cui la squadra ha anche bisogno dei singoli. È un gioco in cui ogni partita dura un certo tempo prestabilito, ma in cui esistono anche, a ben guardare, i match point.

Un gioco dalle mille contraddizioni

Si tratta di un gioco, insomma, dalle mille contraddizioni. E, non a caso, è un gioco anche molto spettacolare da vedere, ricco di colpi di scena, di azioni esaltanti e di capovolgimenti di fronte. Un gioco in cui è difficile che prevalga la noia, perché anche la più sbilanciata delle partite può regalarti grandi emozioni. È uno sport, addirittura, a suo modo poetico, per le storie che nasconde dietro di sé. E, particolare non da poco, per il ruolo che ha avuto nell’evoluzione della società, se si pensa ad esempio all’emancipazione degli afroamericani in America.

Forse anche per tutti questi motivi, molti hanno provato a descriverlo, fissandone le caratteristiche principali in una frase ad effetto. Noi abbiamo cercato di raccogliere le cinque che ci sembravano più significative. Alcune provengono dal mondo dell’NBA, il campionato più bello e spettacolare del mondo, ma altre arrivano anche dall’Italia e dal passato. Scopriamole assieme.


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Uno sport razzista (al contrario)

Il paradosso messo in luce da Gianmarco Pozzecco

Gianmarco Pozzecco ai tempi in cui allenava l'Orlandina (foto di Niccolò Caranti via Wikimedia Commons)
Gianmarco Pozzecco ai tempi in cui allenava l’Orlandina (foto di Niccolò Caranti via Wikimedia Commons)

Come dicevamo in apertura, il basket è uno sport che ha avuto un ruolo importantissimo anche nell’evoluzione della società, soprattutto americana. È stato il primo sport professionistico di squadra in cui è stato permesso agli afroamericani di primeggiare. È stato, assieme alla boxe, quello che ha permesso a tantissimi di loro non solo di uscire dal ghetto, ma anche di portare all’attenzione dei media i problemi dei neri e la loro discriminazione. Per questo, il basket è tradizionalmente considerato lo sport più liberal e aperto, almeno nel mondo americano.

A guardarla da un’altra prospettiva, però, la pallacanestro può anche essere considerata razzista. In fondo, dà molto più spazio a quei gruppi etnici che, strutturalmente, sono più adatti a praticarlo. I piccoli e i bianchi sembrano avere, infatti, molte più difficoltà, come ci raccontano film ironici (Chi non salta bianco è) ed esperienze di vita come quelle che Gianmarco Pozzecco ha sintetizzato nella frase che trovate qui di seguito.

Il basket è uno sport razzista, perché chi è piccolo parte svantaggiato.
(Gianmarco Pozzecco)

D’altronde, Pozzecco è stato un grande playmaker ma misurava 1,80 metri. Al di sotto di quella altezza anche per le posizioni più arretrate è di solito molto difficile giocare ad alti livelli. Con, però, qualche importante eccezione. Proprio in questi mesi nell’NBA sta facendo ad esempio scalpore il caso di Isaiah Thomas dei Boston Celtics. Un atleta alto appena 1,75 metri ma capace di guadagnarsi la partenza da titolare all’All-Star Game.

Anche Pozzecco, d’altra parte, nonostante la sua altezza non esagerata ha raggiunto traguardi importanti a livello nazionale e internazionale. Nel suo palmares figura infatti un campionato italiano vinto con Varese, ma anche la memorabile medaglia d’argento guadagnata nel 2004 alle Olimpiadi di Atene, dove fu decisivo coi suoi punti durante la semifinale contro la Lituania.

 

Giocatori grandi, campo piccolo

Come la vede un genio del calcio come Maradona

Diego Armando Maradona dopo il suo celebre secondo gol all'Inghilterra nei Mondiali del 1986
Diego Armando Maradona dopo il suo celebre secondo gol all’Inghilterra nei Mondiali del 1986

Di pallacanestro non parlano, per fortuna, solo i cestisti. Visto che lo sport è diffuso ad ogni latitudine, sono stati in molti ad appassionarsi, nel corso degli anni, al basket e alle sue particolarità. Anche se, proprio per i suoi paradossi, non tutti sono riusciti sempre a capirlo. È il caso anche di Diego Armando Maradona, uno dei più grandi e controversi uomini di sport del ‘900, che con la palla sapeva palleggiare benissimo, anche se usando i piedi.

La frase che trovate qui di seguito esprime molti dei dubbi che spesso i non addetti ai lavori provano nei confronti del basket. Il campo è piccolo e i giocatori sono grandi, e così sembra non esserci molto spazio per le giocate spettacolari o le grandi corse. Non è un caso che abbiamo messo, qui di fianco, una foto di Maradona che festeggia dopo aver segnato all’Inghilterra. Il suo gol nel 1986, quello in cui scartò tutta la squadra avversaria, nel basket non sarebbe probabilmente possibile.

Ti piace il basket, Franchi? Io non l’ho mai capito. Dei giocatori troppo grandi per un campo troppo piccolo.
(Diego Armando Maradona)

Se siete curiosi di sapere chi sia il Franchi a cui Diego si rivolge nella citazione, e da dove arrivi questa frase, dobbiamo però spiegarvi che non esce direttamente dalla bocca di Maradona. Proviene infatti da un film biografico, Maradona – La mano de Dios, scritto da Manuel Rios San Martin e Marco Risi (poi anche regista della pellicola) a partire da un soggetto dell’ex attaccante del Napoli.

Franchi è infatti il cognome dello storico procuratore di Maradona, che negli anni ’90 ne seguì, purtroppo, il declino. Ma se la frase, così bella e simpatica, forse è stata scritta più dagli sceneggiatori che dal reale Maradona, il suo atteggiamento nei confronti del basket è quello descritto dalla citazione. Un atteggiamento che però non tiene conto dell’evoluzione del basket argentino. Se, quando era giovane Diego, la pallacanestro nel suo paese era uno sport quasi abbandonato, negli ultimi decenni è letteralmente rinato, portando la nazionale a due medaglie nelle ultime quattro edizioni delle Olimpiadi.

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«Tu mi avevi chiamato»

La lettera di addio di Kobe Bryant

Kobe Bryant durante l'esecuzione di un tiro libero nel 2005
Kobe Bryant durante l’esecuzione di un tiro libero nel 2005

La storia di ogni sport è anche la storia dei grandi campioni che l’hanno praticato, che hanno stabilito dei record e che ne hanno segnato il percorso. Così, anche la storia della pallacanestro professionistica non può esimersi dal legarsi alle vicende di campioni come Michael Jordan, Bill Russell, Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Larry Bird, LeBron James e molti altri campioni. E quando questi campioni lasciano il parquet, si vivono momenti molto commoventi per tutto il movimento.

Recentemente hanno smesso di giocare molti grandi giocatori che hanno segnato il primo decennio del ventunesimo secolo. Nel giro di pochi mesi, hanno infatti detto addio all’NBA Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett, tre giocatori tra loro molto diversi. Gli ultimi due l’hanno fatto in maniera molto silenziosa. Il primo, invece, l’ha annunciato per tempo, trasformando la sua ultima stagione nella lega americana in un lungo e commosso addio.


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Ho giocato nonostante il sudore e il dolore non per vincere una sfida ma perché tu mi avevi chiamato. Ho fatto tutto per te perché è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire vivo come tu mi hai fatto sentire.
(Kobe Bryant)

L’annuncio pubblico, da parte di Kobe Bryant, della decisione di appendere le scarpe al chiodo è stata diramata tramite una sorta di lettera aperta che il giocatore ha scritto al basket. Sì, avete letto bene: proprio al basket. Si è rivolto allo sport che ha segnato la sua vita, mostrando i motivi per cui l’ha amato in maniera così viscerale.

La frase che trovate qui sopra arriva proprio da lì, ed è a nostro avviso la più significativa, o, meglio, quella più universale. Chiunque abbia giocato a basket con impegno e fatica, a qualsiasi livello sia arrivato, si riconoscerà nelle parole di Bryant. Perché è uno sport che chiede tanto a livello fisico – si corre ininterrottamente da una parte all’altra del campo, senza pause – ma che sa regalare anche tanto.

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Pallacanestro antifascista

La citazione di Beppe Fenoglio

Un giovane Beppe Fenoglio durante una partita di calcio
Un giovane Beppe Fenoglio durante una partita di calcio

Dopo aver parlato di cestisti attuali o del recente passato, facciamo un salto indietro. Andiamo addirittura al 1963, o, anzi, al 1944. La citazione che trovate qui sotto è infatti stata scritta da Beppe Fenoglio ed è contenuta nel romanzo Una questione privata, edito per la prima volta appunto nel 1963 (poco dopo la morte del suo autore) ma ambientato negli anni della guerra partigiana.

Come sa chi ha letto Il partigiano Johnny o qualche altra opera dello scrittore di Alba, Fenoglio era un amante della cultura inglese più che di quella americana. Ne amava la storia, la letteratura, l’arte. D’altronde, durante la guerra il suo apporto fu fondamentale per le formazioni partigiane per tenere i contatti con gli angloamericani. E, da buon appassionato di cultura inglese, apprezzò probabilmente più il calcio della pallacanestro, come dimostra anche la foto qui di fianco, scattata subito dopo la fine del conflitto.

Magnifico sport – disse Leo. – Tutto anglosassone. Milton, non ti è mai passato per la testa, allora, che chi praticava la pallacanestro non poteva esser fascista?
(Beppe Fenoglio)

In Una questione privata, però, Fenoglio introduce un interessante dialogo, di cui vedete qui sopra una importante citazione. A conversare sono Leo, comandante della formazione badogliana a cui aderisce il protagonista, e Milton, l’alter ego di Fenoglio, che non a caso ha un nome di battaglia preso di peso dalla letteratura britannica.

Qui la pallacanestro viene reputata, da Leo, uno sport anglosassone, e quindi sostanzialmente antifascista. E in un certo senso, per l’epoca, era vero. Il basket fu inventato da James Naismith, un insegnante canadese che lavorava negli Stati Uniti, attorno al 1891. In Inghilterra non si impose mai in maniera netta, tanto è vero che il paese in tutta la sua storia non ha mai avuto un piazzamento degno di nota nei grandi tornei internazionali. Ma questo a Fenoglio interessava poco. Per quel che ne sapevano gli italiani degli anni ’40, Stati Uniti e Gran Bretagna erano molto simili, un tutt’uno. E tanto bastava.

 

«Ed è per questo che alla fine ho vinto»

La celebre frase di Michael Jordan

Michael Jordan in gioventù, durante una celeberrima schiacciata
Michael Jordan in gioventù, durante una celeberrima schiacciata

Concludiamo con la più famosa tra tutte le citazioni mai pronunciate sul basket. Una frase che è celebre sia perché è effettivamente molto significativa, e ci spiega molto non solo della pallacanestro ma anche dello sport in genere; sia perché fu pronunciata dal più grande campione di tutti i tempi. La firma che trovate in calce alla citazione, infatti, è quella di Michael Jordan, lo storico numero 23 dei Chicago Bulls.

Di per sé, la frase non arriva da un contesto particolarmente epico. È una citazione che fu usata, infatti, dalla Nike durante uno dei numerosi spot che furono creati per sfruttare la popolarità della stella dei Bulls. È anche per questo che non sappiamo se sia stata effettivamente pensata da Jordan o dai pubblicitari che ne curavano l’immagine. Ma in fin dei conti, non è questo il punto: il punto è che è una delle frasi più vere mai dette sullo sport di alto livello.

Ho sbagliato più di 9.000 tiri nella mia carriera.
Ho perso quasi 300 partite.
26 volte si sono fidati di me e mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato.
Ho fallito molte e molte volte nella mia vita.
Ed è per questo che alla fine ho vinto.
(Michael Jordan)

La carriera di Michael Jordan, che è unanimemente considerato il più grande giocatore di basket di ogni epoca, d’altronde è stata davvero piena di fallimenti (oltre che di vittorie). All’università, a North Carolina, aveva ottenuto il titolo al primo tentativo, ma poi erano arrivati due anni deludenti. Nell’NBA venne scelto dai Chicago Bulls e subito fece registrare numeri impressionanti. Nel suo anno da rookie vantò una media di 28 punti abbondanti a partita, quasi 6 assist e più del 51% dal campo. Ma la squadra si qualificò a malapena per i playoff e venne buttata fuori al primo turno.

Nelle stagioni successive le statistiche migliorarono (sarebbe arrivato fino a 37 punti di media), ma non l’andamento generale del team. Nelle prime 6 stagioni a Chicago non riuscì mai a raggiungere le finali, venendo sempre eliminato prima del momento decisivo. Tutto cambiò a partire dal 1991, quando finalmente il sistema di Phil Jackson cominciò a funzionare e cominciarono a fioccare i titoli. Ma Jordan aveva già 28 anni, e non portava a casa un successo di squadra (tornei internazionali esclusi) da 9 anni, quando, diciannovenne, aveva vinto il campionato NCAA.

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