Quante volte vi sarà capitato, da ragazzi ma forse anche da adulti, di non riuscire a dire ai vostri genitori quello che avreste voluto, di non riuscire a trovare le parole. Sia che si tratti di cose belle, di sentimenti positivi e amorevoli, sia che si tratti di cose più dolorose, la comunicazione con chi ci ha dato la vita è spesso complicata, anche perché rapporti di così lunga data portano sempre con loro un carico di storie e di ricordi che è difficile mettere da parte.

Affidarsi alla parola scritta

Il problema non è solo vostro, ma comune, forse, a tutta l’umanità, soprattutto quando i caratteri sono o troppo diversi o troppo uguali. A volte, un modo per ovviare a questa difficoltà è stato quello di affidarsi alla parola scritta, alla forma della lettera, in cui, senza aver davanti agli occhi il padre o la madre, si riusciva finalmente a dire quello che si desiderava dire.

Abbiamo selezionato cinque lettere tra loro diversissime, e provenienti da contesti tra loro molto differenti, che però ci sembrano significative di cinque diversi modi in cui ci si può rivolgere a dei genitori. Eccole.

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1. La lettera di Franz Kafka

La più famosa missiva mai spedita ad un padre

Franz Kafka, autore di una delle più celebri lettere al padre mai scritte
Franz Kafka, autore di una delle più celebri lettere al padre mai scritte

Il nome di Franz Kafka non ha bisogno di molte presentazioni: sebbene quasi ignorato in vita, è oggi considerato uno degli scrittori più importanti del Novecento, capace di cogliere i germi di una sensibilità nuova e di portarli all’interno delle sue opere, da La metamorfosiIl processo, passando attraverso Nella colonia penale e altri racconti e romanzi.

Non solo le sue opere furono manifesto di quell’angoscia che si cominciava a percepire nei primi decenni del Novecento: anche la sua vita fu, infatti, teatro di grandi sofferenze e aspirazioni mancate, a cominciare dal rapporto coi genitori e in particolare col padre, Hermann Kafka, un commerciante ebreo praghese che fu sempre ostile alle sue ambizioni letterarie.


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Un rapporto che conosciamo nel dettaglio grazie ad una lettera che lo stesso Kafka gli scrisse nel 1919, all’età ormai di 36 anni, e che fu pubblicata postuma (con grande successo) nel 1952. Eccone l’inizio.

Lettera al padre
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La metamorfosi-Lettera al
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Lettera al padre-La condanna.
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Caro papà,
recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una risposta molto incompleta, perché anche quando scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze, e perché la vastità del tema oltrepassa di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza. […]
Ero un bambino pauroso; ma ero anche testardo, come lo sono i bambini; certo, la mamma mi viziava, ma non posso credere di essere stato particolarmente indocile, non posso credere che con una parola gentile, uno sguardo affettuoso, prendendomi per mano in silenzio, non si sarebbe ottenuto da me tutto ciò che si voleva. E tu sei, in fondo, una persona bonaria e dolce (quanto sto per dire non è in contraddizione, parlo solo dell’impressione che da bambino avevo di te), ma non tutti i bambini hanno la resistenza e il coraggio di cercare a lungo l’affetto sino a trovarlo. Tu sai trattare un bambino solo secondo il tuo carattere, con forza appunto, con fracasso e irascibilità, e nel mio caso ciò ti sembrava quanto mai opportuno, volendo fare di me un giovane forte e coraggioso.
Dei primi anni ricordo bene solo un episodio. Forse anche tu lo ricordi. Una notte piagnucolavo incessantemente per avere dell’acqua, certo non a causa della sete, ma in parte probabilmente per infastidire, in parte per divertirmi. Visto che alcune pesanti minacce non erano servite, mi sollevasti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi lasciasti là per un poco da solo, davanti alla porta chiusa, in camiciola. Non voglio dire che non fosse giusto, forse quella volta non c’era davvero altro mezzo per ristabilire la pace notturna, voglio soltanto descrivere i tuoi metodi educativi e l’effetto che ebbero su di me. Quella punizione mi fece sì tornare obbediente, ma ne riportai un danno interiore. L’assurda insistenza nel chiedere acqua, che trovavo tanto ovvia, e lo spavento smisurato nell’essere chiuso fuori, non sono mai riuscito a porli nella giusta relazione. Ancora dopo anni mi impauriva la tormentosa fantasia che l’uomo gigantesco, mio padre, l’ultima istanza, potesse arrivare nella notte senza motivo e portarmi dal letto sul ballatoio, e che dunque io ero per lui una totale nullità. […]
Era sufficiente a schiacciarmi la tua sola immagine fisica. Ricordo, ad esempio, quando ci spogliavamo nella stessa cabina. Io magro, debole, sottile, tu alto, imponente. Anche dentro la cabina mi facevo pena, non solo davanti a te, ma davanti al mondo intero, perché tu eri per me la misura di tutte le cose. Quando poi uscivamo tra la gente e tu mi tenevi per mano, uno scheletrino, malsicuro, a piedi nudi sul tavolato, impaurito di fronte all’acqua, incapace di imitare i movimenti di nuoto che tu insistevi a illustrarmi con le migliori intenzioni, ma in realtà facendomi vergognare sempre di più, allora cadevo in preda alla disperazione e in quegli istanti tutte le mie esperienze negative in tutti i campi trovavano una spaventosa conferma. Il sollievo maggiore lo provavo quando a volte ti spogliavi per primo e io potevo restare solo in cabina e differire la vergogna della mia comparsa in pubblico, fin quando venivi a vedere dove mi fossi cacciato e mi trascinavi fuori. Ti ero riconoscente perché non sembravi notare il mio disagio, e poi ero fiero del corpo di mio padre. D’altronde questa diversità esiste ancor oggi tra noi, negli stessi termini.

 

2. La lettera della LEGO

I danesi erano all’avanguardia già nel 1974

La lettera ai genitori scritta dalla LEGO negli anni '70
La lettera ai genitori scritta dalla LEGO negli anni ’70

Ha fatto piuttosto scalpore, qualche mese fa, la pubblicazione della fotografia che vedete qui di fianco. Un utente del famoso sito web Reddit, tale fryd_, l’ha pubblicata, asserendo di averla trovata all’interno di una scatola di LEGO che risaliva agli anni ’70. Rapidamente è saltata fuori anche una versione in tedesco della stessa lettera, datata 1974, anche se l’incredulità per un messaggio così moderno ha portato molti a dubitare dell’autenticità del foglio.

La parola definitiva sulla questione è arrivata dall’azienda di giocattoli danese: la stessa divisione italiana ha infatti confermato che «il testo era parte di un opuscolo Lego del 1974. Il catalogo era incluso all’interno di alcuni set selezionati che facevano parte di una serie dedicata alle case delle bambole nel 1974».

Ai genitori
Il desiderio di creare è ugualmente forte in tutti i bambini. Ragazzi e ragazze.
È l’immaginazione che conta. Non le capacità. Costruisci tutto quello che ti salta in mente, nel modo che vuoi. Un letto o un camion. Una casa delle bambole o una navicella spaziale.
Ad un sacco di ragazzi piacciono le case delle bambole. Sono più umane delle navicelle spaziali. Un sacco di ragazze preferiscono le navicelle spaziali. Sono più eccitanti delle case delle bambole.
La cosa più importante è mettere il giusto materiale nelle loro mani e lasciare che creino tutto ciò che li attrae.

 

3. La lettera di Michael Andrew Scott

Gli addii dei soldati della Seconda guerra mondiale

Michael Andrew Scott
Michael Andrew Scott

Quello di Michael Andrew Scott non è un nome famoso. Fu uno dei tanti soldati inglesi che morirono sullo stretto della Manica durante la Seconda guerra mondiale, nel tentativo di opporsi alla ferocia nazista che stava sconquassando l’Europa. Era nato nel 1916, all’epoca in cui la sua Gran Bretagna era in guerra con la Germania (quella volta non nazista ma comunque militarista) e sarebbe morto appena venticinque anni dopo, nel 1941.

La lettera che scrisse ai suoi genitori nell’eventualità in cui avesse trovato la morte durante il conflitto è stata ritrovata e pubblicata da Sian Price, una storica che ha passato tre anni a raccogliere le più belle lettere d’addio che i soldati di tutte le guerre combattute tra il Diciassettesimo secolo e i giorni nostri hanno scritto ai loro genitori, alle loro fidanzate, ai loro figli. Quella di Scott è toccante anche per la lucidità con cui è stata scritta, nonostante la giovane età del soldato.


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Caro papà,
poiché questa lettera ti verrà recapitata solo in caso di mia morte, potrà sembrarti un documento in qualche modo macabro, ma non voglio che tu la veda in questo modo. Ho sempre sentito che la nostra permanenza su questa terra, quella cosa che chiamiamo “Vita”, non sia altro che una tappa transitoria nel nostro sviluppo, e che il temuto monosillabo “Morte” [death in inglese] non debba indicare nulla di cui avere paura. Ho vissuto le mie avventure e devo ora passare al prossimo stadio, la consumazione di tutta l’esperienza terrena. Quindi non preoccuparti per me; starò bene.
Vorrei rendere tributo al coraggio che tu e mia madre avete mostrato, e continuerete a mostrare, in questi momenti tragici. È facile vedere un nemico faccia a faccia, e riderne deridendolo, ma i nemici invisibili Durezza, Ansietà e Disperazione costituiscono un problema molto difficile. Avete tenuto assieme la famiglia come pochi avrebbero potuto fare, e mi levo il cappello davanti a voi.
Ora vi vorrei parlare un po’ di me. Sapete quanto odiassi l’idea della Guerra, e quell’odio rimarrà con me per sempre. Ciò che mi ha permesso di continuare è la forza spirituale che deriva dalla musica, che rifletteva i miei stessi sentimenti, e dal potere che ha di sollevare un’anima dalle cose terrene. Mark ha fatto la mia stessa esperienza, anche se il suo mezzo di incoraggiamento è stata la Poesia. Ora andrò alla sorgente della Musica, e potrò soddisfare i vaghi desideri della mia anima diventando parte della fonte da cui derivano tutti i beni. Non credo in un Dio personale, ma credo più fortemente in una forza spirituale che è stata l’origine del nostro essere, e che sarà la nostra meta definitiva. Se c’è qualcosa per cui vale la pena combattere, è il diritto di seguire i nostri sentieri fino a questa meta e prevenire i nostri bambini dal vedere le loro anime sterilizzate dalle dottrine naziste. L’aspetto più orribile del nazismo è il suo sistema educativo, basato sul condurre invece che sul tirar fuori, e sul mettere lo Stato al di sopra di tutte le cose spirituali. Ed è per questo che ho combattuto.
Quello che posso fare ora è dar voce alla mia fede che questa guerra terminerà con la Vittoria, e che voi avrete molti anni davanti a voi in cui recuperare la normale vita civile. Buona fortuna!
Mick

 

4. La lettera di Eric Fox Pitt Lubbock

L’addio di un ragazzo a sua madre

Eric Fox Pitt Lubbock
Eric Fox Pitt Lubbock

Sempre dal libro di Sian Price proviene anche la nostra quarta lettera, scritta questa volta durante la Prima guerra mondiale. L’autore della missiva è Eric Fox Pitt Lubbock, un giovane tenente che sarebbe morto in realtà un anno e mezzo dopo aver scritto il testo per sua madre: la lettera è infatti datata ottobre 1915, mentre la data del decesso di Lubbock è l’11 marzo 1917, durante la battaglia delle Fiandre.

Educato a Eton e Oxford, Lubbock era uno dei tanti giovani studenti universitari che si arruolarono volontari allo scoppio della Prima guerra mondiale, desiderosi di dare il loro contributo e di trovare, sul campo di battaglia, un terreno in cui confrontarsi, in cui scappare dalla banalità della vita borghese, in cui poter mostrare il loro coraggio e i loro valori; una generazione che andò incontro, inconsapevole, alla propria disfatta davanti ai colpi delle mitragliatrici e delle armi automatiche.

Mia cara mamma,
ognuno qui si deve confrontare quasi ogni giorno con la possibilità della Morte, e quando guarda avanti ai prossimi mesi questa possibilità diventa davvero probabile. Per questo ora ti sto scrivendo brevemente alcune parole che, nell’eventualità di una mia morte, spero ti possano dare conforto e incoraggiamento. Questo è il mio scopo nello scriverti, perché il mio obiettivo nella vita è aiutarti e darti conforto, e la mia ultima speranza è che, se dovessi essere portato via da te, possa fare a meno di causarti un grande dolore. I pensieri che vorrei scriverti sono quelli che ho avuto in un’occasione in cui sembrava che la mia vita stesse quasi per finire. Inoltre, so che nelle mie ultime ore, ne sono convinto, la mia più grande consolazione sarà il sapere che quei pensieri ti potranno raggiungere. Quindi scriverò semplicemente le mie idee al riguardo e spero altresì che ti permettano di capire che, sebbene io sia stato portato via, questo non implica solo dolore.
Una delle domande che ci si fa riguardo a tutto questo è: hai paura della Morte? E mi sono convinto di non averne. Cerco di non immaginare cosa ci sia dopo la morte. Ci sono molte, moltissime cose che confondono quando ci si pensa, ma questo mi sembra l’unico problema veramente irrisolvibile. Come da bambini non abbiamo alcuna idea di come sia realmente la vita, così non abbiamo alcuna idea di cosa ci sia dopo la vita. Ma a questo credo: che questo mondo sia la nostra nursery e che qui veniamo allenati per essere pronti per un’altra e migliore vita.
Certo, so che tutto questo non ti solleverà dai primi morsi della separazione. Dirai che sarei dovuto essere risparmiato, per qualche tempo, per aiutarti e confortarti. Sì, e spero che sarò risparmiato.
Quindi, mamma, se mi perderai, cerca di fare in modo che il colpo non sia troppo duro per te, prova a superare il tuo dispiacere e a vivere in pace. Hai molto lavoro davanti a te nel badare a M. e nel portarlo ad essere il grande e buon uomo che diventerà. E devi aiutare U., che sebbene sia così meravigliosamente forte e brava, ha bisogno di aiuto nel tirar su i suoi bambini, un aiuto che tu più di chiunque altro puoi darle. Vivi felice per loro.

 

5. La lettera di Mike Matheny

D’allenatore di baseball ai genitori dei suoi ragazzi

Mike Matheny, ex giocatore di baseball e attuale coach dei St. Louis Cardinals (foto di Arturo Pardavila III via Flickr)
Mike Matheny, ex giocatore di baseball e attuale coach dei St. Louis Cardinals (foto di Arturo Pardavila III via Flickr)

Concludiamo con una lettera completamente diversa da quelle che abbiamo presentato finora, una lettera scritta non da un figlio ai propri genitori, ma da un allenatore di baseball, che però ci sembra rilevante per come tocca alcuni punti importanti dello sport e del suo aspetto più propriamente educativo. L’autore della lettera è Mike Matheny, ex giocatore della Major League Baseball e dal 2012 primo allenatore dei St. Louis Cardinals, una delle squadre più prestigiose della lega.

Laureato alla University of Michigan, Metheny entrò nella MLB nel 1991, selezionato dai Milwaukee Brewers; passò poi brevemente ai Toronto Blue Jays, lasciando una traccia maggiore nei St. Louis Cardinals e concludendo la carriera nei San Francisco Giants. Non un grande battitore, fu però uno dei più forti ricevitori della sua generazione, arrivando per quattro volte alla conquista del Guanto d’oro di categoria, un riconoscimento dato ai difensori più forti della stagione. Ritiratosi nel 2006, passò ad allenare i ragazzini (e la lettera che riportiamo qui sotto risale proprio a questo periodo) prima di essere assunto, appunto nel 2012, come manager della sua ex squadra, che nel 2013 ha portato alle World Series, poi perse contro i Boston Red Sox.


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Ho sempre detto che l’unica squadra che avrei allenato sarebbe stata una squadra di orfani, ed ora ci siamo. La ragione per cui dico questo è che ho scoperto che il più grande problema nello sport giovanile sono i genitori. Penso che sia meglio stroncare questa cosa sul nascere. Penso che il concetto che sto chiedendo a tutti voi di afferrare è che questa esperienza riguarda esclusivamente i ragazzi. Se ci fosse qualcosa che riguarda voi, dovremmo cambiare i piani. I miei principali obiettivi sono i seguenti:
1) insegnare a questi giovani uomini come giocare bene a baseball;
2) avere un impatto positivo sulla loro formazione;
3) fare tutto questo con classe.
Potremmo non vincere ogni partita, ma saremo gli allenatori, i giocatori e i genitori di maggior classe in ogni partita che giochiamo. I ragazzi giocheranno mostrando rispetto per i loro compagni di squadra, per gli avversari e gli arbitri, qualunque cosa succeda.
[…] Credo che il più grande compito di un genitore sia quello di essere una silenziosa fonte di incoraggiamento. Penso che se chiedeste alla maggior parte dei ragazzi cosa vogliono che i loro genitori facciano durante la gara, risponderebbero: “Nulla”. Ancora una volta: questo gioco riguarda solo i ragazzi. Credo che il genitore ritenga di dover partecipare urlando forte cose come “Andiamo! Forza! Ce la puoi fare!”, che però aggiungono pressione ai ragazzini. Darò già io abbastanza pressione ai ragazzi […], e loro la daranno a loro stessi e ai loro compagni: voi come genitori dovete essere silenziose e costanti fonti di supporto.
Potremmo non avere dei buoni arbitraggi. È un fatto, e prima lo capiamo, meglio giocheremo. Ci saranno palle che rotoleranno nella terra che verranno chiamate strike e palle che voleranno sopra alle nostre teste che verranno chiamate strike. I ragazzi non saranno autorizzati in alcun momento a mostrare emozioni contro l’arbitro. Non scuoteranno la testa, né terranno il broncio, né diranno alcunché all’arbitro. Questo è il mio mestiere, e lo farò bene. […] Sto davvero facendo a voi genitori un favore di cui probabilmente non vi accorgete. Vi ho tolto ogni compito se non quello di portare i vostri figli in tempo e divertirvi. La cosa che questi ragazzi hanno bisogno di sentire è che vi siete divertiti a guardarli e che sperate che anche loro si siano divertiti.
[…] Voglio che voi tutti sappiate che probabilmente perderemo molte partite quest’anno. La ragione principale è che dobbiamo capire come misurarci con i talenti locali. L’unico modo per farlo è giocare contro alcune delle migliori squadre.
[…] So che questo modo funzionerà perché è il modo in cui io fui avviato al gioco e il modo in cui i nostri genitori agivano dagli spalti. Entrai nella mia prima squadra quando avevo 10 anni, in un piccolo sobborgo di Columbus, in Ohio. Avevamo un allenatore molto disciplinato, che si attendeva lo stesso da noi. Dedicammo otto estati a quest’uomo e fummo ripagati dei nostri sforzi. Io sono andato all’Università del Michigan, uno a Duke, uno alla Miami of Florida, due a North Carolina, uno a Central Florida, uno a Kent State, e la maggior parte degli altri ha giocato in divisioni minori. Quattro di noi finirono per diventare professionisti. Questo è avvenuto in una cittadina in cui nessuno era mai stato reclutato da alcun college. Non voglio dire che questo accadrà per forza anche ai vostri figli, ma voglio che capiate che questo sistema funziona.

 

 

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