Le favole di ogni tempo e luogo sono piene di animali perché tramite loro si possono trasmettere più facilmente gli insegnamenti ai più piccoli (ma anche i più grandi possono trarne giovamento). Se da un lato il riferimento al mondo animale ha i suoi indubbi vantaggi didattici e didascalici, dall’altro ha il demerito di aver catalogato gli animali non umani in un certo modo ben preciso: per tutti noi, la volpe è furba, per esempio; il lupo è ingordo e cattivo; il gufo è saggio; il gatto è traditore; il cane è fedele… e potremmo continuare a lungo.

Al di là di queste considerazioni, resta il fatto che le favole con animali sono tra le più conosciute e le più belle; ci sono le favole classiche che tutti conosciamo, ma ne vengono inventate sempre di nuove, che spesso sono dei piccoli gioielli della letteratura contemporanea.


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La volpe e l’uva

Non è facile accettare di essere sconfitti

La volpe e l’uva è probabilmente una delle più note favole con gli animali. È brevissima e anche per questo ha avuto molto successo. È attribuita allo scrittore greco Esopo (circa 620-560 a.C.) ed è stata ripresa dal latino Fedro (circa 20/15 a.C. – 51 d.C.) e in questa forma ha avuto grande successo. Eccone il testo.

Spinta dalla fame una volpe tentava di raggiungere un grappolo d’uva posto in alto sulla vite, saltando con tutte le sue forze. Non potendo raggiungerla, esclamò: «Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!». Coloro che sminuiscono a parole ciò che non possono fare, debbono applicare a se stessi questo esempio.

Come dicevamo, la volpe e l’uva è una favola celeberrima, tanto che è entrato nell’uso comune dire «Fare come la volpe con l’uva» quando si vuole indicare qualcuno che non accetta le sconfitte; si è soliti usare anche la locuzione latina: «Nondum matura est». È interessante notare che in inglese non si parla di uva acerba, ma aspra il che cambia di molto le carte in tavola: dire che l’uva è acerba, infatti, significa che si può sempre attendere che gli acini giungano a maturazione e quindi si può ritentare; affermare invece che l’uva è aspra significa proprio gettare la spugna.

 

La cicala e la formica

Però, diciamolo onestamente, la cicala ci è molto più simpatica di quella meticolosa formica, vero?

Anche qui siamo debitori a Esopo, pur se la versione che tutti conosciamo è quella adattata da Jean de la Fontaine (1621-1695). Ed è proprio questa versione che riportiamo a seguire, nella traduzione di Emilio De Marchi, scrittore e traduttore italiano morto nel 1901.

La Cicala che imprudente
tutta estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell’inverno si trovò,
senza più un granello e senza
una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l’agosto,
in coscienza d’animale,
interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
«Che hai tu fatto fino a ieri?»
«Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo». «Brava hai gusto;
balla adesso, se ti pare».

 

Il lupo e i sette caprettini

Recentemente è stata pubblicata anche una versione vegetariana di questa favola

Il lupo e i sette caprettini è una favola dei fratelli Grimm che racconta di una capra che aveva sette figlioletti e un giorno dovette lasciarli da soli in casa per andare a fare spesa. Prima di uscire disse loro: «Cari piccini, guardatevi dal lupo; se viene, vi mangia tutti in un boccone. Quel furfante spesso si traveste, ma lo riconoscerete subito dalla voce rauca e dalle zampe nere».


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La capra andò via ed ecco puntuale il lupo. I capretti, memori delle avvertenze della mamma, smascherarono il lupo una prima volta dalla voce rauca e poi dalla zampa nera. Il lupo, allora, pensò bene di infarinarsi la zampa e tornare dai capretti che, quando gli chiesero di fargli vedere la zampa, notarono che era bianca e pertanto pensarono che la mamma fosse tornata e aprirono. Il lupo, così, entrò e mangiò i caprettini, tranne uno che riuscì a nascondersi dentro la cassa dell’orologio. Sazio, il lupo andò a riposare sotto un albero.

Le pietre in pancia

Mamma capra tornò e si disperò nel vedere quello che era successo; il capretto che si era nascosto le raccontò tutto e i due andarono alla ricerca del lupo. Trovatolo, notarono che nella pancia si muoveva ancora qualcosa: lesta, lesta mamma capra tagliò la pancia del lupo e i sei capretti ne uscirono vivi. Poi mamma capra e i sette capretti riempirono la pancia del lupo con delle pietre. Quando il lupo si svegliò, aveva una grande pesantezza di stomaco (con tutte quelle pietre!) e si trascinò fino alla fonte per bere, ma il peso dei sassi lo tirò giù e lo fece affogare. Così tutti vissero felici e contenti; tranne il lupo, ovviamente!

Di questa fiaba recentemente è stata pubblicata una versione vegetariana: al posto delle pietre vengono messe nella pancia del lupo diverse verdure e così, quando si sveglia, non solo si sente sazio ma capisce anche che le verdure sono più buone dei capretti e si possono mangiare senza tutti quegli sforzi che ha dovuto compiere!

LE PIU' BELLE FIABE IL LUPO E I SETTE CAPRETTI

 

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Imparare a conoscersi per poter dare il meglio di sé

La lentezza delle lumacheTra i vari libri dello scrittore cileno naturalizzato francese Luis Sepúlveda ce ne sono alcuni dedicati agli animali. Celebre è Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, per esempio. Recentemente Sepúlveda ha pubblicato Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, un libro breve che ha tutto il sapore della favola.

Le lumache, si sa, vivono una vita lenta e silenziosa e tra loro si chiamano solo “lumaca” (un po’ come succede con le formiche!). Una di loro, però, ritiene che sia sbagliato non avere un nome e poi è curiosa di sapere il perché loro sono così lente. È così che intraprende un viaggio – non senza la disapprovazione delle altre lumache – che la porterà non solo a conoscere nuovi amici ma anche a sperimentare cosa significhi avere coraggio.

Storia di una balena bianca
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Storia di una lumaca che scoprì
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L’aquila che si credeva un pollo

La favola quasi messa all’indice

L'aquila, animale spesso usato nelle favolePiù che una favola, L’aquila che si credeva un pollo è un breve apologo che però ha tutta la struttura di una fiaba. Autore è il gesuita indiano Anthony De Mello (1931-1987) che, per il fatto di avere una visione molto ampia della spiritualità, è stato quasi messo all’indice dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio). La favola a cui si riferiamo è nota e, in sintesi, è la seguente.

Tra le uova che covava una chioccia ce n’era anche uno d’aquila e quando i pulcini nacquero, anche l’aquilotto venne alla luce e fu cresciuto come una gallina. Un giorno, grandicello, mentre becchettava nel cortile vide un grande uccello e chiese al proprio vicino chi mai fosse. Il collega pollo gli rispose: «È l’aquila, la regina degli uccelli, ma non ci pensare. Tu e io siamo diversi da lei». Così l’aquila non ci pensò più e morì pensando di essere una gallina.

 

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