Cinque belle frasi sugli sguardi

Le migliori frasi sugli sguardi

Gli occhi sono lo specchio dell’anima, si diceva un tempo. Un luogo comune, certo, che però indubbiamente ci fa capire quanto lo sguardo sia sempre stato considerato qualcosa di fondamentale per conoscere l’altro. Proprio per questo motivo oggi vogliamo proporvi cinque frasi sugli sguardi che, scritte da pensatori e poeti, ci aiuteranno a capirne la natura.

Perché lo sguardo può essere contemporaneamente molte cose. Può attrarci e può allontanarci, può farci innamorare e può farci sentire amati, può farci provare un brivido ma, quando lo usiamo noi, può aiutarci anche semplicemente a conoscere il mondo.

Proprio su questa ambivalenza di fondo si baserà tutto il nostro discorso. Tra citazioni più corpose ed altre più brevi, tra aforismi e versi, vi forniremo alcune frasi su cui riflettere e da poter usare a vostro piacimento in ogni occasione in cui vi potranno tornare utili.

Assieme ad esse, vi presenteremo anche qualche breve nota biografica sulle persone che le hanno pronunciate. Ed ora andiamo a scoprirle.

 

1. Una delle cose più belle in natura

L’incontro degli occhi secondo Ralph Waldo Emerson

Ralph Waldo Emerson è un filosofo che abbiamo utilizzato spesso nelle nostre schede dedicate agli aforismi e alle frasi significative. Il pensatore di Boston, d’altra parte, è stato uno scrittore molto importante per la definizione della mentalità americana, ed è spesso sottovalutato.

Inoltre, il suo stile chiaro, succinto e diretto fece a suo tempo scuola, anche se in Europa arrivò solo di riflesso. Poco studiato nel vecchio continente, il pensiero di Emerson finì per influenzare la nostra cultura, infatti, soprattutto attraverso Friedrich Nietzsche, che del filosofo americano fu un avido lettore.

Una delle cose più belle in natura, dove tutto è meraviglioso, è lo sguardo, o l’incontro degli occhi; questa comunicazione rapida e perfetta che trascende parola e azione.
(Ralph Waldo Emerson)

La frase che abbiamo scelto – tra le tante che dedica alle bellezze degli occhi e del volto – ci pare particolarmente significativa. In essa, Emerson sottolinea la straordinaria magia che si cela dietro all’incontro con gli occhi.

Quante volte, incrociando uno sguardo con cui sentiamo una particolare sintonia, ci sembra di accedere a qualcosa di ben più grande che due semplici occhi? Quante volte proviamo un sentimento, un brivido che è difficile – forse impossibile – descrivere?

È la magia dello sguardo, una «comunicazione rapida e perfetta». Una speciale comunione, istintiva ed istantanea, che non a caso è stata spesso rimarcata anche dai proverbi e dalle frasi idiomatiche. Si dice, ad esempio, che ci si «intende con gli occhi», perché a volte lo sguardo crea maggior comunanza. Ed Emerson pare averlo capito molto bene.

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2. I legami psichici più durevoli

Il magnetismo etico secondo Edgar Allan Poe

Sulla stessa falsariga di Emerson si pone anche Edgar Allan Poe, scrittore sempre americano (anzi, bostoniano) e sempre figlio dell’Ottocento.

Narratore tra i più importanti della nascente letteratura americana, Poe si specializzò nei racconti horror, di cui è considerato padre e maestro. Ma in queste novelle, oltre alla tensione e ad alcuni dettagli gotici, non mancava una buona dose d’introspezione psicologica.

Molti anni fa, era di moda mettere in ridicolo l’idea dell’«amore a prima vista»; ma coloro che pensano, non meno di coloro che sentono profondamente, ne hanno sempre sostenuto l’esistenza. A dire il vero le moderne scoperte, in quel che può essere definito magnetismo etico o magneto estetica, fanno apparire probabile che i più naturali e perciò i più veri ed i più intensi affetti umani sono quelli che sorgono nel cuore quasi per opera di simpatia elettrica, in una parola che i legami psichici più vivi e durevoli sono quelli scaturiti da uno sguardo.
(Edgar Allan Poe)

Ovviamente, l’indagine sulla natura dell’agire umano e sui deliri della coscienza lo spinse a considerare pure l’amore, anche se nei suoi scritti questo sentimento è quasi sempre in secondo piano. Proprio all’interno di queste analisi si inserisce comunque la frase che abbiamo appena citato qui sopra.

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Una frase che ovviamente dal punto di vista scientifico ha poco fondamento, nonostante cerchi di darsi un tono di questo tipo. Ma che, nonostante ciò, non smette di colpire: anche perché davvero lo sguardo, in certi casi, sembra stimolare quella “simpatia elettrica“, istantanea, a cui Poe fa riferimento.

 

3. L’occhio percepisce ma non scruta

La riflessione di Muriel Barbery

Muriel Barbery è una scrittrice francese ormai vicina ai cinquant’anni, che però è divenuta famosa in Europa e nel mondo piuttosto di recente. Dopo aver insegnato filosofia a livello universitario per anni, nel 2006 ha pubblicato in Francia il romanzo L’Élégance du hérisson.

Edito da Gallimard, il libro è stato tradotto nel nostro paese l’anno successivo col titolo L’eleganza del riccio, diventando un best-seller. Un successo, tra l’altro, di certo non dovuto a particolari campagne pubblicitarie, ma solo al passaparola dei lettori.

Lo sguardo è come una mano che tenta inutilmente di afferrare l’acqua che scorre. Sì, l’occhio percepisce ma non scruta, crede ma non interroga, recepisce ma non indaga, è privo di desiderio e non persegue nessuna crociata.
(Muriel Barbery)

Nel romanzo si rincorrono tanti personaggi originali, da bambine che si ergono a giudici dell’umanità a portinaie molto più colte di quanto non possa sembrare. Ad ogni modo, è la cultura a farla da padrona, cultura che riecheggia nelle parole dei personaggi e nel loro modo di pensare.

Così, quando la Barbery si trova a parlare – non solo in L’eleganza del riccio, ma anche negli altri suoi libri – si scorge una capacità d’analisi rara per un romanziere. Come d’altronde emerge anche dalla citazione che abbiamo scelto, che coglie l’ambivalenza dello sguardo, che è uno strumento di conoscenza ma passivo e inerme.

L’occhio percepisce e registra, ma non riesce ad andare al di là di quello che vede. Si fida di se stesso, con tutti i vantaggi ma anche i limiti che questo comporta. Per questo l’occhio è un organo neutro, che appunto “non persegue crociate”, ma semplicemente accetta l’esistente. O, meglio: quello che riesce a cogliere dell’esistente.

 

4. Lo sguardo di Dio

Il dibattito attorno al Libro di Tobia

Ci sarebbe molto da scrivere sul Libro di Tobia [1], un testo sacro di cui pochi di voi, probabilmente, hanno sentito parlare. Fa parte della Bibbia, o almeno della Bibbia dei cattolici e degli ortodossi. Non rientra invece nel testo ebraico, visto che gli ebrei non lo riconoscono come libro sacro, né di quello protestante.

Il motivo di questa diversità sta nell’origine di questo testo. Per secoli, infatti, lo si è conosciuto sulla base di una fonte greca. È vero che racconta il destino di una famiglia ebraica attorno al VII secolo a.C., ma appunto la mancanza di un testo in lingua originale ha sempre fatto dubitare gli ebrei.

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In realtà, ritrovamenti archeologici effettuati nel XX secolo hanno permesso di recuperare frammenti del testo originale in aramaico, che corrispondono perfettamente alla traduzione greca. E permettono di sostenere con una certa sicurezza l’origine ebraica del Libro di Tobia.

Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio.
(Libro di Tobia)

Ad ogni modo, la frase che riportiamo qui sopra ci riferisce un modo di pensare che è presente anche in molti altri punti della Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Dio, secondo la tradizione ebraica e cristiana, ci chiede infatti di difendere il debole.

Solo che l’idea della difesa, della protezione viene espressa con la metafora dello sguardo. Noi dobbiamo posare il nostro sguardo sul povero come Dio lo posa su di noi. L’uno implica l’altro, e senza l’uno scompare anche l’altro. Perché lo sguardo è vedere, tenere d’occhio, ma anche aspettare, sperare, fidarsi.

 

5. Come il barometro

Bulgakov e il potere dello sguardo

Michail Bulgakov è stato un grande romanziere russo, morto purtroppo troppo giovane e autore – suo malgrado – di pochi libri. Nato nel 1891, si trovò ad operare infatti durante il regime di Stalin. E nonostante il dittatore sovietico avesse una certa predilezione per il suo modo di scrivere, i suoi rapporti con la censura furono spesso burrascosi.

Il suo stile, però, era magico. Sapeva unire ironia, sarcasmo e una profondità quasi poetica e mistica. Così, i suoi testi presentano spesso più livelli di lettura, andando dal comico al drammatico, e una rara capacità d’analisi della società del suo tempo.

Ma lo sguardo no, quello non si può confondere, né da vicino né da lontano! Oh, lo sguardo, sì che è significativo! Come il barometro. S’indovina tutto: chi ha un gran deserto nell’anima, chi senza una ragione è capace di ficcarti uno stivale fra le costole e chi invece ha paura di tutto.
(Michail Bulgakov)

A volte questa analisi si scagliava contro lo Stato sovietico e le sue pretese totalitarie. Altre volte, però, si concentrava sull’uomo, sulle sue speranze, sulle sue aspirazioni. Perfino sull’amore, come dimostra il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita.

La frase che riportiamo si concentra ancora una volta sullo sguardo. Uno sguardo di cui Bulgakov riesce a cogliere l’importanza vitale. Dallo sguardo, se lo si sa leggere, si riesce a scorgere moltissimo. Da uno sguardo si conosce l’altro. Solo dallo sguardo se ne può percepire la vera essenza.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Un riassunto delle principali vicende “bibliche” di questo libro può essere letto qui.

 

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