Dal punto di vista dell’arte, il Novecento è stato sicuramente il secolo delle immagini; anzi, ad essere più precisi, il secolo delle immagini riproducibili. L’avvento della fotografia – grazie a una serie di scoperte portate avanti nel corso del XIX secolo – e del cinema ha infatti cambiato notevolmente il modo di porsi davanti alle opere d’arte, e ha costretto gli artisti più tradizionali a ripensare al loro ruolo e ai loro compiti. Ma ha cambiato anche la percezione stessa dell’immagine. Non è un caso che si sia riflettuto molto, per tutto il secolo, su questi temi, e si siano sfornate importanti frasi sulla fotografia, sul cinema, sulla commistione tra arte e mass media.

La fotografia – su cui vogliamo oggi puntare i nostri riflettori – è probabilmente la madre di tutti questi cambiamenti. È stata la scoperta del modo in cui si poteva fissare su carta uno squarcio di realtà che ha portato, in primo luogo, a cambiare la percezione, a cambiare il modo con cui gli uomini si rapportano con la realtà stessa.

Dopo secoli di arte rappresentativa, che cercava di imitare la realtà, arrivava un mezzo – la macchina fotografica – che era capace di catturare la realtà stessa molto meglio di quanto potesse fare il più bravo dei pittori. E però, come si comprese fin troppo presto, l’oggettività della fotocamera era sempre parziale, e forse addirittura falsa.

Il fotografo non fissava essenzialmente la realtà, ma sceglieva quale realtà mostrare, con quale luce, con quale taglio, in quale momento (per non parlare poi di quando ricreava ad arte le scene o operava dei fotomontaggi più o meno elaborati).

E quindi la fotografia, che sembrava rompere con le arti tradizionali, in un certo senso finiva per recuperarle e valorizzarle di nuovo.

Le riflessioni che si potrebbero fare su questa arte recentissima eppure già vecchia sono però molte, e con queste poche righe abbiamo appena scalfito la scorza di quel che c’è da dire. Approfondiamo allora l’argomento tramite cinque frasi della fotografia che abbiamo selezionato per voi.

 

1. Tra fotografia e scultura

L’idea di Robert Mapplethorpe

Uno dei più grandi e interessanti fotografi americani degli anni ’70 e ’80 è stato sicuramente Robert Mapplethorpe. Nato a New York nel 1946, si specializzò sostanzialmente in due generi, entrambi coltivati all’interno del suo studio: da un lato il ritratto di personaggi famosi del mondo dello spettacolo e delle arti, dall’altro i nudi.

Robert Mapplethorpe in un celebre autoritratto

Mentre al primo genere appartenevano alcuni celebri scatti in cui immortalò Andy Warhol, Patti Smith e altri [1], nella seconda tipologia rientrano una serie di collezioni in cui i modelli si disponevano in pose sostanzialmente plastiche, quasi ad emulare – in certi casi – gli atleti greci.

Omosessuale dichiarato ed interessato a ritrarre anche la vita della sottocultura gay americana, Mapplethorpe prediligeva modelli molto atletici, spesso proprio dei culturisti, che disponeva in ambienti scarni, in modo che tutta l’attenzione fosse rivolta ai corpi e ai muscoli.

In fondo la fotografia è un modo più sbrigativo per fare una scultura.
(Robert Mapplethorpe)

Tanto classiche nelle pose quanto irriverenti nelle scelte, le sue fotografie sembravano quasi delle sculture. E così si spiega anche la citazione con cui abbiamo scelto di aprire la nostra cinquina. Se la fotografia è stata spesso accostata alla pittura, Robert Mapplethorpe insomma ne sottolineava invece la parentela con la scultura.

 

2. Profondità non solo di campo

L’esperienza di William Eugene Smith

Forse il nome di William Eugene Smith potrebbe non dirvi nulla. Non fu, infatti, in vita, uno di quei fotografi di grido, il cui nome passa di bocca in bocca, di museo in museo, di mostra in mostra. Complice il suo mestiere – quello del fotoreporter – che lo portava a rischiare molto, spesso in guerra, per vedersi riconosciuto relativamente poco.

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William Eugene Smith ritratto assieme alla moglie Aileen da Consuelo Kanaga
William Eugene Smith ritratto assieme alla moglie Aileen da Consuelo Kanaga

Colpa anche del suo modo di intendere la professione, poco incline ai compromessi. Smith cominciò a farsi conoscere infatti durante la Seconda guerra mondiale, diventando uno dei più apprezzati fotoreporter sul fronte del Pacifico, nella guerra contro il Giappone. Ma anche la collaborazione con Life, inaugurata per quell’incarico, non durò.

Smith non amava che gli imponessero, ad esempio, il formato delle fotocamere da usare (fu questo il motivo per cui, prima della guerra, lasciò Newsweek), né apprezzava molte delle scelte che venivano operate dai giornali. Aveva un’idea del fotogiornalismo che oggi potremmo definire umanistica, e la citazione che vi riportiamo qui di seguito è in questo senso emblematica.

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?
(William Eugene Smith)

Smith lavorò a molti altre reportage, negli anni successivi, anche in Europa, dedicandosi spesso agli ultimi del mondo. La sua serie di scatti forse più famosa fu però realizzata in Giappone, col titolo di Minamata, e dedicata agli effetti dell’inquinamento da mercurio.

 

3. Catturare l’essenza di un individuo

La ricerca di Steve McCurry

La fotografia non è una forma d’arte monolitica. Nel corso dei decenni ha sviluppato vari filoni, tra loro diversissimi. Una cosa è infatti effettuare dei ritratti in studio, mentre un’altra è seguire le truppe durane uno sbarco in zona di guerra. Così come il fotografo di moda e quello di paesaggio sembrano vivere su mondi completamente diversi.

Steve McCurry, forse il più famoso tra i fotografi americani contemporanei (foto di John Ramspott via Flickr)
Steve McCurry, forse il più famoso tra i fotografi americani contemporanei (foto di John Ramspott via Flickr)

Esistono poi dei filoni che sembrano mescolare tra loro i generi. Steve McCurry appartiene a uno di questi, essendosi specializzato in reportage in luoghi anche esotici, in cui però riusciva a cogliere l’umanità nei volti delle persone.

La sua fotografia più celebre è infatti Ragazza afgana, il famosissimo fotoritratto effettuato a metà anni ’80 e finito su un’altrettanto famosa copertina del National Geographic Magazine. Nel corso della sua carriera, però, gli scatti importanti sono stati molti, tanto che oggi McCurry, a quasi settant’anni d’età, è considerato un maestro.

Sono alla ricerca di quell’attimo di autenticità e spontaneità capace di raccontare una persona […], quello in cui, per un istante, si cattura l’essenza di un altro individuo […]. Penso sia questo, uno dei più grandi poteri della fotografia.
(Steve McCurry)

La frase che abbiamo riportato qui sopra si sofferma su questa sua capacità. In generale, però, ci pare si possa attribuire a qualsiasi fotografo, indipendentemente dalla sua specializzazione: perché il grande artista è quello che sa davvero cogliere l’istante giusto per fissare in un’immagine l’essenza del suo soggetto.

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4. Più facilmente che le prostitute

L’analisi di Marshall McLuhan

La fotografia non è solo arte. È anche un mezzo di comunicazione di massa, il primo – tra quelli visivi – che ha potuto essere riprodotto con estrema facilità in milioni e milioni di copie. In questo senso, la fotografia ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel campo della comunicazione.

Lo notava, già negli anni ’30, il filosofo tedesco Walter Benjamin nel suo celebre saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. E questo faceva sì che la fotografia avesse un grande merito: quello di aver “democraticizzato” l’arte. Cosa che però costituiva anche un rischio.

Marshall McLuhan in una celebre scena di Io e Annie di Woody Allen
Marshall McLuhan in una celebre scena di Io e Annie di Woody Allen

Questi spunti vennero ripresi nel dopoguerra da Marshall McLuhan, sociologo e filosofo che approfondì il tema dei mass media e della loro influenza sulla società contemporanea. Una influenza che passava anche attraverso la fotografia e il suo potere di seduzione.

La fotografia estende e moltiplica l’immagine umana alle proporzioni di una merce prodotta in serie. Le dive del cinema e gli attori più popolari sono da essa consegnati al pubblico dominio. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente che le prostitute.
(Marshall McLuhan)

La lunga frase che vi riportiamo qui sopra mostra proprio il lato pervasivo della fotografia, da cui deriva anche il fascino del cinema. La fotografia, per la mente umana, mette a contatto diretto con le persone rappresentate, ancora di più quando queste sono dei divi, dei personaggi famosi. E, in un certo senso, le “prostitutizza”.

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5. L’idea di realtà

Il talento di Neil Leifer

La fotografia, come abbiamo detto, è spesso stata considerata il mezzo più fedele per rappresentare la realtà. Mentre la pittura ricrea, portando il pittore a dover scegliere i colori, la resa, o addirittura a deformare le forme in base al proprio stile e alla propria prospettiva, la fotografia “ingabbia” la realtà così com’è, senza aggiunte.

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Questo è vero fino a un certo punto, ovviamente. Certo, la macchina fotografica ha uno sguardo più oggettivo e rispettoso nei confronti di ciò che rappresenta, ma non è mai neutrale. In primo luogo, perché il fotografo sceglie cosa inquadrare, cosa far stare dentro e cosa fuori. E poi perché, soprattutto, seleziona il momento.

Neil Leifer nel 2016Questo è tanto più vero nelle fotografie sportive. Lì il reporter non può per nulla intervenire sulla composizione della scena. Non è come uno dei suoi colleghi che lavorano in studio, che possono spostare i soggetti come vogliono e orientare le luci: si trova al bordo di un campo di gioco, e gli eventi scorrono senza che lui possa fermarli o rallentarli.

La fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha.
(Neil Leifer)

E però proprio lì si vede il talento del grande fotoreporter; un talento sia tecnico che artistico. Tecnico, perché deve riuscire a cogliere un’immagine nitida da soggetti in movimento. Artistico, perché, appunto, sceglie. Lo sa bene Neil Leifer, autore di alcune delle più celebri foto sportive di tutti i tempi, in particolare di quelle su Muhammad Ali.

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Note e approfondimenti

[1] Qui trovate alcuni dei suoi scatti più celebri.

 

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