Tra le stagioni più cantate dai poeti troviamo l’estate, un tempo straordinariamente luminoso e vivo e per ciò stesso fonte di inesauribile ispirazione. Colori, profumi, suoni di una natura all’apice della sua rigogliosa prosperità offrono allo sguardo e alle orecchie dei poeti visioni, sensazioni, emozioni, riflessioni che poi sono condensate nelle immagini dei testi che ci offrono.

Ci soffermeremo, nella nostra carrellata, su cinque poesie nelle quali i poeti hanno colto pienamente i mutamenti gioiosi e le aperture di nuovi scenari che il ritorno dell’estate porta al mondo circostante. Sono testi che non lasciano il lettore indifferente, ma costituiscono un invito ad attendere l’estate per approfittare di tutto il buono che ci regala.


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Estate

di Hermann Hesse

Hermann Hesse è considerato uno dei più significativi autori della prima metà del secolo scorso. Noto per la sua vena narrativa, fu anche autore di saggi, memorie e poesie. Nella prima lirica qui proposta descrive l’arrivo dell’estate dopo un periodo piovoso.

Il testo è una successione di ricche immagini del mondo della natura: i campi di grano imbiondiscono e sono punteggiati di papaveri, le strade diventano secche per la calura e polverose, i boschi infoltiti verdeggiano e i prati sono ammantati di fiori. Chiude la poesia un’impressione del poeta, quella della falce che presto andrà a tagliare grano ed erba, una prefigurazione che interrompe la contemplazione che l’autore fa di una natura così perfetta e rigogliosa.

Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

La bianca e polverosa strada maestra era arroventata,
dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato,
più greve e penetrante il richiamo del cuculo,
nei prati delle alture, sui loro flessibili steli,
si cullavano le margherite e le lupinelle,
la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio
e nel febbrile, folle anelito della dissipazione
dell’approssimarsi della morte
perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro,
inesorabile avvertimento delle falci in azione.

 

Tiepide sere estive

di Hermann Hesse

Un’altra immagine dell’estate viene tratteggiata dallo scrittore in questa sua poesia. Qui, a differenza della precedente, l’estate è ammirata in piena gioia e senza l’ombra della morte, che nella lirica precedente era simboleggiata dalla falce. Il poeta culla nelle sue righe il lettore con il profumo dei tigli in fiore, coi bimbi che giocano sereni sulla spiaggia, con le api e i bombi che ronzano alacri alla ricerca di miele. Una poesia breve ma dolce, che riassume davvero il meglio della stagione estiva.

Adesso i tigli sono rifioriti davvero e la sera, quando
comincia a far buio ed è finito il faticoso lavoro,
giungono le donne e le fanciulle, salgono in cima alle scale
appoggiate ai rami e riempiono un cestino di fiori di tiglio.
Dai vecchi alberi, attraverso le tiepide sere estive,
giunge sempre un profumo dolce come il miele…
I bambini cantano giù sulla spiaggia e giocano con le
girandole di carta rossa e gialla… Nella polvere rosso-
-dorata della strada, api e bombi ronzano in cerchi
diffondendo una dorata risonanza.

 

Estiva

di Vincenzo Cardarelli

La poesia di Cardarelli è nota per avere come temi ricorrenti il trascorrere del tempo e le stagioni. Nella sua Estiva troviamo un ampio affresco di quella che nell’immaginario dell’autore è l’estate: un lungo intervallo di tempo fatto di magnifiche albe e di risvegli silenziosi, di spazi aperti e dorati, di giorni luminosi. Una stagione di sole sovrabbondante, così ricca da pennellare d’oro anche sogni già di per sé smisurati.


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Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini,
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca;
stagione estrema, che cadi,
prostrata in riposi enormi;
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

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Sarà estate

di Emily Dickinson

La precisa e acuta penna di Emily Dickinson prende nota di quello che avverrà quando, finalmente, sarà estate: bambini e adulti usciranno all’aria aperta gli uni per giocare e gli altri per passeggiare e godere dell’aria nuova e buona. I fiori, lillà, rose selvatiche, astri e genziane, grazie al clima caldo potranno sbocciare. Questo rifiorire della vita appare alla poetessa simile ad un miracolo, che durerà sino a quando l’estate non sarà terminata.

Sarà Estate – finalmente.
Signore – con ombrellini –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –
Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero uno splendente Mazzo di fiori –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –

I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il purpureo peso –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –

La Rosa Selvatica – diventerà rossa nella Terra palustre –
L’Aster – sulla Collina
Il suo perenne aspetto – sistemerà –
E si assicureranno le Genziane – collari di pizzo –

Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –
Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –
O i Preti – ripongono i Simboli –
Quando il Sacramento – è terminato –.

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Le cicale

di Giosuè Carducci

Letterato di spicco del secondo Ottocento italiano, Giosuè Carducci è noto per il suo impegno accademico e di critico, spesso percorso da polemiche letterarie. Poeta molto attento alla forma metrica, in questo testo (che in realtà è una prosa – ma dal sapore poetico – tratta da Le risorse di San Miniato al Tedesco e la prima edizione delle mie rime) ci restituisce il suo stupore per il canto delle cicale, paragonato a quello di un coro ben accordato. Un canto che cresce e che attraversa l’intera estate, accompagnando tutti i giorni del poeta.

Cominciano agli ultimi di giugno, nelle splendide mattinate; cominciano ad accordare in lirica monotonia le voci argute e squillanti. Prima una, due, tre, quattro, da altrettanti alberi; poi dieci, venti, cento, mille, non si sa di dove, pazze di sole; poi tutto un gran coro che aumenta d’intonazione e di intensità col calore e col luglio, e canta, canta, canta, sui capi, d’attorno, ai piedi dei mietitori.
Finisce la mietitura, ma non il coro. Nelle fiere solitudini sul solleone, pare che tutta la pianura canti, e tutti i monti cantino, e tutti i boschi cantino… pare che essa la terra dalla perenne gioventù del suo seno espanda in un inno immenso il giubilo de’ suoi sempre nuovi amori co’l sole.

 

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