Nella storia dell’umanità, la notte ha sempre avuto un suo fascino. Misteriosa, pericolosa, eppure capace di presentare un cielo stellato che si stende a perdita d’occhio, mostrandoti l’immensità dell’universo. E poi di notte tutto è più facile: i rapporti si fanno più intimi, le confidenze più profonde, i discorsi più decisivi.

Insomma, non c’è da stupirsi se poeti di ogni epoca hanno dedicato alla notte alcune delle loro migliori composizioni. L’elenco sarebbe lungo. Oltre a quelli che abbiamo inserito in questa cinquina, si potrebbero citare Fernando Pessoa, Nazim Hikmet, Rabindranath Tagore, Anne Sexton e molti altri. Ecco, però, le cinque liriche che abbiamo scelto noi.

 

Cesare Pavese – The Night You Slept

«Un giorno lontano eri l’alba»

Cesare Pavese è stato un poeta capace di liriche intense e disperate. Non è un caso che nel suo libro, Dialoghi con Leucò, che fu trovato nella stanza d’albergo in cui si suicidò a neppure 42 anni d’età siano stati rinvenuti una serie di biglietti da lui scritti, tra cui uno che recitava: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti». Una frase ripresa dal suo diario, ma che ben fotografa il suo stile, il suo tentativo e le sue delusioni.

La poesia che segue è tratta da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, la celebre raccolta dedicata a Constance Dowling, il suo ultimo, infelice amore. Fu scritta il 4 aprile 1950 e pubblicata postuma, visto che Pavese si suicidò il 27 agosto di quello stesso anno.

Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange muta,
dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia –
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l’alba.

Le poesie
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Verrà la morte e avrà i
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Lavorare stanca
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Pablo Neruda – Posso scrivere i versi

«Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava»

Nonostante sia stato un poeta politicamente molto impegnato, le migliori liriche di Pablo Neruda sono forse quelle d’amore. Qui, infatti, sfruttando il verso libero, il poeta cileno ha saputo condensare le sue parole più forti ed evocative, legato com’era ad immagini semplici ma suggestive. Tutta la sua poetica, anche quella politica, d’altronde, aveva questo scopo: riavvicinare alla purezza della vita, anche quando essa fosse portatrice di dolore.


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Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Scrivere, per esempio: “La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”.
E il vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia.
L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.
Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l’ho più.
Sentire che l’ho persa.
Sentire la notte immensa,
ancor più immensa senza di lei.

 

Kahlil Gibran – La notte è silenziosa

«Vieni per visitare la vigna degli innamorati»

Kahlil Gibran è certamente il più noto scrittore libanese. Tutta la sua opera, scritta perlopiù in inglese e negli Stati Uniti, è stata volta a cercare di unire la spiritualità e il sentimento orientali col modo di esprimersi tipico del mondo occidentale. Sono nate così varie composizioni – la più famosa delle quali è il libro Il profeta – dal sapore mistico, a metà strada tra la prosa e la poesia, in cui spesso aforismi e parabole si alternavano. La notte è silenziosa è una poesia che risente di quest’impostazione, in cui l’amore e il creato sembrano parlarsi a vicenda.

La notte è silenziosa
e nell’abito del suo silenzio
si nascondono i sogni.
La Luna è spuntata
e per la Luna occhi
che controllano i giorni.
O figlia dei campi,
vieni per visitare
la vigna degli innamorati.
Può darsi che spegneremo
con quel nettare
la scottatura degli amori;
ascolta l’usignolo
dei prati fioriti,
che diffonde la sua musica,
in uno spazio immenso nel quale
le colline hanno soffiato
gli odori dei loro fiori!
O mia giovane, non temere
poiché le alte stelle
serbano i misteri
e la nebbia della notte
in quella vigna ferace vela i suoi segreti;
non temere la strega, essa dorme ubriaca
nella sua taverna magica
e il Re dei Ginn
se passerà andrà via
poiché l’amore lo incanta.
Egli è innamorato come me,
come potrà svelare
i segreti del suo cuore?

 

Gabriele D’Annunzio – O falce di luna calante

«Qual messe di sogni ondeggia al tuo mite chiarore

Torniamo in Italia con O falce di luna calante, poesia giovanile di Gabriele D’Annunzio. La lirica, infatti, fa parte della raccolta Canto novo, la seconda pubblicata dal poeta pescarese, che vide la luce quando quest’ultimo aveva appena 19 anni d’età. Si sente, in quelle poesie, l’influenza carducciana, ma s’intravede già il germe di qualcosa di nuovo, di una vena poetica che D’Annunzio avrebbe sviluppato negli anni successivi. Qui, in particolare, si sente quell’influenza naturalistica e panteistica che avrebbe avuto un certo seguito nella poesia dell’autore.


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O falce di luna calante
che brilli sull’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ‘l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

 

Hermann Hesse – Canzone d’amore

«La notte mi par d’oro più di ogni sole al mondo»

Anche Hermann Hesse, come Gibran, tentò di unire nella sua poetica gli influssi di culture diverse. E anche lui guardò con grande attenzione al mondo orientale. Ciò che differenziava, però, i due autori è che Gibran orientale lo era per origine, e la cultura a lui estranea era quella occidentale; per Hesse, tedesco della Foresta Nera, era invece vero il contrario. Così anche questa Canzone d’amore, ambientata proprio in uno scenario notturno, è in realtà una poesia che manifesta qualche influsso spirituale, ma è ancora vicina al nostro modo di sentire e di esprimerci.

Per dire cos’hai fatto
di me, non ho parole.
Cerco solo la notte
fuggo davanti al sole.

La notte mi par d’oro
più di ogni sole al mondo,
sogno allora una bella
donna dal capo biondo.

Sogno le dolci cose,
che il tuo sguardo annunciava,
remoto paradiso
di canti risuonava.

Guarda a lungo la notte
e una nube veloce
per dire cos’hai fatto
di me, non ho la voce.

 

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