Jorge Luis Borges è uno dei protagonisti del panorama letterario del XX secolo che, grazie alla grande eredità lasciata dalle sue opere, ha introdotto innovazioni in ambito poetico, saggistico e narrativo. Nasce nel 1899 a Buenos Aires da una famiglia piuttosto agiata e si dimostra brillante molto presto: a soli quattro anni impara a leggere e scrivere e i genitori decidono così di affiancargli un’istitutrice britannica in modo da impartirgli sin da subito un’istruzione.

Una scrittura proseguita dagli anni ’20 fino alla morte

Più tardi si trasferisce a Ginevra, dove continua la sua formazione, ma trascorre del tempo anche a Madrid e Siviglia, per fare infine ritorno nel paese natale. Giudicato dai più estremamente polemico, Borges si dedica alla produzione letteraria sin dagli anni Venti: scrive antologie, saggi, articoli, poesie, racconti e altri testi in collaborazione con gli studiosi più importanti del suo tempo. Naturalmente, non mancano riconoscimenti come il premio Formentor e il premio Miguel de Cervantes.

Sebbene siano state le opere narrative a procurargli una fama a livello internazionale, Jorge Luis Borges inizia la sua carriera lettararia come scrittore di poesie, durante la fase vanguardista dei primi anni Trenta. Anche quando si cimenta nella narrazione in prosa, però, non smette di comporre poemi, pubblicando così raccolte sempre significative per tutta la vita. Scompriamo quindi cinque tra le sue poesie più belle.


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Le strade

Come Borges racconta Buenos Aires

Fervore di Buenos Aires è la prima raccolta di poesie che Borges scrive per la maggior parte tra il 1920 e il 1923. Come il titolo suggerisce, il tema centrale è rappresentato dalla capitale argentina, città natale dell’autore, che traspare da ogni verso. Ai tempi della prima pubblicazione dell’opera, il giovane poeta subisce il fascino dello stile europeo e per questo motivo si percepiscono i toni ultraisti e vanguardisti.

Tuttavia, nel ’43 e nel ’69, Borges decide di apportare alcune modifiche agli scritti iniziali, aggiungendovi impressioni, sensazioni ed emozioni che Buenos Aires gli aveva regalato nel corso del tempo. Alcune caratteristiche, però, si mantengono tali, come ad esempio l’evidente contrasto tra il titolo della raccolta e il tono quasi sempre malinconico delle poesie che la costituiscono. Questa tristezza si nota anche ne Le strade, uno dei suoi componimenti più belli, che sembra una vera e propria dichiarazione d’amore alla città.

Le strade di Buenos Aires
ormai sono le mie viscere.
Non le avide strade,
scomode di folla e di strapazzo,
ma le strade indolenti del quartiere,
quasi invisibili poiché abituali,
intenerite di penombra e di crepuscolo
e quelle più fuori mano
libere di alberi pietosi
dove austere casette appena si avventurano,
schiacciate da immortali distanze,
a perdersi nella profonda visione
di cielo e di pianura.
Sono per il solitario una promessa
perché migliaia di anime singole le popolano,
uniche davanti a Dio e nel tempo
e senza dubbio preziose.
Verso l’Ovest, il Nord e il Sud
si sono distese – e sono anche la patria – le strade:
Dio voglia che nei versi che traccio
ci siano quelle bandiere.

L’attaccamento alle strade di Buenos Aires si percepisce sin dall’inizio, quando il poeta le definisce come le sue “viscere”. Verso dopo verso, il lettore si rende conto inoltre di quanto Borges si riferisca ad una città vissuta pienamente in prima persona: allude infatti a vie “indolenti”, “invisibili” e “abituali” perché conosciute solamente dalla gente del posto. Alla fine del componimento, l’autore affida alla poesia il compito di eternizzare la propria dedizione a quei luoghi.

 

Il sogno

Un tema ricorrente non solo nelle poesie

Sebbene non sia esatto considerarlo un filosofo, Jorge Luis Borges dedica molto tempo alla lettura dei testi dei grandi maestri della filosofia ed elabora persino delle riflessioni proprie. Uno dei temi che più lo appassionano è quello del sogno, sul quale scrive diversi saggi e sicuramente più di un solo poema. Quello qui riportato risale alla raccolta poetica L’altro, lo stesso, pubblicata nel 1964.

Attraverso una serie di domande retoriche, Borges evidenzia l’importanza del sogno che, al risveglio, ha ripercussioni anche sulla realtà. Il sonno, infatti, distrae l’uomo dalle fatiche quotidiane, lo rilassa dopo gli esercizi fisici compiuti durante il giorno, ma per la mente non è che un riposo illusorio, dal momento che essa rimane vigile. Eppure, secondo l’autore, la tristezza che ci pervade al risveglio dimostra che il sogno ci fa vivere in un’altra dimensione.

Se il sonno fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo atemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?

Quasi come facendo riferimento alla famosa frase del poeta Calderón de la Barca, che a suo tempo scrisse che «la vita è sogno», l’autore argentino inserisce ne Il sogno i propri dubbi filosofici, cancellando ogni sicurezza a chi crede nell’autenticità della vita. Secondo Borges, esiste un legame tra il giorno e la notte, tra il sogno e la realtà, a proposito dei quali pone un grande, implicito quesito: quale dei due deforma l’altro?

 

Amorosa anticipazione

La rarità del tema amoroso

È alquanto difficile trovare una tematica che Jorge Luis Borges non abbia affrontato non solo nei suoi poemi ma, più in generale, nella sua vastissima produzione. Invece, per quanto possa sembrare inverosimile, lo scrittore argentino non ama scrivere parole d’amore. Forse perché nella sua vita la scrittura ha sempre occupato il primo posto, o forse per colpa delle diverse relazioni non andate a buon fine, l’autore predilige solitamente altri argomenti.


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Amorosa anticipazione è una poesia che, contenuta nella raccolta Luna di fronte pubblicata nel 1925, rappresenta una delle rare eccezioni in cui Borges si lascia andare a proposito di un tema quasi onnipresente nei versi dei colleghi. L’amore è affrontato con toni dolci e pacifici ed è il sentimento di due persone mature che, proprio grazie ad esso, hanno la sensazione di ringiovanire. Tra i due amanti c’è molta complicità e, agli occhi del poeta, la donna è vista come una Vergine.

Né l’intimità della tua fronte chiara come una festa
né l’abitudine del tuo corpo, ancora misterioso e tacito e da bambina,
né la successione della tua vita assumendo parole o silenzi
saranno favore tanto misterioso
come guardare il tuo sonno implicato
nella veglia delle mie braccia.
Vergine miracolosamente un’altra volta per la virtù assolutoria del sonno,
quieta e splendente come una felicità che la memoria sceglie,
mi darai quella sponda della tua vita che tu stessa non hai.
Gettato alla quiete,
scorgerò quella spiaggia ultima del tuo essere
e ti vedrò per la prima volta, forse,
come Dio deve vederti,
sbaragliata la finzione del Tempo,
senza l’amore, senza di me.

La identifica prima con la sponda, poi con tutta la spiaggia, come se fosse un paesaggio da ammirare ogni giorno senza stancarsi mai. La tranquillità dei primi versi s’interrompe però bruscamente alla fine, quando l’autore prevede l’imminente allontanarsi dell’amata, che lo lascerà nuovamente solo, come se quella felicità non fosse destinata a durare.

 

La luna

E i versi misteriosi della maturità

La luna è un poema corto contenuto nella raccolta La moneta di ferro, pubblicata nel 1976. Trattandosi di parte della sua ultima produzione poetica, l’autore si distanzia abbastanza dai versi di Fervore di Buenos Aires, perché la sua riflessione riguarda temi più filosofici e, a tratti, esistenziali. Di conseguenza, se già inizialmente Borges era piuttosto enigmatico, ora rende il suo verso ancora più difficile da decifrare.

Tra l’altro, è probabile che non voglia affatto essere capito: il suo stile nettamente più maturo sembra quasi destinato ad una lettura privata, a quanto pare scrive per diletto personale. La luna risale proprio a questo periodo in cui le parole s’infittiscono di mistero e le strofe regalano al lettore più domande che risposte. I cinque versi di cui la poesia è composta mettono in evidenza il trascorrere del tempo, capace di lasciare il segno anche sul satellite.

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.

Tuttavia, non è solo il tempo a deformare la luna. Infatti, secondo Borges, essa non ha fatto altro che sobbarcarsi degli errori degli uomini, assistendo in silenzio a tutto ciò che è accaduto attraverso i secoli. Ciò la rende quindi uno specchio che, se guardato attentamente, può riflettere tutto quanto. In questa corta poesia intrisa di desolazione, Borges riflette sul tempo, sull’uomo e, soprattutto, sulla vita.

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Elogio all’ombra

La cecità degli ultimi anni

Elogio all’ombra è la poesia che chiude la raccolta omonima uscita nel 1969. Tratta principalmente di due temi ai quali Borges è particolarmente legato, ossia la vecchiaia e la cecità, che è la vera responsabile delle sue “ombre”. Di nuovo ci scontriamo con un poeta già maturo e misterioso, che va contro ogni convenzione ritenendo la vecchiaia come «il tempo più felice».

Come fa in un gran numero di poemi, Borges si racconta in prima persona, considerando positivamente la sua condizione di anziano, ma anche la cecità da cui è affetto: l’ombra presente nel titolo è ritenuta infatti un’amica fedele, forse l’unica ad alleviare la sua solitudine. Stando a quanto scrive, la vecchiaia lascia in effetti l’uomo da solo con la propria anima perché, ormai incapace di svolgere le stesse attività compiute in gioventù, può ora affrontare un viaggio interiore alla scoperta di se stesso.

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L’animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Il tono è decisamente più tranquillo e pacato anche quando ripercorre gli angoli della sua adorata Buenos Aires. Il buio si infittisce man mano che il poeta raggiunge come scopo ultimo della vita il suo “segreto centro”. Eppure, né la solitudine né il buio incutono timore, anzi, sono gli amici ideali che accompagnano verso l’ultimo viaggio della morte.

 

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