Emily Dickinson nasce nel 1830 ad Amherst e muore nel 1886 nella stessa cittadina del Massachusetts. Trascorre la sua intera esistenza nella casa del padre, guadagnandosi presso i vicini la fama di eccentrica, ma preoccupandosi solo di risparmiare le sue energie per dedicarle interamente al suo genio.

I temi della sua poesia

Nella sua opera si possono individuare tre filoni principali. Il primo la porta a esplorare questioni metafisiche come la mortalità, la rinuncia, la perfezione e il significato dell’esistenza; in questo tipo di poesia, ispiratale dalla sua educazione protestante, non manca una talvolta blasfema simbologia cristiana.

La seconda Dickinson è l’osservatrice della natura, mentre il terzo filone è quello dell’analisi psicologica, che parte dalla sua stessa ansia e depressione.

In vita, Emily Dickinson pubblicò solo una dozzina di poesie, e molti dei suoi lavori comparvero su giornali e riviste pieni di cambiamenti e correzioni apportate dagli editori, che consideravano la sua poesia troppo ermetica e poco comprensibile.

Fu solo nel 1955 che gli scritti della poetessa videro la luce così come lei li aveva concepiti, così da poter apprezzare il suo uso dell’ironia e del paradosso, oltre al suo amore per gli indovinelli e gli enigmi.

         

 

1. Prendo te? disse il poeta

L’ispirazione poetica

Questo breve componimento indaga il momento in cui il poeta si mette al lavoro, in cerca delle parole adatte per esprimere al meglio il suo pensiero e i suoi sentimenti.

Il poeta, in questo caso, è un artigiano delle parole, perché non gli basta l’ispirazione: ha bisogno anche di studiare la lingua, ha bisogno della filologia perché gli sveli ciò che non riesce a comprendere.

I candidati sono le infinite possibilità a cui il poeta può attingere per scrivere la sua opera, e, mentre egli pensa e studia, la parola a lungo cercata si presenta alla sua vista, e va a incastrarsi alla perfezione con quelle già presenti, dando forma alla poesia che lo scrittore aveva già dentro di sé, anche se senza una forma definita.

Nell’ultima riga, la parola è paragonata a un angelo, perché in poesia non è possibile fare uso del linguaggio ordinario, bisogna riuscire ad accedere a qualcosa di più fine, di superiore.

Prendo te? disse il poeta
alla parola proposta.
Siediti fra i candidati
finché ne ho di più fini saggiati.
 
Il poeta cercò nella filologia
e stava per suonare
per il candidato sospeso
quando arrivò senza invito —
 
la porzione della visione
per cui la parola si era presentata
Non sino alla nomina
il cherubino è rivelato —

 

2. Quando morii udii una mosca ronzare

L’ironia della morte

L’incipit di questa poesia sorprende da subito, innanzitutto per la trivialità della figura proposta, e poi per la frase provocatoria con cui la poetessa afferma di essere morta.

Leggendo l’intero componimento, la posizione di chi sta parlando non è mai chiara: non sappiamo dove si trova e i vari momenti non sono presentati in sequenza. Stiamo assistendo al discorso di una persona morente o già morta, che parla in tono molto calmo. L’unico suono è quello del volare della mosca.


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L’insetto è notoriamente considerato come qualcosa di non voluto, ma è anche il simbolo della morte, perché rappresenta il decadimento del corpo quando la vita l’ha abbandonato; questa simbologia sembra voler ricordare tanto al lettore quanto alla poetessa stessa la fisicità dell’individuo e il suo inevitabile destino di decadimento.

La persona che sta morendo è in attesa di un segno, il re, che le mostri qualcosa del regno verso cui si sta dirigendo. Intanto, lentamente, la stanza scompare intorno a lei. Il ronzio della mosca è la sua ultima, drammatica esperienza sensibile.

Quando morii — udii una mosca ronzare —
il silenzio della stanza
era come il silenzio dell’aria —
fra folate di tempesta —
 
Gli occhi intorno — si erano prosciugati —
e i respiri si raccoglievano forti
per quell’ultimo attacco — quando il re
si manifestasse — nella stanza —
 
Donai i miei ricordi — firmai la cessione
dalla parte di me che poteva
cedersi — e fu proprio allora
che si interpose la mosca —
 
con un ronzio blu — incerto — incespicante —
fra la luce — e me —
e poi le finestre scomparvero — e poi
non seppi più vedere di vedere —

 

3. Vi è una certa inclinazione di luce

Le interpretazioni della luce

La particolarità di questa poesia è che richiede una certa dose di agilità mentale da parte del lettore, perché non è di facile interpretazione e, anche nel momento in cui si crede di aver trovato la giusta chiave di lettura, ecco che un particolare fa vacillare le idee che prima sembravano sicure.

Ci sono tre modi, in particolare, in cui è stata letta questa poesia. La prima lettura vede la religione come oggetto principale di discussione. In questo caso, Emily Dickinson si rammarica del Dio convenzionale proposto dalla sua confessione religiosa, che rende la fede qualcosa di irreale e di impossibile da raggiungere.

La seconda interpretazione è di tipo metapoetico: come in numerosi altri componimenti, anche in questo caso la Dickinson potrebbe riferirsi alla difficoltà che prova il poeta nel momento in cui cerca di descrivere il mondo, sia quello esteriore sia quello interiore, senza trovare le parole giuste per farlo.

In questo caso, la disperazione sarebbe causata dalla frattura esistente fra una realtà incommensurabile e i limiti del linguaggio umano.

Ed è all’uomo che si riferisce la terza interpretazione, che abbraccia la condizione dell’individuo in generale, che soffre per la bellezza e l’incomprensibilità di tutto ciò che lo circonda, afflitto e nello stesso tempo estasiato dalla sua stessa sensibilità.

Vi è una certa inclinazione di luce,
i pomeriggi d’inverno —
che opprime, come il peso
di musiche di cattedrale —
 
Una ferita celeste, ci apporta —
non ne troviamo cicatrice,
ma un’interna differenza,
dove stanno i significati —
 
Nessuno può insegnarla — altrui —
è il sigillo della disperazione —
un’imperiale afflizione
inviataci dall’aria —
 
Quando viene, il paesaggio ascolta —
le ombre — trattengono il fiato —
quando va, è come la distanza
nell’aspetto della morte —

 

4. Quattro alberi su un campo solitario

La contemplazione della natura

La complessità di questa poesia sta soprattutto nella sua natura ellittica, che la rende fragile e leggera, ma anche piuttosto enigmatica. Ciò che si percepisce fin dall’inizio è la mancanza di ordine stabilito.

Il poeta e il lettore vedono quegli alberi, ma non possono capire il loro scopo, il motivo per cui si trovano proprio lì. Si sa solo che esistono e che stanno fermi, e trasmettono un senso di immobilità, ma anche di confusione e incertezza. Il sole e il vento non possono veramente toccarli, sono un qualcosa di esterno, di superficiale, di distante.


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Gli alberi e il campo si scambiano qualcosa, ma ciò che gli alberi danno al campo in cambio dello spazio per contenerli è molto meno definibile, è qualcosa di effimero, elusivo e ripetitivo. Tutto ciò che la poetessa può dire, in questo caso, è “non so”.

Gli alberi potrebbero forse rappresentare le idee stesse della voce poetica, che vagano nella sua mente senza poter prendere una forma definita. In questo caso, la mente sarebbe così rappresentata dal campo, mentre il sole e il vento sarebbero il simbolo di elementi fisici, reali, in nessun modo capaci di influenzare il pensiero di chi sta scrivendo.

Quattro alberi — su un campo solitario —
senza disegno
o ordine, o azione apparente —
rimangono —
 
il sole — di mattina li incontra —
e il vento —
vicino più prossimo — non hanno —
che Dio —
 
Il campo dà loro — spazio —
essi — a lui — attenzione di viandante —
di ombra, forse di scoiattolo —
o ragazzo —
 
Quale la loro azione nella natura complessiva —
quale piano
essi individualmente ritardino — o compiano —
ignoto —

 

5. Vi dirò come sorse il sole

Una visione a colori

Questa poesia è molto meno ellittica e più discorsiva della maggior parte dei componimenti di Emily Dickinson, ma queste caratteristiche non la rendono sicuramente di più facile interpretazione. La poetessa descrive il sorgere del sole, ma non riesce a dirci in che modo è tramontato.

Con una visione impressionistica, dà un colore a ogni cosa che vede, illuminata dalla forte luce del sole. È una poesia contemplativa, che contiene molte metafore: la più semplice e immediata è quella che associa la luce alla vita e l’oscurità alla morte.

L’immagine che ci viene proposta è un qualcosa di ordinario, che può succedere tutti i giorni, ma che la poetessa sembra vedere per la prima volta. È come se all’improvviso si fosse resa conto di quanta incomprensibile bellezza esiste nel mondo, ed essa può vederla solo fermandosi ad osservare ciò che la luce del sole illumina.

I bambini e le bambine che saltano e saltano, senza mai fermarsi, sono un’immagine di innocenza, mentre il maestro in abito grigio è una figura che sembra riportare il clima quasi paradisiaco a una più cruda realtà. Anche in questo caso la Dickinson si interroga sull’esistenza, riuscendo a dare solo poche enigmatiche risposte.

Vi dirò come sorse il sole —
un nastro dopo l’altro —
i campanili nuotavano nell’ametista —
la notizia, come scoiattoli, corse —
le colline di slegarono i cappucci —
i bobolink — iniziarono —
allora dissi fra me e me sottovoce —
“Deve essere stato il sole!”
Ma come tramontò — non saprei —
sembrava esserci una staccionata purpurea
che bambine e bambini dorati
saltavano tutto il tempo — finché
quando arrivarono dall’altra parte,
un maestro in abito grigio —
alzò piano le sbarre serali —
e portò via il suo gregge.

 

Altre 10 poesie di Emily Dickinson, oltre alle 5 già segnalate

In vita, Emily Dickinson scrisse più di 1.700 poesie che, come detto, vennero pubblicate solo molti anni dopo la morte dell’autrice. Poesie spesso memorabili, che hanno ancora oggi molto da dirci. Per questo, vogliamo ora allargare un po’ il tiro e, dopo le cinque liriche iniziali, proporvi alcuni altri suoi componimenti.

 

Poiché non potevo fermarmi per la morte

Poiché non potevo fermarmi per la Morte –
Lei gentilmente si fermò per me –
La Carrozza non portava che Noi Due –
E l’Immortalità –

Procedemmo lentamente – non aveva fretta
Ed io avevo messo via
Il mio lavoro e il mio tempo libero anche,
Per la Sua Cortesia –

Oltrepassammo la Scuola, dove i Bambini si battevano
Nell’Intervallo – in Cerchio –
Oltrepassammo Campi di Grano che ci Fissava –
Oltrepassammo il Sole Calante –

O piuttosto – Lui oltrepassò Noi –
La Rugiada si posò rabbrividente e Gelida –
Perché solo di Garza, la mia Veste –
La mia Stola – solo Tulle –

Sostammo davanti a una Casa che sembrava
Un Rigonfiamento del Terreno –
Il Tetto era a malapena visibile –
Il Cornicione – nel Terreno –

Da allora – sono Secoli – eppure
Li avverto più brevi del Giorno
In cui da subito intuii che le Teste dei Cavalli
Andavano verso l’Eternità –

La Speranza è quella cosa piumata

La “Speranza” è quella cosa piumata –
che si viene a posare sull’anima –
Canta melodie senza parole –
e non smette – mai –

E la senti – dolcissima – nel vento –
E dura deve essere la tempesta –
capace di intimidire il piccolo uccello
che ha dato calore a tanti –

Io l’ho sentito nel paese più gelido –
e sui mari più alieni –
Eppure mai, nemmeno allo stremo,
ho chiesto una briciola – di me.

 

Ho preso un sorso di vita

Ho preso un Sorso di Vita −
Vi dirò quanto l’ho pagato −
Precisamente un’esistenza −
Il prezzo di mercato, dicono.
M’hanno pesata, Granello per Granello −
Bilanciata Fibra con Fibra,
Poi m’han dato il valore del mio Essere −
Un solo Grammo di Cielo!

A un cuore in pezzi

A un cuore in pezzi
Nessuno s’avvicini
Senza l’alto privilegio
Di aver sofferto altrettanto.

 

Non sapendo quando l’alba possa venire

Non sapendo quando l’alba possa venire
lascio aperta ogni porta,
che abbia ali come un uccello
oppure onde, come spiaggia.

Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi

Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi
Non avrò vissuto invano
Se potrò alleviare il Dolore di una Vita
O lenire una Pena
O aiutare un Pettirosso caduto
A rientrare nel suo nido
Non avrò vissuto invano.

 

Una parola muore quando è detta

Una parola muore
quando è detta
Dice qualcuno −
Io dico che proprio
Quel giorno
Comincia a vivere.

Invidio i mari che lui attraversa

Invidio i mari che lui attraversa
invidio i raggi delle ruote
della carrozza che lo porta in giro
invidio le curve colline
che osservano il suo viaggio.

Tutti possono vedere facilmente
quel che invece – ah, cielo –
a me è vietato assolutamente.

Invidio i nidi dei passeri
che punteggiano le sue lontane grondaie
la mosca soddisfatta sul suo vetro
e le foglie felici – felici –

che fuori dalla sua finestra
scherzano approvate dall’estate
gli orecchini di Pizarro
non potrebbero acquistare ciò per me.

Invidio la luce che lo sveglia
e le campane che gli annunciano con forti
rintocchi il mezzogiorno. Fossi io
per lui il mezzogiorno.

Ma mi vieto di fiorire
e annullo la mia ape
per paura che il mezzogiorno
sprofondi me e Gabriele nella notte infinita.

 

Se tu dovessi venire in autunno

Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l’estate
con un gesto stizzito e un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.

Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati –
per paura che i numeri si mescolino.

Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano
sottraendo, finché non mi cadessero
le dita nella Terra di Van Dieman.

Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora
come una buccia la butterei lontano
e accetterei l’eternità all’istante.

Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l’ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.

Fra le mie dita tenevo un gioiello

Fra le mie dita tenevo un gioiello
Quando mi addormentai.
La giornata era calda, era tedioso il vento
E dissi “Durerà”.

Sgridai al risveglio le dita inconsapevoli
La gemma era sparita.
Ora solo un ricordo di ametista
A me rimane.

 

E voi, quale poesia di Emily Dickinson preferite?

 

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