Una tradizione ormai consolidata vuole che – se si è abbastanza grandi da potersi pagare il cinema e abbastanza giovani da non avere troppi figli a carico – le feste si possano passare almeno in parte in una sala cinematografica; sia perché, dopo il pranzo in famiglia, al pomeriggio serve un luogo neutro in cui stare con gli amici o la fidanzata, sia perché effettivamente nel periodo natalizio i grandi schermi si riempiono di veri e propri blockbuster, magari non sempre indimenticabili ma comunque capaci di fare bottino pieno al botteghino.

La fine dell’anno, però, è anche il momento ideale per fare un po’ di conti su cosa questo 2014 abbia significato per il cinema, su quali siano stati i film migliori. Un’operazione del genere l’abbiamo fatta anche l’anno scorso, inserendo tra l’altro in cinquina pure una pellicola italiana poi premiata agli Oscar come La grande bellezza; quest’anno, come vedrete, non c’è però nessun film nostrano in lista, non perché non ne siano usciti di apprezzabili ma perché tante sono state le pellicole convincenti provenienti da oltre Oceano.

Prima di iniziare, un’unica nota di metodo: la scelta dei film è stata fatta sulla base della loro uscita italiana. Così, in cinquina troverete dei film prodotti e lanciati in America l’anno scorso ma arrivati da noi solo nel 2014, così come non troverete – semplicemente perché non li abbiamo ancora visti – film datati 2014 ma in arrivo sui nostri schermi l’anno prossimo. È lo stesso criterio che abbiamo usato l’anno scorso e che, per coerenza, abbiamo ripreso in mano quest’anno. E ora spazio ai cinque più bei film usciti nel 2014.

 

The Wolf of Wall Street

L’America eccessiva e di successo di Martin Scorsese

Molti dei film che a febbraio hanno trionfato agli Oscar sono arrivati dalle nostre parti nel 2014: 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club e The Wolf of Wall Street, giusto per citarne tre tra i più premiati, sono comparsi nei nostri cinema rispettivamente il 20 febbraio, il 30 gennaio e il 23 gennaio scorsi.

Tutti e tre questi film meriterebbero di stare in cinquina, e non è un caso che proprio a febbraio li abbiamo inseriti in un altro articolo simile a questo, ma basato sul voto dei nostri lettori; qui però dovevamo sceglierne solo uno, per lasciare l’adeguato spazio anche ad altri bei film che sono usciti nel corso dell’anno, e abbiamo optato per The Wolf of Wall Street, sia perché a suo tempo ne abbiamo parlato forse un po’ meno, sia perché ci sembra che sia quello che ha guadagnato più punti col passare del tempo: all’inizio oscurato da pellicole drammatiche e commoventi, ha avuto la possibilità di crescere sulla distanza e, almeno nel nostro caso, di farsi apprezzare meglio a una seconda visione sullo schermo di casa.

La storia è basata sull’autobiografia di Jordan Belfort, un broker che ha mosso i primi passi a Wall Street sul finire degli anni Ottanta ma che presto è diventato il re di uno stile di vita basato sull’eccesso, sia negli affari che nella vita privata. Scritto da Terence Winter – già vincitore di numerosi Emmy per I Soprano e Boardwalk Empire, e quindi esperto di storie su affari e malavita – e magistralmente diretto da Martin Scorsese, il film si avvale di Leonardo DiCaprio nel ruolo del protagonista, ma più in generale di un cast di ottimi professionisti come Jonah Hill, Jean Dujardin, Matthew McConaughey, la quasi esordiente Margot Robbie, la nuova star del piccolo schermo Cristin Milioti e i colleghi registi Rob Reiner, Jon Favreau e Spike Jonze, qui coinvolti come attori.

Un film irriverente e divertente, profondamente americano ed in cui si vede lo stile e la poetica di Martin Scorsese, da sempre interessato a persone borderline e al loro (difficile) rapporto col successo.

 

Lei

L’uomo e la macchina sul tema dell’amore

Lo citavamo giusto qualche settimana fa tra i più bei film che si sono occupati del tema dell’amore impossibile: Lei di Spike Jonze è sicuramente una di quelle pellicole che ti rimangono impresse dentro, anche a distanza di qualche mese (e probabilmente – ma solo il tempo ce lo dirà in maniera definitiva – di anni).

Come in Boyhood, di cui parleremo nel prossimo punto della nostra cinquina, anche qui è già l’idea di partenza a suscitare il primo acuto interesse; un’idea che poi viene trattata con un tocco decisamente delicato e quindi impreziosita dello sguardo attento di chi quella idea per primo l’ha avuta, il regista e sceneggiatore Spike Jonze, che abbiamo tra l’altro appena citato anche per la sua partecipazione a The Wolf of Wall Street. D’altro canto, Jonze non è nuovo a idee innovative ed estreme portate sul grande schermo: molti di voi avranno di sicuro ancora negli occhi Essere John Malkovich, il film con cui esordì alla regia nel 1999.

Lei è, da questo punto di vista, molto moderno: la storia infatti pone al centro della scena un uomo solo e introverso, Theodore Twombly, che si è recentemente separato dalla moglie; la sua vita, che sembra diretta verso una china di malinconia, sembra riprendersi quando inizia ad interagire con un nuovo sistema operativo – chiamato OS 1 – basato su un’intelligenza artificiale particolarmente evoluta, capace di adattarsi alle esigenze dell’utente e di sviluppare col tempo anche una propria psicologia.

Tra Theodore – straordinariamente interpretato da Joaquin Phoenix – e il computer Samantha – che in originale è doppiato da Scarlett Johansson e in italiano da Micaela Ramazzotti – nasce così un’intesa sempre più profonda, avvicinandosi a qualcosa che lo stesso protagonista ritiene simile all’amore, nonostante la stranezza del caso. Il film, lanciato in America nel 2013 (dove è stato premiato con l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale) ma giunto in Italia solo il 13 marzo scorso, pone alcuni interessanti interrogativi sul futuro delle nostre relazioni umane, ma lo fa anche incantandoci con una storia toccante ed affascinante.

 

Boyhood

La storia di una crescita, anno dopo anno

In Italia lo si è visto davvero pochissimo, lanciato tra l’altro nel difficile periodo – verso la fine di ottobre – in cui uscivano una serie di blockbuster annunciati come Guardiani della Galassia, di cui parleremo oltre, ma Boyhood di Richard Linklater è forse il più bel film dell’anno, sia per l’impegno che è costato a regista e troupe, sia per l’efficacia della realizzazione finale.

Anche qui fortissima è l’idea di partenza, su cui Linklater – regista di film di culto come Prima dell’alba e tutti i suoi seguiti, School of Rock ed altri – ha lavorato fin dai primi anni Duemila: quella di realizzare un film nell’arco di dodici lunghi anni, riprendendo un bambino dalle elementari all’approdo al college per raccontarne la crescita, le esperienze di vita, il rapporto coi genitori e coi coetanei, oltre che col mondo esterno. Un’idea che si è concretizzata in un set “aperto” che si è riunito ogni anno tra il 2002 e il 2013, registrando, pur all’interno di una storia fittizia, la crescita e i cambiamenti di vita degli attori.

Protagonista è il piccolo Mason (interpretato da Ellar Coltrane), un bambino all’inizio del film e un diciottenne alla sua conclusione, figlio di una coppia di divorziati che, in compagnia di sua sorella Samantha (interpretata dalla figlia di Linklater, Lorelei), deve affrontare i nuovi rapporti sentimentali dei genitori, i compiti scolastici e tutta una serie di problemi di crescita, tanto banali quanto raccontati in maniera sentita e umana. Ma il vero protagonista, in fondo, non è neanche Mason, quanto lo scorrere del tempo, il divenire, il cambiamento, che mai così prepotentemente era stato portato sul grande schermo, senza bisogno di effetti speciali, solo utilizzando il semplice e naturale invecchiamento dei protagonisti.

Il film, esaltato dalla critica, è stato proiettato poco non solo dai cinema italiani ma anche da quelli internazionali, forse a causa del budget molto ridotto (nonostante la presenza di star come Ethan Hawke e Patricia Arquette); forse anche per questo ha conquistato una serie pressoché infinita di nomination in giro per il mondo, ma pochi premi (l’unico importante è l’Orso d’Argento a Linklater a Berlino) rispetto alla qualità dell’opera. D’altronde, si tratta di un esperimento letteralmente unico nella storia del cinema, che di sicuro consegnerà la pellicola alla storia.

 

Guardiani della Galassia

I nuovi e scanzonati eroi della Marvel

Concludiamo con due film di fantascienza usciti nelle nostre sale nelle ultime settimane (a fine ottobre il primo, all’inizio di novembre il secondo), tra loro molto diversi ma entrambi baciati – per motivi diversissimi – dai favori del pubblico e della critica: Guardiani della Galassia e Interstellar. Partiamo dal primo.

Tratto da un fumetto e prodotto dai Marvel Studios, il film è stato accolto da alcuni critici – e noi ci inseriamo in questa schiera – come il miglior film di sempre con protagonisti dei personaggi Marvel: raramente, infatti, si era vista una commistione così equilibrata di azione, divertimento, colpi di scena e tensione. Certo, c’è da dire che i Guardiani della Galassia non sono gli X-Men o i Fantastici Quattro, e non hanno alle spalle cinquant’anni di storie e di continuity da rispettare, e questo ovviamente ha favorito e non di poco il regista James Gunn e Nicole Perlman, sceneggiatori del film; ma, dopo l’ottima prova data – sempre nel 2014 – da X-Men: Giorni di un futuro passato (in realtà prodotto non direttamente dalla Marvel ma dalla Fox, che possiede i diritti sui personaggi), sembra che alla casa editrice di Stan Lee abbiano ormai capito come sfruttare al meglio il parco testate.

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Guardiani Della Galassia Vol.2
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Guardiani della Galassia parte presentandoci Peter Quill, una sorta di rinnegato dello spazio che campa grazie a piccoli furti; la sua strada si incrocia malauguratamente con quella di Ronan l’accusatore, oscuro personaggio che mira a contendere il potere a Thanos, uno degli esseri più potenti dell’universo, e così il nostro si ritrova presto in prigione, assieme ad altri personaggi borderline come la micidiale Gamora, i cacciatori di taglie Rocket Racoon e Groot e il pericoloso Drax il distruttore. Assieme i cinque riusciranno a scappare e ad organizzare le forze per opporsi a Ronan.

Il cast presenta una serie di attori forse non di primissimo piano – cosa utile a contenere il budget – ma perfettamente calati nella parte: molto convincente è il protagonista Chris Pratt, ma se la cavano benissimo anche Zoë Saldaña e David Bautista, ai quali, almeno per la versione in lingua inglese, bisogna aggiungere i doppiatori Vin Diesel (che doppia Groot, almeno per quelle poche frasi che pronuncia) e Bradley Cooper per il ben più ciarliero Rocket Racoon.

 

Interstellar

Esploratori oltre le stelle

Di fantascienza si occupa anche Interstellar, anche se in maniera completamente diversa da Guardiani della Galassia: nel film della Marvel, infatti, lo spazio era solo uno scenario in cui girovagare e in cui incontrare strane razze con cui confrontarsi e interloquire; in Interstellar, invece, entra prepotentemente in gioco la fisica, e non quella popolare di molta fantascienza ma la fisica di alto livello e le sue teorie sull’universo (e non è un caso che alla base del film ci sia un trattato firmato da Kip Thorne, importante professore del California Institute of Technology).

Scritto da Christopher Nolan e da suo fratello Jonathan e diretto dal regista di Inception e della recente saga di Batman, il film ipotizza un futuro in cui sulla Terra si stiano esaurendo per vari motivi tutte le risorse alimentari e la NASA, ridotta ormai a una sorta di società segreta, sia costretta a organizzare dei viaggi nello spazio alla ricerca di mondi abitabili in cui trasferire tutta l’umanità.

Al centro della vicenda c’è l’ex astronauta Cooper, interpretato da Matthew McConaughey (vero protagonista di questa annata cinematografica), che, padre di due figli, accetta la proposta di partire nell’esplorazione di nuovi mondi, nonostante vari segnali sembrino trattenerlo sulla Terra; durante questi viaggi sia lo strano scorrere del tempo, sia la presenza di buchi neri e di altre alterazioni provocheranno una serie di colpi di scena forse non sempre completamente comprensibili al profano, ma che Nolan riesce in qualche modo a comunicare allo spettatore grazie alla spettacolarità della sua messa in scena.

Del cast fanno parte anche Anne Hathaway e Michael Caine (non al primo lavoro con Nolan), John Lithgow, Casey Affleck, Matt Damon, Topher Grace, Ellen Burstyn ed altri, ma al di là degli attori a dominare la scena è l’idea di fondo che l’umanità non possa accontentarsi della propria situazione, non possa accettare i suoi limiti ma, in tutta la sua storia e anche nel futuro, sia naturalmente spinta a cercare qualcosa al di là delle stelle, sia essa la vita o la conoscenza.

 

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