Ogni pittore appartiene al suo tempo. È figlio della sua epoca, influenzato dai suoi contemporanei. Anche quando vuole rompere col passato e criticare tutto e tutti, sotto un certo punto di vista rimane un esponente del suo periodo storico. Questo non vuol dire, però, che non si possa essere originali. O che, pur all’interno di una corrente, non si possa cercare una cifra stilistica propria. Oggi per dimostrarvelo vogliamo parlarvi dei quadri di Degas.

Impressionista a modo suo

Edgar Degas è nato a Parigi nel 1834 e lì è venuto a mancare, 83 anni più tardi, nel 1917. I libri di storia dell’arte lo annoverano tra gli impressionisti, corrente con cui fece spesso combutta. Ma, se fu impressionista, lo fu certamente a modo suo. Rifiutava la pittura en plein air, ritraeva soprattutto scene indoor e aveva un uso del colore più preciso e controllato dei suoi colleghi. Di lui ricordiamo le ballerine, i fantini, i bar parigini, ma anche altre scene teatrali e non solo.

Oggi quindi cerchiamo di riscoprire le più importanti opere d’arte di Degas, partendo dai dipinti giovanili fino ad arrivare a quelli in cui il suo stile si era già affinato. Procederemo, come spesso facciamo, in ordine cronologico, analizzando l’opera e cercando di collegarla alla biografia. Ecco dunque quelli che secondo noi sono i cinque più bei quadri di Degas.

 

La famiglia Bellelli

Gli zii di Edgar Degas

La famiglia Bellelli, di Edgar DegasIl cognome originale della famiglia di Edgar Degas era De Gas. E vantava origini piuttosto prestigiose all’interno della nobiltà francese. Questo ha certamente contribuito a fare del nostro pittore un nome importante nella cultura francese del tempo. Ma più che il rango, per un pittore era all’epoca importante l’indipendenza economica, che permetteva di affrontare lo studio dell’arte senza particolari patemi. Per fortuna, a Degas almeno all’inizio non mancava neppure quella, visto che il nonno era un ricco banchiere.

E lo era non tanto in Francia, quanto in Italia. In seguito alla Rivoluzione francese, la famiglia Degas si era infatti trasferita nella nostra penisola, desiderosa di scappare alle persecuzioni contro i nobili. E lì aveva fatto fortuna, stabilendosi in particolare a Napoli. Quando ebbe l’età per viaggiare, il giovane Edgar cercò subito di approfittarne. Perché lui, giovane pittore parigino, poteva così avere l’opportunità, grazie ai parenti, di scoprire la grande arte italiana. Si recò pertanto ben volentieri in Italia per fare un suo personale Grand Tour artistico.


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Dopo essere stato a Napoli dal nonno, si fermò prima a Roma e poi a Firenze. Proprio nella città che qualche anno dopo sarebbe diventata, per breve tempo, la capitale d’Italia fu ospite della famiglia Bellelli. Gennaro, il capofamiglia, era un barone napoletano esiliato dai Borbone per via delle sue simpatie liberali. Sua moglie era Laure Degas, zia di Edgar. La coppia aveva due figlie, Giovanna e Giulia, cugine quindi del pittore.

Per ringraziare dell’ospitalità, Edgar decise subito di realizzare un ritratto della famiglia. Non immaginava che ci avrebbe messo 9 anni a completarlo. Iniziato nel 1858, venne completato infatti solo nel 1867, quando era da tempo rientrato a Parigi e Gennaro era morto. In ogni caso, la gran lavorazione permise al giovane pittore di realizzare un vero capolavoro. Non è un caso che questa, oggi, sia considerata la sua principale opera giovanile.

Da Van Dyck allo studio degli sguardi

Nel quadro si ammira una compenetrazione di antico e moderno. Fortissimo è l’eco dei grandi maestri del passato. Si sente l’influenza dei fiamminghi come Van Dyck, ma anche degli amatissimi artisti spagnoli, in primis Velázquez. Il ritratto non è però solo un omaggio alle fonti d’ispirazione di Degas. Negli sguardi dei protagonisti c’è un’analisi psicologica profondamente moderna.

Guardate, ad esempio, Laure: si percepisce la sua forza morale, ma anche la freddezza nei confronti del marito. Il matrimonio, infatti, non era felice, e Degas riuscì a mostrarlo su tela. D’altro canto, le bambine vengono ritratte con particolare attenzione. Soprattutto emerge Giulia, quella seduta, più vivace ma annoiata, ritratta con uno sguardo che vaga fuori dalla scena. Ma anche in una posa – con le mani sui fianchi e una gamba nascosta – quasi da ballerina. E di ballerine parleremo presto ancora.

 

Lo stupro

Una scena anti-impressionista

Interno, noto anche come Lo stuproPoco dopo aver ultimato il ritratto familiare de La famiglia Bellelli, Degas si mise al lavoro su un nuovo dipinto. Fu ultimato nel 1869 e intitolato dal pittore Interno, anche se fin da subito la vulgata lo ribattezzò Lo stupro.

Questo quadro già manifestava le idee di Degas sulla luce, un tema che era al centro dell’attenzione in quegli anni. Gli impressionisti, infatti, avevano fondato tutta la loro poetica su questo particolare elemento, studiato però soprattutto all’aperto, nel modo in cui si rifletteva sulle acque, sugli alberi, sulla natura. Degas, che pure aderiva per certi versi al movimento, qui ribaltava tutto. La luce non era quella naturale, ma quella artificiale. Non si rappresentava la natura, ma l’interno di una stanza. Non c’era un trionfo di colori e luci, ma uno sguardo soffuso, crepuscolare.

Il tocco psicologico

Soprattutto, a Degas interessava ancora una volta la psicologia dei suoi personaggi. In questo senso, Lo stupro è un vero e proprio capolavoro, in anticipo sui tempi. Pare qui di vedere un quadro già novecentesco, un’anticipazione di Munch o dell’espressionismo tedesco.

Nonostante il titolo voluto da Degas non desse una chiara interpretazione della scena, è evidente, infatti, che si è appena consumata una violenza. La ragazza è ferita e umiliata già nella postura del suo corpo. D’altronde, il corsetto gettato a terra e la sottoveste scomposta lasciano poco spazio all’immaginazione. L’uomo, però, è quasi sperso anche lui in un’angoscia che l’atto sessuale non è riuscito a placare. Una incertezza e un vuoto che sanno già di crisi dei valori.

 

La classe di danza

Arrivano le ballerine

La classe di danza di Edgar DegasCome accennavamo qualche riga sopra, Degas è universalmente ricordato soprattutto per un soggetto: le ballerine. Iniziò a ritrarle dal 1870, quando, in un impeto realista, focalizzò la sua attenzione su vari soggetti dinamici e dal corpo suggestivo, come anche i fantini. Grazie all’amicizia con alcuni addetti dell’Opéra, poté d’altronde avere libero accesso alle zone in cui si svolgevano le prove.

La pittura di Degas, però, era tutt’altro che spontanea. A differenza dei suoi amici impressionisti, non gli bastava portarsi il cavalletto e ritrarre la realtà. Osservava e abbozzava sul posto, sì, ma poi lavorava a lungo e alacremente nel suo studio. Anche La classe di danza (o La lezione di danza), che è uno dei quadri di Degas più famosi, gli portò via non a caso quasi tre anni.

Antico e moderno

Anche qui c’è la commistione di antico e moderno, tipica della pittura di Degas. Da un lato, ritrae infatti delle ballerine immortalate in un taglio fotografico, riprese in un momento di svago e di prova. Dall’altro, però, l’impostazione del quadro è classica. Le assi di legno del pavimento danno la chiara immagine delle linee prospettiche che gli impressionisti disdegnavano. I personaggi sono disposti sapientemente sulla tela. La luce cala dall’alto. E si potrebbe andare avanti a lungo.

La cosa che più sorprende quando si guarda al maestro che istruisce le allieve è piuttosto la freschezza dell’opera. Nonostante la lunga lavorazione – e ci sono pervenuti innumerevoli bozzetti e prove – Degas riusciva comunque a rendere il quadro qualcosa di spontaneo, immediato. Come se l’avesse davvero realizzato di getto, davanti alla scena, e non lungo svariati mesi.

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L’assenzio

Il lato oscuro della belle époque

L'assenzio, uno dei più famosi quadri di DegasDegas aveva un innegabile talento nel rappresentare la vita in tutte le sue sfaccettature. A volte gli piaceva mostrare le ballerine che si riposano durante le prove, altre volte le stesse che prendono gli applausi. In certi casi la gioia e il tripudio, in altri la tristezza e la sconfitta. Lo stupro, di cui abbiamo già parlato, fu forse il primo tentativo “naturalistico” di Degas. Ma L’assenzio, realizzato nel 1876, fu di sicuro il suo coronamento.

Anche in questo caso, il titolo originale dell’opera era diverso da quello con cui oggi la conosciamo. Degas la presentò alla seconda mostra degli impressionisti come In un caffè. Furono però i collezionisti inglesi, qualche decennio più tardi, a ribattezzarla L’assenzio. Il motivo è duplice: da un lato, questa bevanda aveva una diffusione, nella Francia della belle époque, talmente ampia da diventare il simbolo di un’era; dall’altro, la ragazza in primo piano ha davanti a sé proprio un bicchiere verdognolo, il colore di questa bevanda.


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A colpire è l’indagine psicologica di Degas, più che la scena in sé e per sé. Gli interni dei café parigini, in quegli anni, erano trattati da molti pittori. Perlopiù si metteva in risalto il clima festoso, l’affollamento della gente, al limite la vita bohémien. Non si mostrava l’altro lato della medaglia, cioè gli alcolizzati, gli sconfitti, gli ultimi.

Degas invece ci mostra proprio una prostituta, vestita in maniera pacchiana. Nel tavolino di fianco a sé ha una bottiglia vuota, già consumata. Il suo sguardo è perso nel vuoto, infelice senza sapere perché. Anche l’uomo che ha al lato la ignora. Sembrano due estranei, ognuno divorato dal proprio mostro. L’aria di vaga rispettabilità è tradita dall’atteggiamento, dalla posa sfatta. E non è un caso che Émile Zola, per il suo capolavoro L’ammazzatoio (uscito lo stesso anno), si sia ispirato anche a questo quadro.

 

Balletto – La stella

La prima ballerina dell’Opéra

Balletto - La stella di Edgar DegasConcludiamo con un’opera che, a rigore, non dovrebbe stare nell’elenco dei quadri di Degas. Si tratta infatti di un pastello su carta, che però ci pare talmente evocativo da non poter essere trascurato. Il suo titolo è La stella, ma a volte è ricordato anche come Balletto o Prima ballerina. Al centro, infatti, rappresenta ancora una danzatrice, vera e propria “star” della Parigi del tempo.

La scena è infatti dominata dalla ballerina, che si offre al pubblico dell’Opéra di Parigi. Si intravedono l’impresario in abito scuro ed altre ragazze pronte ad entrare da dietro le quinte, ma la luce e le attenzioni dello spettatore sono tutte focalizzate sulla danzatrice principale.

Rosita Mauri

Il soggetto del disegno – realizzato nel 1878 – tra l’altro era Rosita Mauri, una ballerina spagnola che faceva impazzire i pittori del tempo. Degas l’avrebbe ritratta più volte, ma oltre a lui si sarebbero cimentati nell’impresa vari colleghi. Tra i tanti bisogna menzionare almeno Manet, Renoir, Bonnat e Comerre. Inoltre anche vari scultori e fotografi non si fecero scappare un soggetto così ambito.

 

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