Cinque calciatori uruguaiani che hanno giocato in Italia negli anni Novanta

Álvaro Recoba, uno dei più amati giocatori uruguaiani in Italia

Dal 1980 – anno della riapertura delle frontiere calcistiche dopo 14 anni di “autarchia” – ad oggi, il campionato italiano è stato il ricettacolo di campioni indimenticabili e giocatori inadeguati, fuoriclasse e brocchi. A volte la possibilità di poter andare ad acquistare fuori dai confini nazionali ha permesso alla nostra serie A di dominare in Europa e nel mondo, altre volte il fascino dell’esotico ha tirato dei brutti scherzi ai presidenti e ai tifosi.

Come sempre, anche in questo settore si è andati un po’ a mode: c’è stato il periodo dei brasiliani a tutti i costi, indipendentemente dal fatto che fossero stelle del Maracanã o dopolavoristi da spiaggia; poi è stato il turno degli argentini, dei tedeschi, degli slavi, di tanto in tanto degli spagnoli o degli inglesi (comunque pochi e subito rispediti in madrepatria), per poi ricominciare il giro di nuovo dai brasiliani.

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Tra tutte le Nazioni, una di quelle che al contrario di quanto si potrebbe pensare ci ha consegnato giocatori con maggior costanza è stato il piccolo Uruguay, un paese di appena 3 milioni di abitanti (1 milione e trecentomila dei quali stipati a Montevideo) che però ha dato all’Italia e al calcio mondiale delle pagine memorabili.

Da Ghiggia a Cavani

Alcides Ghiggia, Juan Alberto Schiaffino, Michele Andreolo sono solo alcuni degli oriundi che fecero grande il calcio italiano tra gli anni Venti e i Sessanta e che portarono la loro nazionale a vincere due Coppe del Mondo, due ori olimpici e undici Coppe America (oggi il totale è arrivato a quindici, più del Brasile e dell’Argentina); ma appunto, giocando anche sulle origini italiane di molti di loro, i giocatori uruguaiani sono stati importati con continuità anche negli ultimi anni, in primo luogo da alcune società che sembrano avere un canale privilegiato con quel paese come il Cagliari, il Genoa o più recentemente il Palermo.


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E proprio il Palermo ha fatto giungere in Italia l’ultimo campionissimo uruguagio, Edinson Cavani, volato di recente a far (ancora più) grande il Paris Saint-Germain. Ma non è della stretta attualità che vogliamo parlarvi oggi: vi presentiamo invece cinque grandi calciatori uruguaiani che hanno lasciato un segno sul nostro campionato negli anni Novanta, cercando di ricapitolare le loro gesta e di capire cosa è successo dopo il loro addio al nostro calcio.

 

Rubén Sosa

Una Coppa Uefa con l’Inter, tanti gol con la Lazio

Il primo uruguaiano degno di nota ad arrivare in Italia dopo la riapertura delle frontiere fu Rubén Sosa, seconda punta veloce che la Lazio prelevò nel 1988 dal Saragozza. Cresciuto nel Danubio, storica squadra bianconera di Montevideo, era arrivato in Spagna ad appena 19 anni, in un periodo felice per la squadra aragonese che ottenne con lui un quarto e un quinto posto in campionato e soprattutto una Coppa del Re battendo in finale il Barcellona proprio con un suo gol.

Alla Lazio giocò 123 partite di campionato, in un periodo in cui la compagine romana finiva regolarmente a metà classifica, contribuendo comunque in maniera rilevante alla salvezza tranquilla dei biancocelesti con 47 gol in quattro stagioni. Nel 1992, però, ormai maturo per palcoscenici più importanti, fu acquistato dall’Inter per due miliardi e mezzo di lire, andando a far coppia d’attacco prima con Salvatore Schillaci, appena arrivato dalla Juventus, e poi con Dennis Bergkamp, giunto dall’Ajax.

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La convivenza con questi attaccanti non fu sempre facile: Schillaci non seppe ripetere i fasti di Italia ’90 ed era fisicamente troppo simile a Sosa; con Bergkamp invece emersero contrasti caratteriali anche in campo. In ogni caso a Milano rimase tre stagioni, fino al 1995, collezionando 76 presenze e addirittura 44 gol (dopo Cavani è l’uruguaiano più prolifico della storia del nostro campionato) portando subito nel primo anno l’Inter di Osvaldo Bagnoli a lottare per lo scudetto, anche se il Milan di Capello dominava il campionato.

Molto peggio andò l’anno successivo, quando la squadra precipitò fino in zona retrocessione (chiuse con un solo punto di vantaggio sulla quartultima) ma si consolò aggiudicandosi la Coppa Uefa. Nel 1995 fu ceduto al Borussia Dortmund, dove conquistò il suo primo scudetto facendo coppia con il suo vecchio compagno della Lazio, Karl-Heinz Riedle. Dopo una sola stagione tornò però prima in Spagna al Logroñés e poi in Uruguay, dove vinse tre campionati col Nacional. Si ritirò nel 2005, a 39 anni, dopo una comparsata anche in Cina. Oggi lavora nel settore tecnico del Nacional.

 

Carlos Alberto Aguilera

L’attaccante del Genoa che segnò ad Anfield

Il buon investimento fatto dalla Lazio prima e dall’Inter poi su Rubén Sosa aprì le porte del calcio italiano anche ad altri calciatori uruguaiani, convincendo i presidenti che i giocatori di quel paese costassero poco e rendessero molto. Il Genoa nel 1989 ne comprò addirittura tre in un colpo: José Perdomo, che sarebbe durato una sola stagione e sarebbe ritornato quasi subito in Sud America dopo due veloci tentativi in Inghilterra e Spagna; Rubén Paz, appena eletto calciatore sudamericano dell’anno ma subito rispedito anch’egli da dove era venuto; e infine Carlos Alberto Aguilera, l’unico che riuscì ad imporsi nel nostro campionato.

E si impose alla grande: in tre anni il Genoa neopromosso portò a casa un memorabile quarto posto nell’anno dello scudetto della Sampdoria, miglior risultato di tutto il dopoguerra, grazie a una formazione guidata ancora una volta da Osvaldo Bagnoli che schierava anche Tomáš Skuhravý (con Aguilera i due segnarono 30 gol in un’unica stagione), il brasiliano Branco, il capitano Signorini e Stefano Eranio a centrocampo.

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Ma fu soprattutto in Europa che la squadra fece sognare i tifosi: nel 1991/92 approdò infatti in Coppa Uefa dove fece fuori l’Oviedo, la Dinamo e la Steaua Bucarest e nei quarti di finale addirittura il Liverpool andando a vincere 2-1 ad Anfield con doppietta proprio di Aguilera. In semifinale i genoani non riuscirono però a superare l’Ajax di Frank de Boer, Winter, Bergkamp e Van Gaal che poi si sarebbe aggiudicato la coppa contro il Torino. Quella sconfitta chiuse un ciclo e Aguilera se ne andò proprio al Torino, dove, facendo coppia con Andrea Silenzi, vinse una Coppa Italia alla prima stagione.

Nel 1994 tornò in Uruguay, alla sua vecchia squadra del Peñarol, dove conquistò altri cinque scudetti partendo spesso dalla panchina. Da allora in Italia non si è più rivisto anche perché nel 1996 fu condannato per sfruttamento della prostituzione e detenzione e cessione di cocaina; la pena è stata poi indultata nel 2007.

 

Enzo Francescoli

Il mito di Zidane che guidava il Cagliari

Come abbiamo detto in apertura, alcune società italiane sembrano da sempre avere un rapporto privilegiato con l’Uruguay: tra queste il Genoa, che come abbiamo visto gli uruguaiani li comprava tre alla volta, ma anche il Cagliari, che nel 1990, appena promosso dalla serie B, fece la stessa operazione portando in Sardegna in un sol colpo il centrocampista José Herrera, che per i rossoblù sarebbe sceso in campo quasi 150 volte, l’attaccante Daniel Fonseca, che avrebbe giocato anche ad altissimi livelli, e la seconda punta Enzo Francescoli, considerato allora il più talentuoso giocatore uruguaiano degli ultimi decenni.

El flaco vantava già in Argentina un campionato vinto col River Plate, oltre a due titoli di capocannoniere e a un premio di calciatore sudamericano dell’anno; era poi passato in Francia, dove aveva conquistato il campionato a Marsiglia, incantando tra l’altro il diciottenne Zidane che proprio in suo onore avrebbe dato anni dopo il nome di Enzo al proprio figlio.

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Nel Cagliari, Francescoli non riuscì a segnare con la continuità delle stagioni precedenti, ma divenne comunque il leader della squadra allenata da Claudio Ranieri; inoltre, dopo il cambio in panchina con l’arrivo di Carlo Mazzone e l’ingresso in rosa di di Luís Oliveira, trascinò anche il Cagliari all’exploit del 1993, quando si classificò al sesto posto in campionato.

Non poté però disputare la Coppa Uefa appena conquistata perché alla fine di quell’anno fu ceduto al Torino, dove giocò un’unica stagione prima di tornare al River, ormai trentatreenne. In Argentina conobbe però una seconda giovinezza, conquistando altri quattro campionati e una Coppa Libertadores. Tra il 1983 e il 1995 ha inoltre condotto la sua Nazionale, forte di 73 presenze, alla conquista di tre Coppe America.

 

Paolo Montero

Il difensore roccioso dell’Atalanta e della Juventus

Tra tanti attaccanti che hanno fatto la storia dei rispettivi club italiani, bisogna citare però almeno un difensore: Paolo Montero, colonna prima dell’Atalanta e poi della Juventus. Classe 1971, crebbe nel Peñarol ma arrivò in Italia giovanissimo, ad appena ventuno anni, all’interno del progetto di rinnovamento voluto per l’Atalanta dal nuovo presidente (ed ex giocatore nerazzurro) Antonio Percassi.


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Qui trovò sulla panchina un giovane Marcello Lippi, oltre ad altri futuri compagni di squadra alla Juve come Sergio Porrini e Alessio Tacchinardi: la squadra si classificò subito settima, ad appena un punto dalla zona Uefa, dopo aver chiuso il girone d’andata addirittura al terzo posto. L’anno successivo, con l’addio di Lippi (e l’infruttuoso arrivo di Guidolin prima e Prandelli poi), la squadra precipitò e retrocesse, ma Montero scese in B e aiutò i compagni a risalire, portando l’anno dopo la squadra alla finale di Coppa Italia, persa contro la Fiorentina di Toldo, Rui Costa e Batistuta.

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Nel 1996, ormai maturo, fu acquistato dalla Juventus: nella compagine bianconera sarebbe diventato il centrale titolare assieme a Ciro Ferrara, rafforzando la sua fama di marcatore arcigno e a tratti anche falloso (con 16 cartellini rossi in serie A è un primatista nella specialità), tanto che a volte è ricordato soprattutto per il calcione a Francesco Totti o il pugno a Luigi Di Biagio più che non per le sue prodezze calcistiche. Eppure con la Juventus divenne uno dei migliori difensori del mondo, conquistando in nove anni quattro scudetti più uno revocato, una Coppa Intercontinentale e tre finali di Champions League.

Nel 2005, ormai trentaquattrenne, decise di tornare in Sud America, prima nel San Lorenzo e poi nel suo Peñarol, dove ha concluso la carriera nel 2007. Con l’Uruguay ha collezionato 61 presenze, diventando anche capitano durante le qualificazioni per il Mondiale del 2006, perse però allo spareggio con l’Australia. Oggi lavora come procuratore di giovani calciatori uruguaiani.

 

Álvaro Recoba

Il mancino dai gol indimenticabili

Concludiamo con un giocatore che in Italia ci arrivò verso la fine degli anni Novanta, ma che lasciò subito la sua impronta non tanto, forse, nelle vittorie o nei trofei vinti, quanto nella classe cristallina che sapeva mettere in campo quando aveva l’occasione di giocare con continuità.

Álvaro Recoba fu acquistato appena ventunenne per 7 miliardi dall’Inter di Massimo Moratti, che da un paio di stagioni aveva assunto la guida della società; un acquisto che sulle prime passò in sordina, visto che quella stessa estate per 48 miliardi era diventato nerazzurro anche Ronaldo, che al Barcellona aveva appena segnato 34 gol in 37 partite ufficiali. Era l’Inter di Gigi Simoni che in attacco poteva schierare Ronaldo, Djorkaeff, Ganz e Zamorano, col giovane e sconosciuto Recoba che sembrava inevitabilmente destinato alla panchina.

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Invece El Chino ebbe modo di mettersi subito in mostra, perché l’Inter alla prima di campionato ospitava il Brescia di Hubner e andò subito sotto, rischiando la figuraccia: Recoba entrò dalla panchina a venti minuti dalla fine al posto di Ganz e nel giro di sei minuti piazzò però due gol dalla lunga distanza, il primo da 30 metri, il secondo su punizione. Dopo un esordio così fantastico non riuscì però a ripetersi, segnando un solo altro gol – anche se quasi da centrocampo – in tutto il torneo. Dopo un inizio di stagione nuovamente in panchina, l’anno successivo venne ceduto in prestito al Venezia, dove segnò 11 gol in 19 partite e trascinò i lagunari a una storica salvezza, dimostrando che con la continuità poteva fare grandi cose.


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Trovò quindi più spazio all’Inter a causa dell’infortunio di Ronaldo, anche se su di lui si abbatté la tegola dello scandalo passaporti e sulla squadra l’incredibile rovescio del 5 maggio 2002, quando con Cúper in panchina l’Inter perse lo scudetto all’ultima giornata dopo averlo quasi cucito sul petto. Recoba tornò a rendersi protagonista soprattutto nel 2002/03, l’anno successivo, quando segnò dodici gol trovando posto di fianco a Vieri o a Crespo. Nel 2006 (a tavolino) e nel 2007 si laureò finalmente campione d’Italia, giocando però poco. Ormai trentunenne, ottenne quindi di essere ceduto in prestito al Torino per trovare maggiore spazio: anche lì però non andò benissimo e passò quindi prima in Grecia, al Panionios, e poi tornò in Uruguay. Dopo un’annata nel Danubio, attualmente gioca, a 38 anni d’età, nel Nacional di Montevideo.

 

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