Ultimamente abbiamo dedicato vari articoli agli anni ’80, soprattutto per quanto riguarda la televisione, ricordandovi le migliori pubblicità, i migliori telefilm o i migliori cartoni animati di quel periodo.

Ma non si tratta solo di noi: i palinsesti delle ultime stagioni sono stati pieni di programmi dedicati ai “mitici anni ’80”, come vengono spesso reclamizzati, programmi in cui di solito si rivanga con fare nostalgico il passato, dalle musicassette ai videoregistratori, dal Commodore 64 a Diego Armando Maradona.

Il decennio del pop

Dal punto di vista musicale, fu indubbiamente il decennio dell’esplosione della musica pop, che seppe conquistare fette sempre maggiori di pubblico coniugando linee melodiche semplici e accattivanti, attenzione all’immagine (anche televisiva), uso di tutti i mezzi di comunicazione disponibili.

Soprattutto, fu il decennio del ritorno delle scene di isteria collettiva che avevano caratterizzato gli anni dei Beatles: le ragazzine di tutto il mondo si innamoravano di Simon Le Bon o Tony Hadley, di Bono o George Michael, allo stesso modo in cui le loro sorelle minori si sarebbero innamorate dei Take That, dei Backstreet Boys o degli One Direction.

Insomma, fu un decennio di grandi svolte – positive o negative che fossero – e forse proprio per questo siamo così propensi a ricordarlo e a studiarlo a trent’anni di distanza.

Se poi vogliamo approfondire, un tratto comune nell’ambito musicale fu quello di avere un buon numero di band che, spesso bruciate dal successo o dalle ambizioni personali, si sciolsero all’improvviso, col frontman che immediatamente tentava una carriera solista, impresa che nel decennio precedente era decisamente più rara.

E questo avvenne soprattutto in Gran Bretagna, dove più spesso i vari cantanti cercarono di capitalizzare in proprio il seguito di fan che si erano costruiti negli anni. Vediamo allora di ricordare chi sono stati questi cantanti inglesi anni ’80 che hanno avuto successo sia in gruppo che da solisti.

 

Peter Gabriel

Dai Genesis alla world music

Peter Gabriel durante un concerto a fine anni '70Il primo album dei Genesis, uscito nel 1969, s’intitolava From Genesis to Revelation; un album progressive che aveva aperto la strada a una delle band di maggior successo degli anni ’70, capitanata dall’eclettico e imprevedibile Peter Gabriel.

Una band che nel giro di una manciata d’anni, dopo quell’esordio in realtà ancora interlocutorio, aveva saputo produrre dischi seminali come Selling England by the Pound e The Lamb Lies Down on Broadway, forse l’apice della loro storia fino ad allora.

Ma all’interno del gruppo non era tutto rose e fiori: qualcosa si era rotto nell’equilibrio tra i vari componenti della band, in parte anche a causa dell’istrionismo di Peter Gabriel, che nel 1975 decise di punto in bianco di lasciare i Genesis, desideroso di mettersi in proprio.

I primi due lavori da solista, Peter Gabriel 1 e Peter Gabriel 2 (o, come sono spesso ricordati, Car e Scratch) furono baciati da un buon successo, ma erano ancora fortemente influenzati dal percorso precedente.

Fu solo a partire dal 1980 che il cantante del Surrey trovò quindi una sua propria strada, lasciando indelebilmente il segno sul decennio: in quell’anno uscì infatti Peter Gabriel 3 o Melt, nel quale apriva alla world music, apertura simboleggiata perfino nel titolo del singolo Games Without Frontiers.

Ancora più convincenti furono, almeno per il mercato americano, Peter Gabriel 4 (o Security), che venne trainato da Shock the Monkey e dal suo innovativo videoclip, e soprattutto So (del 1986), il suo album di maggior successo, dal quale è tratto anche il video di Sledgehammer, anche questo molto particolare, che vi presentiamo qui di seguito.

Da lì in poi Gabriel ha calato notevolmente la propria produzione, dedicandosi soprattutto a cause umanitarie: dopo Us, uscito nel 1992, i fan hanno dovuto aspettare dieci anni prima di poter ascoltare un nuovo disco, Up.

 

Phil Collins

Le sue molte vite parallele

Phil Collins nei primi anni '80, quando si alternava come membro dei Genesis e come cantante solistaI Genesis sono stati davvero una delle band che più ha caratterizzato gli anni ’80, per almeno tre motivi: primo, perché il Peter Gabriel del quale abbiamo appena parlato proprio dei Genesis era stato il leader; secondo, perché la stessa band continuò a sfornare per tutto il decennio dischi di grande successo, come Duke, Abacab e soprattutto Genesis e Invisible Touch, premiati da vendite clamorose e sorprendenti.

Infine, perché il nuovo cantante del gruppo, Phil Collins, fece pure in tempo a pubblicare una serie di album solisti capaci di renderlo uno degli artisti più venduti della storia della musica moderna.

Ma partiamo dall’inizio. Londinese, Collins diede il via alla sua carriera in realtà studiando recitazione, aspirazione abbandonata ben presto per lasciare il posto alla batteria: col suo primo gruppo, i Flaming Youth, riuscì ad esordire nel 1969 con un album ben recensito dai critici che però non incontrò il successo commerciale.

Nel 1970 venne assunto dai Genesis, in cerca di un nuovo batterista, ed entrò nella formazione della band a partire dal terzo album, Nursery Cryme, nel quale cantava anche un brano – For Absent Friends – scritto da Steve Hackett che Gabriel non voleva eseguire.

Quando quest’ultimo decise di andarsene, quindi, dopo una serie di infruttuosi provini, la scelta per il nuovo cantante cadde proprio su di lui, una scelta che risultò vincente visto che A Trick of the Tail e soprattutto And Then There Were Three – registrato dopo l’addio anche di Steve Hackett – diventarono gli album di maggior successo nella storia della band.

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Ma è appunto con la carriera solista – che Collins intraprese senza uscire dai Genesis – che il batterista lasciò veramente il segno sul decennio: il primo album, Face Value, del 1981, diventò cinque volte disco di platino sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, trascinato dalla hit In the Air Tonight che potete ascoltare qui di seguito.

Altri grandi successi negli album successivi sarebbero poi state la cover delle Supremes You Can’t Hurry Love, Against All Odds (Take a Look at Me Now), Easy Lover, A Groovy Kind of Love e Another Day in Paradise.

 

Sting

Tra new wave e jazz

Sting e i PoliceArchiviati i Genesis e i loro componenti, passiamo ad altre band britanniche che si separarono – a volte anche in maniera traumatica – durante gli anni ’80 e portarono ad importanti carriere dei loro frontman.

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, in particolare, nella scena londinese era emerso un gruppo formato da tre giovani provenienti da diverse parti dell’Inghilterra: Gordon Matthew Thomas Sumner – che ben presto assunse lo pseudonimo di Sting – veniva dalla zona di Newcastle; Stewart Copeland era un americano che viveva a Londra; Andy Summer era nato nel Lancashire.

Il successo fu rapidissimo: il disco d’esordio Outlandos d’Amour entrò nel 1978 nella top ten inglese, ma ancora meglio andò coi successivi Reggatta de Blanc e Zenyatta Mondatta, capace quest’ultimo di conquistare anche il mercato americano nel 1980.

Dopo l’album del 1983, Synchronicity, un disco decisamente più maturo che conteneva anche quello che sarebbe diventato il loro pezzo più celebre (Every Breath You Take), i contrasti creativi tra Sting e Copeland divennero però insostenibili e quindi i membri della band, pur senza sciogliersi ufficialmente, decisero di dedicarsi ad alcuni progetti solisti.

Sting se ne uscì a metà del decennio con The Dream of the Blue Turtles, album ancora più influenzato da sonorità jazzistiche rispetto ai lavori con i Police che conquistò la qualifica di disco di platino praticamente ovunque nonostante la mancanza di un singolo veramente di traino (quello che andò meglio fu Russians, addirittura il quarto estratto, che potete ascoltare qui di seguito).

Più convincente per la critica e anche per i vecchi fan dei Police fu il disco del 1987, …Nothing Like the Sun, che vendette più di due milioni di copie solo negli Stati Uniti e presentava alcuni dei capolavori della produzione dell’ex bassista. Un successo che non si sarebbe affievolito, a differenza di altri colleghi, neppure negli anni Novanta, con ad esempio lo straordinario exploit di The Soul Cages, datato 1991.

 

George Michael

Dai teenager all’adult contemporary

George Michael, che negli anni '80 ebbe grande fortuna sia come cantante degli Wham! che come solistaDai Genesis ai Police, finora siamo oscillati tra il progressive – anche se sempre più tendente al pop negli anni Ottanta – e la new wave, generi di certo popolarissimi nel decennio ma non ancora completamente rappresentativi della scena musicale britannica.

Se c’è infatti uno strumento che tra il 1980 e il 1989 ha trovato vigore, linfa e slancio è stato il sintetizzatore, l’apparato che già era stato sperimentato negli anni Settanta da alcune band progressive ma che solo negli Ottanta venne applicato alla causa del pop.

Proprio il synth pop è il tassello che ci manca per rinfoltire la nostra veloce panoramica: riprendendo spunti dal glam rock e da band come i Kraftwerk, nacquero infatti tutta una serie di gruppi dagli accenti e dai toni anche ben diversi tra loro – dai New Order ai Depeche Mode, dagli Alphaville agli Human League, dagli Ultravox ai Pet Shop Boys, senza dimenticare tutto il movimento New Romantic e i Duran Duran – tutti caratterizzati però dell’uso di suoni ottenuti appunto col sintetizzatore.

Una delle band che cavalcò subito l’onda della nuova moda furono però gli Wham!, duo formato dal londinese di origini greche Georgios Kyriacos Panayiotou (in arte George Michael) e dal coetaneo Andrew Ridgeley, che esordirono appena ventenni con l’album Fantastic, subito numero uno in Inghilterra grazie anche al melting pot di influenze musicali (dalla dance al nascente rap, tutti i generi sembravano trovar cittadinanza nei primi singoli del duo).

Un successo tanto veloce quanto distruttivo: i due rimasero insieme solo per lo spazio di tre anni e due ulteriori album, prima che Michael decidesse di intraprendere la propria carriera solista.

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Trovatosi senza più spalla, l’obiettivo del cantante divenne prima di tutto quello di non rimanere confinato ad un pubblico di teenager, ma di esplorare invece anche sonorità soul, funk ed R&B.

L’unico album solista che diede alle stampe negli anni ’80, Faith (datato 1987), riuscì perfettamente nell’impresa, vendendo addirittura 25 milioni di copie in tutto il mondo e piazzando quattro singoli al numero 1 della classifica americana, tra cui la stessa Faith che potete ascoltare qui di seguito.

Pur vendendo sempre un numero esagerato di copie anche con gli album successivi, George Michael non è più riuscito a ripetere quel successo così clamoroso.

 

Morrissey

Il profeta dell’indie britannico

Morrissey, leader e voce degli Smiths, negli anni '80Il titolo di questa cinquina rende evidente che stiamo parlando di band e cantanti che hanno avuto grande successo e quindi, per forza di cose, di generi che negli anni Ottanta erano decisamente mainstream: abbiamo infatti dedicato ampio spazio al pop in tutte le sue forme, alla new wave, all’adult contemporary.

Ma il decennio della Thatcher in Gran Bretagna fu un decennio ricco di contraddizioni e varietà: fiorirono, infatti, anche decine di band indie e alternative, che trovarono i loro capofila negli Smiths, il gruppo di Manchester di Morrissey e Johnny Marr.

Anticonformisti fin dal nome («In un’epoca di nomi pomposi ne volevamo uno comune», avrebbe poi spiegato Morrissey), seppero unire ritmi anni ’60 a liriche letterarie e sarcastiche ispirate perlopiù a Wilde: la loro bella esperienza durò cinque anni, dal 1982 al 1987, vendendo bene a livello di album in Inghilterra ma non riuscendo mai veramente a sfondare né all’estero, né a livello di single chart.

Al quarto album, Strangeways, Here We Come, che la band sentiva come il migliore della sua carriera, vari nodi vennero al pettine: Marr, che oltre a suonare la chitarra scriveva le musiche e fungeva da manager, aveva problemi di alcool e non vedeva l’ora di smetterla con tutto quello stress; Morrissey dal canto suo sentiva che gli altri due membri del gruppo (il bassista Andy Rourke e il batterista Mike Joyce) erano solo dei pesi morti e lavorava sempre più per conto suo alle canzoni.

Così nel 1987 la band si sciolse e appena sei mesi dopo Morrissey se ne uscì col suo primo lavoro solista, Viva Hate, altro successo in Inghilterra e altro mezzo flop in America, da cui è tratto pure il suo singolo di maggior successo fino all’inatteso exploit di Irish Blood, English Heart del 2004: la Suedehead che potete ascoltare qui di seguito.

 

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