La musica italiana ha molte facce. Ha avuto e ha ancora un lato melodico che non si può trascurare. Ha avuto i suoi gruppi antagonisti, o di rottura, tra il punk e il rock. Ma soprattutto ha avuto un lato intellettuale, come emerge dalla presenza di tanti cantautori italiani, cantanti cioè che si scrivono da soli i brani, spesso con grande attenzione alle liriche e ai temi.

Il periodo d’oro, per la canzone d’autore italiana, sono stati indubbiamente gli anni ’70. In quel periodo, sembrava quasi che non si potesse far musica nel nostro paese senza introdurre temi politici nelle canzoni, senza mettere un’attenzione particolare nei testi, senza in qualche modo riferirsi agli esempi francesi o americani.

Quel periodo ha visto sorgere diverse scuole, da quella romana a quella bolognese, che a loro volta si ispiravano alla scuola genovese nata un decennio prima.

Fu infatti grazie all’esempio di artisti come Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli e Umberto Bindi – e poi a quello dei milanesi Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci – che quarant’anni fa nacquero i cantautori che tutti oggi abbiamo in mente, da Francesco Guccini a Francesco De Gregori, da Antonello Venditti a Rino Gaetano.

Oggi vogliamo ripercorrere la carriera dei cinque che segnarono maggiormente gli anni ’70. Eccoli, insieme ai loro maggiori successi di quel periodo.

 

1. Fabrizio De André

È difficile collocare Fabrizio De André in un unico decennio. Il cantautore genovese, infatti, cominciò a pubblicare le sue canzoni già negli anni ’60, ispirandosi perlopiù ai maestri francesi. Il suo stile, allora, era infatti piuttosto diverso da quello che avrebbe mostrato negli anni successivi.

All’inizio i suoi brani parlavano di diseredati e infelici, con un ritmo che riprendeva la forma della ballata o addirittura della filastrocca giocosa. Era brani brevi, immediati, poetici, che si inserivano nella tradizione della scuola genovese.

Fabrizio De AndréTra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, però, lo stile di De André cominciò ad evolvere. I suoi album divennero più corposi, densi di significato. Le sue composizioni non erano più pezzi brevi ed immediati, pur nella loro durezza, ma dischi di più ampio respiro.

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Negli anni ’70 si presentò quindi ormai come un autore maturo e completo, e incise alcuni dei suoi capolavori, che segnarono profondamente la musica del decennio.

I dischi degli anni ’70

Ad esempio, proprio nel 1970 uscì La buona novella, un disco tratto addirittura dai Vangeli apocrifi. In quell’album complesso, scritto in collaborazione con Roberto Dané e Gian Piero Reverberi, De André azzardava un’allegoria del movimento studentesco, in chiave però evangelica. Insomma, faceva le cose in grande.

Non al denaro non all'amore né al cielo di Fabrizio De André

Appena un anno dopo arrivò il disco forse più bello di tutta la carriera del cantautore, Non al denaro non all’amore né al cielo. Le canzoni, scritte ancora con l’aiuto di altri, adattavano le poesie dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, mostrando come si potesse portare la poesia in musica.

Poi è venuto il controverso Storia di un impiegato, l’ultimo concept album, e, nel 1974, Canzoni, con cui cominciò la collaborazione con Francesco De Gregori. Collaborazione che avrebbe trovato il suo apice con Volume 8, disco scritto in buona parte a quattro mani.

Infine, il decennio si chiuse con Rimini, bell’album dalle sonorità più moderne, scritto assieme a Massimo Bubola. E in quel lavoro c’erano già i segnali del nuovo stile che De André avrebbe adottato negli anni ’80, con incursioni nel folk e nel rock.

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2. Lucio Dalla

Come Fabrizio De André, anche Lucio Dalla aveva già cominciato a farsi conoscere dal grande pubblico prima degli anni ’70. Dopo una fugace apparizione con i Flippers, tentò la carriera solista a partire dal 1964, con brani inizialmente molto semplici e in linea con la moda degli anni ’60.

Iniziò a mostrare doti più personali sul finire del decennio, ma fu solo nei ’70 che si propose come un autore nuovo. La svolta partì da 4/3/43 [1], brano presentato a Sanremo che si giudicò addirittura il terzo posto nella classifica finale. Il pezzo destò tra l’altro un certo scalpore per via dei riferimenti a Gesù bambino.

Lucio DallaPoco dopo uscì il disco Storie di casa mia, che conteneva altri pezzi folk tra cui anche Il gigante e la bambina, destinato a un duraturo successo. Nel 1972 Dalla tentò quindi il bis, andando ancora a Sanremo con la canzone Piazza grande [2], anche se questa volta si classificò solo ottavo.

Ormai era un cantante amato ed apprezzato dei giovani, ma invece di continuare sulla stessa strada decise di dare il via a una collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi. Ne nacquero album difficili, spiazzanti, ma anche molto apprezzati dalla critica, come Il giorno aveva cinque teste e Anidride solforosa.

I grandi successi sul finire del decennio

Nel 1977 però Dalla decise di dare alla propria carriera una ulteriore svolta. Stanco della collaborazione con Roversi, scelse di scriversi da solo i testi delle canzoni. Così pubblicò nello stesso anno l’album Come è profondo il mare, in cui, oltre alla titletrack, erano da segnalare Quale allegria e Disperato erotico stomp.

Il disco Lucio Dalla, in cui era contenuta anche la canzone L'ultima luna

Il successo di quel nuovo disco portò Dalla nel 1979 a pubblicare un nuovo album intitolato semplicemente Lucio Dalla. Il disco è ancora oggi uno dei migliori del cantautorato italiano. Al suo interno si trovavano tracce come Anna e Marco, L’ultima luna, Stella di mare e L’anno che verrà.

Il decennio per il cantautore bolognese si chiuse poi nel migliore dei modi. Assieme a Francesco de Gregori – con cui aveva già cominciato a collaborare in alcune canzoni – condusse uno storico tour in giro per l’Italia, intitolato Banana Republic. L’esperimento funzionò bene, con stadi pieni e mezzo milione di copie del disco live vendute.

Dalla, d’altronde, per tutta la carriera cercò collaborazioni con altri artisti. Oltre a De Gregori – con cui scrisse Cosa sarà [3] e Ma come fanno i marinai – in quegli anni ’70 lavorò spesso anche con Ron, destinato poi a una discreta carriera.

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3. Francesco Guccini

Forse il più rappresentativo cantautore italiano degli anni ’70 è però Francesco Guccini. Modenese di nascita, bolognese d’adozione, Guccini esordì in realtà sul finire del decennio precedente, ma già dalle prime battute sembrò un cantante proiettato in avanti.

Nei suoi primi lavori, affrontava infatti temi inediti per la canzone italiana. Auschwitz parlava dell’Olocausto. Canzone per un’amica toccava il tema della morte. Dio è morto, censurato dalla Rai, introduceva per la prima volta nella canzone popolare temi filosofici al limite della blasfemia.

Guccini con i NomadiQuesta tendenza ad usare temi sociali e politici delle canzoni sarebbe diventata quella dominante negli anni ’70, quando obiettivamente Guccini avrebbe inciso i suoi maggiori successi. La grande cura per i testi, d’altra parte, fece del musicista emiliano il capofila dei cantautori politici.

Il primo disco degli anni ’70 fu quindi Due anni dopo, un album in realtà piuttosto intimo, in cui comunque non mancava un inno come Primavera di Praga. L’isola non trovata, uscito un anno più tardi, sembrò un parziale passo indietro, ma nel ’72 tutto venne dimenticato quando uscì uno dei suoi capolavori, Radici.

I capolavori

L’album presentava infatti alcuni pezzi che fecero la storia della musica italiana degli anni ’70. Il più famoso di tutti fu indubbiamente La locomotiva [4], canzone anarchica e di lotta. Nel disco però c’erano anche tanti altri classici, come Incontro, Piccola città e Il vecchio e il bambino.

Francesco Guccini

Dopo Stanze di vita quotidiana, pubblicato nel 1973, Guccini si prese una breve pausa. Già nel ’76, però, ritornò al centro della scena col nuovo lavoro, Via Paolo Fabbri 43, che vendette moltissimo. Al suo interno c’erano L’avvelenata, Canzone quasi d’amore e Il pensionato.

Il decennio a livello di inediti si chiuse con l’album Amerigo, datato 1978. Il pezzo trainante del disco era però Eskimo, in cui Guccini faceva il punto della sua carriera e della sua vita a circa 10 anni dagli esordi.

Ad ogni modo, nel 1979 uscì anche un album live, a celebrare l’affetto che il pubblico in tutto quel decennio aveva tributato al cantante modenese. Quel disco si intitolava Album concerto e venne registrato assieme ai Nomadi di Augusto Daolio.

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4. Francesco De Gregori

Il più poetico dei cantautori italiani fu però probabilmente Francesco De Gregori. Non che Guccini non sapesse scrivere in versi; anzi, i suoi testi seguono costantemente una metrica ben precisa. È De Gregori, però, quello che più di tutti ha saputo inserire immagini poetiche nei suoi brani.

Nato a Roma, cresciuto nell’ambiente del Folkstudio, il cantautore esordì all’inizio degli anni ’70. Il primo album pubblicato fu infatti Theorius Campus, firmato a quattro mani assieme ad Antonello Venditti nel 1972. In quel disco i pezzi di De Gregori mostravano però già lo stile che avrebbe contraddistinto il cantautore romano.

Francesco De Gregori durante un concertoNonostante le vendite non esaltanti di quel primo album, nel 1973 De Gregori riuscì a pubblicare il primo lavoro solista, Alice non lo sa. Questo disco ebbe invece un buon successo, anche se i pezzi politici avevano un ruolo secondario rispetto ai ritratti femminili o alle poesie ermetiche.

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L’anno successivo uscì poi Francesco De Gregori, album meno convincente del precedente, ma contrassegnato dalla presenza di Niente da capire. Lo stesso De Gregori considerava quel lavoro un mezzo passo falso, ma comunque poco dopo avrebbe messo a segno colpi migliori.

Da Rimmel in poi

Nel 1975 uscì infatti il suo capolavoro, Rimmel. Oltre alla titletrack [5], nel disco c’erano pezzi come Pablo, Quattro cani e Pezzi di vetro, che lo resero uno dei cantautori più seguiti della scena italiana.

Dopo la fine della collaborazione con De André, di cui abbiamo già dato conto, De Gregori si mise poi al lavoro sul disco successivo, Bufalo Bill, uscito nel 1976. Quell’anno, però, più che dalle canzoni fu segnato dalla contestazione.

Rimmel di Francesco De GregoriDurante un concerto a Milano, infatti, De Gregori venne attaccato da una parte del pubblico, che lo contestava. L’accusa era che il cantautore strumentalizzasse alcuni temi cari alla sinistra per avere successo e denaro.

Quel concerto, in cui la sinistra extraparlamentare arrivava a minacciare uno dei cantanti più amati dei giovani politicizzati, segnò uno spartiacque non solo nella carriera di De Gregori ma di tutti i cantautori con italiani.

Il musicista si riprese con una certa difficoltà, in parte anche grazie all’amicizia di Lucio Dalla. Il disco successivo, De Gregori, conteneva infatti una perla come Generale, mentre, come detto, nel 1979 ritrovò l’affetto del pubblico grazie alla lunga tournée proprio con Dalla.

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5. Antonello Venditti

Chiudiamo la nostra panoramica con Antonello Venditti, altro cantautore romano che abbiamo già citato. Anch’egli esordì nel 1972, dividendo l’album d’esordio – Theorius Campus – con De Gregori. Già in quel disco però era presente uno dei cavalli di battaglia della sua carriera, Roma capoccia [6], scritto addirittura a 14 anni.

Poco dopo diede alle stampe il primo disco solista, L’orso bruno, presto seguito da Le cose della vita. Quest’ultimo venne registrato solo con il pianoforte, e si segnalava per l’intensa Mio padre ha un buco in gola, che raccontava storie personali legate alla famiglia.

Antonello Venditti con Simona Izzo negli anni '70Nel 1974 arrivò quindi Quando verrà Natale, segnato da un discreto successo grazie anche alla canzone Campo de’ fiori. In ogni caso quella prima fase fu segnata da varie collaborazione e soprattutto da canzoni scritte per altri cantanti.

Venditti, in particolare, passò in questi anni vari suoi brani ad alcune importanti interpreti femminili, come ad esempio Mia Martini e Patty Pravo. Queste collaborazioni confermarono il suo talento anche come autore.

In vetta alle classifiche

Dal punto di vista commerciale, la svolta della carriera – come d’altronde anche per quella di De Gregori – arrivò nel 1975. In quell’anno uscì infatti Lilly, la cui titletrack raccontava una storia di droga che all’epoca fece scalpore.

Antonello Venditti sulla copertina di Le cose della vita, album degli anni '70

Ancora meglio dal punto di vista delle vendite andò Sotto il segno dei pesci, album del 1978 che seguiva l’interlocutorio Ullalla. Quel disco e i suoi singoli arrivarono fino in testa alle classifiche sia dei 45 giri che dei 33 giri, cosa decisamente poco comune per un cantautore.

D’altronde all’interno di quel disco c’erano alcuni dei brani più famosi della carriera di Venditti. Oltre alla stessa Sotto il segno dei pesci, nella tracklist figuravano Bomba o non bomba, Sara e Giulia.

Altrettanto bene, comunque, andò l’anno successivo Buona domenica. Anche in quel disco, d’altra parte, c’erano pezzi di ottima fattura e di buon successo commerciale, come soprattutto la canzone che dava il titolo all’album.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Potete riascoltarla qui.
[2] L’esibizione sanremese può essere rivista qui.
[3] Qui la trovate eseguita durante la famosa tournée di fine anni ’70.
[4] Una bella versione live, in realtà datata 1982, potete ascoltarla qui.
[5] Se avete voglia di un po’ di nostalgia, la potete riascoltare cliccando qui.
[6] Qui la potete ascoltare grazie a YouTube.
[-] La foto di Francesco De Gregori è di Gorupdebesanez (via Wikimedia Commons).

 

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