Cinque canzoni blues famose e memorabili

Alla scoperta delle canzoni blues più famose e importanti della storia

 
La musica popolare, oggi, è diversificata in decine se non centinaia di generi. Già solo limitandosi al rock, se ne incontrano una miriade, alcuni celeberrimi e molto seguiti come il punk o l’hard rock, altri legati perlopiù al passato, come il beat o il glam, altri ancora figli di certi ambienti o di certe latitudini. Discorsi analoghi si potrebbero fare per il country, il folk, il jazz. Generi che si sono spesso mescolati tra loro, dando origine a interessanti contaminazioni.

L’influenza del blues

Se c’è un sound, però, che ha diramato i suoi semi su quasi tutta la musica contemporanea di lingua inglese questo è probabilmente il blues. Un genere che nasce nelle piantagioni del sud degli Stati Uniti all’epoca dello schiavismo e che nel corso del ‘900 si è nobilitato, passando alle sale d’incisione e insegnando il ritmo e la struttura delle canzoni ai giovani astri del rock’n’roll.

Oggi ascoltiamo R&B, musica soul, blues rock, country e tanti altri generi che al blues devono forse non tutto, ma comunque moltissimo, eppure ignoriamo spesso i pezzi più famosi di questo stile, le pietre miliari del genere. Cerchiamo di riscoprirli insieme, concentrandoci su quella manciata d’anni – indicativamente dal 1945 al 1960 – che hanno fatto la storia.


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T-Bone Walker – Call It Stormy Monday (But Tuesday Is Just as Bad)

Alle radici del blues

Il blues, come detto, affonda le sue radici nella musica africana e nel folclore degli schiavi dell’Ottocento. È stato però solo a partire dalla Seconda guerra mondiale che ha cominciato ad uscire dalle comunità afroamericane e a diventare, in un certo senso, di dominio pubblico, conquistando la ribalta della scena musicale americana. Un pioniere in questo senso è stato sicuramente il chitarrista T-Bone Walker, il cui pezzo più celebre è Call It Stormy Monday (But Tuesday Is Just as Bad).

Il brano fu registrato nel 1947 e arrivò in classifica l’anno successivo, ispirando tutta una nuova generazione di bluesmen, che da quel momento in poi iniziarono a orientare i loro interessi verso la chitarra elettrica. Tra questi c’era anche un giovane B.B. King, il futuro re del genere, che di questa canzone si innamorò, incidendola poi qualche anno più tardi.

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Stormy Monday è infatti uno degli standard blues più famosi, ed è stato eseguito da centinaia di artisti. Impostato sullo stile della West Coast, il brano ricevette nuova linfa all’inizio degli anni ’60, quando Blue Bland lo riarrangiò e lo riportò in classifica. Un’ultima grande rivisitazione è quella della Allman Brothers Band, che ne incise una versione live nello straordinario At Fillmore East.

Il brano oggi è inserito nelle Hall of Fame di diversi generi, proprio perché è stato ripreso e riarrangiato da musicisti tra loro diversissimi. Lo troviamo nella lista del meglio dei Grammy, del Rock and Roll e del Blues, oltre che nel registro musicale della Libreria del Congresso degli Stati Uniti.

 

John Lee Hooker – Boogie Chillen’

Il riff che ha ispirato molti chitarristi rock

Rimaniamo fermi agli anni ’40 con Boogie Chillen’, pezzo noto a volte anche come Boogie Chillun a seconda delle diverse grafie. Il suo autore è John Lee Hooker, che lo incise nel 1948 accompagnandosi solo con la chitarra elettrica e le percussioni. Il titolo sembra richiamare allo stile boogie, che si era imposto negli anni ’30 e ’40 grazie soprattutto al pianoforte, ma qui in realtà le influenze sono parecchie.

Il brano omaggia infatti tutta la tradizione blues, sia nelle liriche – che spesso citano apertamente alcuni classici del genere –, sia nella musica, che si rifà al country blues del Mississippi, cercando nel contempo di proporre uno stile nuovo, che sarebbe poi stato ribattezzato urban electric blues.

Il titolo risente di un certo autobiografismo che emerge qua e là nella canzone. Chillen’ è un tentativo di riprodurre per iscritto la particolare pronuncia di Hooker della parola children, e fa riferimento al ritmo che gli era stato insegnato da ragazzino dal suo patrigno, Will Moore.

Celebre, ad ogni modo, il riff di chitarra, che molti critici considerano la base da cui sarebbero partiti decine di chitarristi rock. Non a caso, non sono pochi i gruppi successivi che hanno voluto incidere questo brano blues, anche per segnalarlo come loro influenza. Tra i tanti meritano di essere citati i Canned Heat e gli ZZ Top (che la citarono apertamente nella canzone La Grange, cosa che portò anche ad alcune cause legali per lo sfruttamento dei diritti).

 

B.B. King – The Thrill Is Gone

Dal 1951 al 1969, con qualche modifica

E arriviamo finalmente a lui, a B.B. King, forse il bluesman più noto tra i non specialisti. Fan di T-Bone Walker, iniziò a incidere nel 1949, anche se il successo arrivò qualche anno più tardi. Forse il suo pezzo più famoso lo incise nel 1969: si trattava di The Thrill Is Gone, scritto addirittura nel 1951 da Roy Hawkins e Rick Darnell.

Alla sua uscita, nei primi anni ’50, la canzone si era ben comportata, piazzandosi nella classifica R&B e dando qualche mese di notorietà ai suoi autori, esponenti della scena del West Coast blues. King la riprese, modificandone l’impostazione e il tono. Vennero aggiunti degli archi, il ritmo venne rallentato e la tonalità spostata in Si minore.


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Il risultato fu straordinario, perché King si aggiudicò un Grammy nel 1970 e una trentina d’anni più tardi la sua performance fu introdotta nella Hall of Fame dello stesso premio. Ma i riconoscimenti nel corso degli anni sono stati moltissimi: basti citare, tra tutti, il fatto che la rivista Rolling Stone abbia piazzato The Thrill Is Gone al posto numero 183 tra le 500 migliori canzoni di sempre.

Particolarmente significativo è sentirla dal vivo, perché King riusciva ogni volta a dare una diversa caratura all’esecuzione. E i suoi concerti permettevano di notare anche il trasporto emotivo del chitarrista del Mississippi. Tra le tante versioni, recuperate quelle contenute in Live in Cook County Jail e Live at San Quentin.

 

Muddy Waters – Hoochie Coochie Man

Il botta e risposta che lascia il segno

Chiudiamo la nostra lista con due brani usciti a pochissima distanza l’uno dall’altro ed entrambi firmati dallo stesso autore. Stiamo parlando di Hoochie Coochie Man e Mannish Boy, eseguiti da Muddy Waters tra il 1954 e il 1955 e destinati a lasciare il segno non solo nella carriera di Waters ma nell’intera musica blues.

Con quei due brani, infatti, Waters diede vita al cosiddetto blues di Chicago che avrebbe dominato la scena per vari anni e avrebbe ispirato decine di nuovi adepti. Adepti che però – soprattutto in Gran Bretagna – sarebbero passati dal blues al rock, portandosi dietro i riff, le sonorità e lo stile di Waters. Tra questi vanno citati assolutamente gli Yardbirds di Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page e i Rolling Stones.

La prima canzone, Hoochie Coochie Man, fu scritta da Willie Dixon e presentava alcuni elementi nuovi per l’epoca. Da un lato c’era un testo che faceva ampio riferimento al voodoo e a rituali magici popolari, che una certa fortuna avrebbero avuto anche nell’epopea rock. Dall’altro, c’era un arrangiamento molto particolare, fatto di pause improvvise, in cui gli strumenti e la voce di Waters sembravano dialogare tra loro, in un botta e risposta.

Questa struttura divenne immediatamente uno standard non solo del blues, ma di tutta la musica popolare, importata poi in decine di altre canzoni. La stessa Hoochie Coochie Man è stata eseguita, negli anni, da artisti del calibro di Jimi Hendrix, Chuck Berry, lo stesso Eric Clapton e molti altri.

 

Muddy Waters – Mannish Boy

Il brano amato da Martin Scorsese

Il secondo pezzo di Muddy Waters che abbiamo scelto di segnalarvi è, come già detto, Mannish Boy, registrato nel 1955. La canzone derivò in un certo senso dalla precedente Hoochie Coochie Man. Bo Diddley, il bluesman famoso all’epoca per esibirsi con una chitarra rettangolare, aveva infatti inciso I’m a Man, pezzo di buon successo che era una risposta a Hoochie Coochie Man. Waters decise quindi di registrare Mannish Boy come contro-risposta a Diddley.

E proprio da I’m a Man prendeva una parte della musica, con l’aggiunta di un nuovo arrangiamento dello stesso Waters e di Mel London, oltre a diverse parole. La versione di Waters è però più dirompente di quella di Diddley, che pure fu un musicista di ottimo livello, ed è entrata nella storia del genere.

Anche qui abbiamo la struttura ripetitiva a stop-time tipica del blues di Chicago e anche in questo caso l’influenza sul nascente rock’n’roll fu incredibile. Tanto è vero che una quindicina d’anni più tardi, nel 1968, lo stesso Waters cercò di riarrangiare il pezzo per renderlo più appetibile alle orecchie dei fan del rock, ormai diventato il genere di riferimento.

Oltre che per le indubbie qualità musicali, Mannish Boy è oggi ricordata anche per essere inclusa in vari film e documentari. La si può sentire ad esempio in L’ultimo valzer, il film-concerto di addio del gruppo The Band diretto da Martin Scorsese nel 1978. Lo stesso Scorsese, infine, volle poi inserire il brano nella colonna sonora di Quei bravi ragazzi, uno dei suoi film più belli.

 

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