Cinque canzoni britpop che i più giovani non possono non conoscere

Una celebre copertina di NME dell'agosto 1995 che metteva in competizione i Blur e gli Oasis, entrambi paladini del britpop

“Chiedi chi erano i Beatles”, cantavano gli Stadio nel 1984. Ma chiedi pure cos’era il britpop, visto che, se i Beatles sono preistoria, i loro principali seguaci, gli Oasis, sembrano anch’essi ormai parte di una storia passata. Una storia che i più giovani potrebbero non conoscere, ma che merita di essere ricordata.

Il britpop è stata una corrente musicale piuttosto eterogenea che ha vissuto il suo periodo di maggior splendore attorno alla metà degli anni ’90. Gli elementi caratterizzanti non erano molti. In primo luogo, metteva sul piatto una musica a metà via tra il pop rock e l’indie rock, con spruzzate di sonorità british e mod. Poi, c’era la comune origine inglese o comunque britannica dei principali interpreti. Infine, l’elemento decisivo era la capacità di parlare alla nuova generazione, che si sentiva ben distante da quello che erano stati sia gli anni ’70, sia gli anni ’80, ma non aveva ancora trovato una propria identità.


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Il primo gruppo che fu etichettato come britpop furono i Suede, a cui seguirono gli Elastica, i Pulp, i Blur, i Verve, gli Oasis, i Supergrass, i Kula Shaker, i Teenage Fanclub, i Divine Comedy, i Travis, i Manic Street Preachers, gli Embrace ed altri gruppi ancora. Ma quali sono, oggi, i cinque brani immancabili per ricordare questo genere? Quali le cinque canzoni britpop che i più giovani non possono non conoscere? Ecco le nostre proposte.

 

Suede – Animal Nitrate

La band che aprì la strada

Come detto, ad aprire le danze sulla scena del britpop furono gli Suede. La band di Brett Anderson e Bernard Butler venne notata dalla stampa specializzata prima ancora che il loro disco d’esordio fosse sugli scaffali. D’altronde, capitavano al momento giusto. La scena musicale era cannibalizzata dai gruppi americani e in particolare dal fenomeno grunge, e la stampa inglese cercava con spasmodico interesse qualcuno che potesse rinverdire i fasti della canzone inglese. I Suede, da questo punto di vista, sembravano avere le carte in regola. Tra i loro miti ispiratori, era facile individuare David Bowie e i Roxy Music, mescolati a una ricerca testuale degna dei migliori Smiths.

Il disco d’esordio, Suede, arrivò nel marzo 1993, ottenendo subito la vetta della classifica inglese e recensioni entusiastiche. Il singolo di maggior successo fu il terzo estratto, Animal Nitrate. Una canzone che nel titolo faceva riferimento alle droghe, ma che in realtà era un prodotto di quel cinismo tipico degli anni ’90 (ma che allora suonava ancora abbastanza inedito). Il video poi, realizzato da Pedro Romhanyi, era alquanto provocatorio, per l’ambiguità sessuale sia di Anderson, sia dei due uomini che ad un certo punto si baciavano. D’altro canto, lo stesso frontman dichiarò poi che il videoclip era stato realizzato sotto gli effetti della cocaina.

 

Blur – Girls & Boys

Generi diversi per il primo singolo estratto da Parklife

La scena musicale britannica è stata a lungo caratterizzata dall’amore per i dualismi. I Beatles e i Rolling Stones ne sono l’esempio più celebre. Due grandissime band, che hanno suonato nello stesso periodo e che hanno però visto i rispettivi fan dividersi in due “sette” ben distinte, quasi due chiese opposte. Idem – quando i Beatles si sono sciolti – per i fan di Paul McCartney e di John Lennon. O, negli anni ’80, per quelli che amavano i Duran Duran e quelli che preferivano gli Spandau Ballet. Ma si potrebbe andare avanti per ore: in ogni decennio sembra che i fan inglesi abbiano avuto bisogno di trovare due interpreti opposti da mettere in competizione. E negli anni ’90 questi due interpreti sono stati due tra i maggiori gruppi britpop: gli Oasis e i Blur.


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All’inizio, sembravano questi ultimi quelli destinati a sfondare e a lasciare i rivali di Manchester un passo indietro. Quando, nell’estate del 1995, le due band lanciarono in contemporanea i singoli che avrebbero trainato i dischi in uscita, tutta la stampa inglese li contrappose. E i Blur vinsero appunto la lotta sui brani, anche se gli Oasis – come vedremo – li avrebbero poi surclassati a livello di album, grazie al successo planetario di (What’s the Story) Morning Glory?. Già un anno prima, comunque, Damon Albarn e soci avevano pubblicato Parklife, l’album della consacrazione. Il primo singolo estratto era stato Girls & Boys, che aveva raggiunto la posizione numero 5 in Gran Bretagna e aveva ben figurato anche in America. Un brano che mescolava new wave e disco-pop. Un’accozzaglia un po’ strana e non consueta nell’ambito del britpop, ma che sarebbe diventato il marchio di fabbrica dei Blur.

 

Oasis – Don’t Look Back in Anger

Quando (What’s the Story) Morning Glory? sfondò

Se i Blur erano quelli indie – quando ancora non si usava questo termine –, gli Oasis erano quelli che invece si legavano solidamente alla tradizione. Nel 1995, quando la stampa iniziò a pomparli in opposizione ai già affermati Blur, erano un gruppo di ottime speranze, ma tutte da confermare. Formatosi a Manchester nel 1991, si reggeva sul fragile equilibrio tra i fratelli Noel e Liam Gallagher. Aveva all’attivo un solo album, Definitely Maybe, che però aveva impressionato la critica e il pubblico anche grazie a singoli come Live Forever e Supersonic. Un album che era balzato direttamente al numero 1 in classifica e aveva ricevuto recensioni addirittura entusiastiche. Il rischio di un passo falso col disco successivo era palese: come si poteva far meglio di quanto si era già fatto?

Forse (What’s the Story) Morning Glory? non fu migliore di Definitely Maybe, ma di sicuro fu al suo livello. E, particolare non di poca importanza, vendette molto, molto di più, nonostante il suo predecessore avesse già battuto qualche record. A tutt’oggi si contano più di 20 milioni di copie in tutto il mondo, copie che hanno promosso la fama del britpop anche ben al di fuori dei confini nazionali. Dal punto di vista dei singoli, molte sono le canzoni che avrebbero potuto comparire nella nostra cinquina. Basti pensare a Wonderwall, da molti considerato il brano-simbolo della band, o a Champagne Supernova, o ancora a Roll With It. Noi abbiamo però scelto Don’t Look Back in Anger, il primo singolo del gruppo cantato da Noel invece che da Liam. Una canzone potente, una ballata che metteva insieme qualcosa dei Beatles (anche con riff e versi presi di peso dal lavoro di John Lennon), qualcosa di David Bowie e qualcosa di nuovo, e che avrebbe sfondato in tutto il mondo.

 

Pulp – Common People

Le ragazze ricche che vogliono vivere “come la gente comune”

Al di là dei due gruppi che esportavano il britpop nel mondo a suon di milioni di copie, c’erano però altre band. Band che, magari con numeri meno straordinari ma comunque interessanti, si costruivano un pubblico di fedelissimi e riuscivano a scrivere veri inni generazionali. Forse la canzone più convincente da questo punto di vista è Common People dei Pulp, che si può trovare all’interno di Different Class. Un album talmente bello che NME – forse la rivista più importante della scena inglese – l’ha scelto qualche anno fa come il sesto miglior disco di tutti i tempi.

La canzone racconta, in un crescendo entusiasmante, la conoscenza tra il cantante, Jarvis Cocker, e una ragazza ai tempi dell’università. Una ragazza di buona famiglia che però voleva per qualche tempo provare a vivere “come la gente comune”. Una sorta di turismo di classe che però il cantante giudicava con evidente disprezzo, come lo sfizio di una figlia di papà che voleva provare la povertà ben sapendo che sarebbe stata un’esperienza solo momentanea. Negli anni, vari giornalisti hanno cercato di identificare quella ragazza, che a detta di Cocker era una studentessa greca. Due sono, a tutt’oggi, le sospettate principali. La prima è la cipriota Katerina Kana, che studiò nello stesso college di Cocker negli anni ’80 e che ha dichiarato di essere lei la protagonista della canzone, anche se il musicista non l’ha confermato. L’altra, più suggestiva, è Danae Stratou, anch’essa studentessa in quella stessa scuola in quegli stessi anni; suggestiva perché la Stratou è oggi la moglie di Yanis Varoufakis, l’ex Ministro delle Finanze del governo Tsipras.

 

The Verve – Bitter Sweet Symphony

L’inno urbano che fu reclamato dai Rolling Stones

Concludiamo con una canzone che uscì nel 1997, quando la “sbornia” del britpop cominciava già a scemare anche in Gran Bretagna. Basti pensare che nel maggio di quell’anno i Radiohead fecero uscire OK Computer, un album destinato a mettere la parola fine su quelle canzoni ottimistiche, dalle melodie semplici e dallo sguardo disincantato. I Verve, quindi, arrivarono relativamente tardi all’appuntamento col successo, ma con Urban Hymns lo centrarono comunque in pieno. Quel disco conquistò infatti la posizione numero uno in classifica e vendette più di 10 milioni di copie in tutto il mondo. Ancora oggi, l’album è uno dei venti più venduti della storia della musica inglese.

Ad aprire il CD era Bitter Sweet Symphony, che fu anche il primo singolo estratto e divenne il brano più rappresentativo della band. Un brano su cui si discusse a lungo. La canzone, infatti, faceva largo uso di archi, campionando un brano registrato nel 1965 dalla Andrew Oldham Orchestra per una versione sinfonica del brano The Last Time dei Rolling Stones. Su quegli archi, poi, Richard Ashcroft, il leader dei Verve, aveva scritto la sua parte cantata. Prima dell’uscita del brano, i manager dei Verve e i detentori dei diritti della canzone degli Stones si erano accordati per l’uso della campionatura, ma quando Bitter Sweet Symphony decollò nelle vendite sia gli Stones che Andrew Oldham si fecero avanti, chiedendo tutte le royalties ricavate dal singolo. Alla fine i Verve dovettero cedere, per evitare che il brano venisse ritirato dagli scaffali e dalle radio, cosa economicamente impensabile visto che stava trainando il disco. Il commento di Ashcroft fu caustico: «Questa è la miglior canzone che Jagger e Richards hanno scritto negli ultimi vent’anni».

 

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