Cinque tra le canzoni più famose dei Beatles

I Beatles, autori di alcune delle più famose canzoni degli anni '60: da sinistra, Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr e John Lennon

Quando si è davanti ai maestri e ai geni, è difficile – se non impossibile – mettere in scala le loro opere. Qual è il quadro migliore di Picasso? Qual è l’opera più bella di Verdi? Qual è il film più riuscito di Kubrick? Chi può dirlo? Ognuno di noi propende per l’uno o per l’altro per motivi puramente personali, ma è chiaro che stilare una classifica tra tante opere che meritano il titolo di capolavoro è ben complesso.

Per questo motivo, per molto tempo ci siamo sottratti all’idea di creare una cinquina delle migliori canzoni dei Beatles. Perché escludere pezzi da novanta della storia della musica moderna sarebbe diventato un vero gioco al massacro.

Una cinquina sui Beatles?

Si può, però, affrontare la questione da un’altra prospettiva. E non parlare delle canzoni più belle, ma cercare di concentrarsi su quelle più famose, quelle più citate e amate in giro per il mondo.

Così, pensiamo, un giovane neofita che ha sentito parlare dei Beatles ma non li ha mai ascoltati veramente può avere un punto di partenza per orientarsi nella storia della formazione. Una formazione che è rimasta unita per pochi anni, ma che ha cambiato irrimediabilmente il volto della musica.

Ecco allora le cinque canzoni più famose di Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr.


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1. Love Me Do

Da Please Please Me (1963)

I Beatles suonavano grossomodo insieme dalla fine degli anni ’50, con qualche aggiustamento di formazione. Fu però solo a partire dal 1962 che andarono in sala d’incisione e cominciarono così a farsi conoscere al grande pubblico.

Il primo singolo della loro carriera fu Love Me Do, brano amato dai componenti del gruppo ma non baciato da eccessiva fortuna, in quell’ottobre ’62. Molto meglio andò con il secondo tentativo, Please Please Me, uscito tre mesi più tardi. Un brano che fu solo il primo di una lunga serie di numeri 1 in classifica.

Nel marzo 1963, quindi, i Beatles erano pronti per incidere il loro primo 33 giri, in cui infilare qualche cover, qualche brano inedito e i due singoli già editi.

Love Me Do apriva il lato B del disco, con la firma – com’era d’uso – sia di Lennon che di McCartney, anche se in realtà era stata scritta dal solo Paul. Il brano è una veloce composizione d’amore che è universalmente considerata la prima vera canzone dei Beatles.

C’è, però, una curiosità riguardo alla batteria. Del brano infatti esistono tre diverse incisioni, registrate nel giro di tre mesi, tra il giugno e il settembre 1962. Nella prima alla batteria c’era ancora Pete Best, primo percussionista del gruppo.

Nella seconda il suo ruolo era invece stato preso da Ringo Starr, visto che il produttore George Martin non apprezzava lo stile del batterista iniziale. Nella terza, infine, le percussioni erano affidate ad Andy White, mentre Ringo veniva declassato al tamburello, ancora una volta per volere di Martin.

La prima versione è stata pubblicata solo nel 1995, all’interno di Anthology 1. La seconda era invece quella pubblicata come singolo. La terza, infine, è quella che si trova all’interno dell’album Please Please Me, e che è famosa in tutto il mondo.

 

2. Twist and Shout

Da Please Please Me (1963)

Come detto, Please Please Me non conteneva solo brani ascrivibili al magico duo formato da John Lennon e Paul McCartney. Sei canzoni su quattordici erano infatti delle cover, destinate a non andare incontro a un particolare successo. Tranne una.

A concludere l’album, infatti, i Beatles piazzarono una delle canzoni destinate a diventare molto famose: Twist and Shout.

Il brano era stato scritto un paio d’anni prima da Phil Medley e Bert Russell ed era stato girato immediatamente agli Isley Brothers.

Il gruppo di colore era attivo già da qualche tempo nella scena soul ed R&B americana, e riuscì a portare la canzone fino al diciassettesimo posto delle classifiche USA. Un buon risultato, ma non paragonabile a quello che ottennero i Beatles qualche mese dopo.

Il quartetto di Liverpool, infatti, piazzò il brano in chiusura dell’album e ne diede un’esecuzione molto particolare. A parte i singoli, infatti, il disco fu registrato tutto in un’unica, intensissima giornata, e Twist and Shout fu anche l’ultimo brano inciso.

Questo fece sì che i quattro musicisti fossero allo stremo delle forze e la voce di Lennon – qui principale cantante – fosse vicina al collasso. Ciononostante, i quattro diedero un’ultima scarica di energia e registrarono il brano in un unico take.

La canzone, che fu pubblicata qualche mese dopo come singolo, vendette 1 milione di copie nella sola Inghilterra e raggiunse la vetta della classifica. Andò molto bene in molti altri paesi e divenne un punto fermo della scaletta dal vivo dei Beatles, almeno fino a quando continuarono ad esibirsi in concerti.

È stata poi ripresa da molti altri artisti, tra cui bisogna menzionare almeno Bruce Springsteen, che l’ha eseguita centinaia di volte nelle sue esibizioni live, anche se in questo caso come brano di chiusura.

 

3. Yesterday

Da Help! (1965)

Tutte le canzoni che presentiamo in questa cinquina sono dei classici assoluti, e probabilmente le avrete sentite centinaia e centinaia di volte. Ce n’è una, però, che è il classico dei classici: Yesterday.

Il brano infatti detiene numerosi record. Il Guinness dei Primati la considera la canzone col maggior numero di cover mai eseguite, elencandone circa 1.600 versioni. L’associazione americana BMI dice inoltre che è il brano col maggior numero di passaggi radiotelevisivi della storia (più di 7 milioni).

Ma non si tratta solo di numeri. Yesterday sembra essere prima anche nel gradimento del pubblico, pure a cinquant’anni di distanza dalla sua registrazione.

Un sondaggio condotto dalla BBC nel 1999 tra ascoltatori ed esperti l’ha scelta come la canzone più bella del secolo, mentre altre classifiche di MTV e della rivista Rolling Stone l’hanno nominata il miglior brano pop di sempre.


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Insomma, Yesterday non è solo la canzone più famosa dei Beatles, ma forse dell’intera musica moderna. Scritta da Paul McCartney – anche se come al solito accreditata anche a Lennon –, pare sia stata ispirata in sogno.

McCartney ha infatti più volte raccontato di averla sentita per la prima volta mentre schiacciava un pisolino a casa della fidanzata di allora, Jane Asher. Poi la scrisse, ma era sicuro che fosse una melodia che gli era rimasta in mente dopo averla sentita da qualche parte, quindi temeva di aver plagiato qualcuno.

Per settimane la fece ascoltare a tutti, aspettando che qualcuno gli dicesse: «Ma è copiata da…». Nessuno però la trovò uguale a brani già esistenti, e quindi poté pubblicarla. Fu registrata dal solo McCartney accompagnato da alcuni archi, e fece la sua prima comparsa in Help!, album che almeno in parte costituiva la colonna sonora dell’omonimo film.

 

4. All You Need Is Love

Da Magical Mystery Tour (1967)

È invece da ascrivere al talento di John Lennon la scrittura di All You Need Is Love, brano che appartiene alla seconda fase della carriera dei Beatles.

I quattro di Liverpool, infatti, iniziarono a farsi conoscere con un’immagine completamente diversa da quella con cui avrebbero abbandonato le scene, appena 8 anni dopo l’esordio discografico.

All’inizio degli anni ’60, Paul, John, George e Ringo erano i tipici bravi ragazzi. Avevano capelli ordinati, vestiti quasi da scolaretti e un repertorio di canzoni d’amore molto bello, ma spesso ben incanalato all’interno della tradizione.

Tutto però si rovesciò, gradualmente, col procedere del decennio. E i Beatles seppero trasformarsi nella più popolare band alternativa (o almeno così la definiremmo oggi) del pianeta, sotto tutti i punti di vista.

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I capelli si fecero lunghi, gli interessi virarono verso l’Oriente, le canzoni abbracciarono la psichedelia e testi decisamente più corposi. Prova ne è anche All You Need Is Love, uno dei loro brani più celebri, contenuto all’interno dell’album Magical Mystery Tour.

Una canzone che abbracciava l’ideologia dei figli dei fiori, allora appena in formazione, e diventava – pur nella sua semplicità – uno degli inni politici di quella generazione.

Il brano fu in realtà commissionato ai Beatles dalla BBC, perché fosse presentato all’interno di una trasmissione TV in diretta planetaria. Il programma si intitolava Our World e andò in onda il 25 giugno 1967.

Proprio nell’ottica di poter parlare a persone di tutto il mondo e di lasciare un messaggio importante, Lennon pensò di puntare sull’importanza dell’amore. E, all’insegna di un pop barocco e debordante, il messaggio giunse decisamente a destinazione.

 

5. Let It Be

da Let It Be (1970)

Come certamente sapete, la parabola dei Beatles fu molto breve. Rivoluzionarono il mondo della musica in appena 8 anni, e nel 1970 si sciolsero, lasciando i componenti ad intraprendere della fruttuose carriere come solisti.

Il disco d’addio fu Let It Be, pubblicato nel maggio di quell’anno e anticipato, un paio di mesi prima, proprio dal singolo omonimo.

Se però la canzone suonava proprio come un addio (lascia che sia sembrava un invito ad accettare le vicissitudini della vita), in realtà non lo era.

Il brano era stato infatti composto parecchi mesi prima e tutto l’album era stato registrato nel gennaio del 1969, quando i Beatles erano ancora un gruppo e niente era ancora deciso riguardo al loro destino.

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Le ragioni del ritardo furono molte. Il disco era nato come un tentativo di ritorno alle origini: dopo anni passati perlopiù in sala di registrazione, il gruppo voleva un album dal suono rude e live.

In questo senso, aveva inciso le canzoni in presa diretta, come aveva fatto proprio con Please Please Me. Ma il risultato non era stato soddisfacente, così tutto il progetto era stato messo da parte.

Quando poi i quattro decisero di sciogliersi, la casa discografica volle recuperare quel materiale. Ne affidò la post-produzione a Phil Spector, che stravolse però l’idea iniziale del quartetto, aggiungendo parecchi effetti ai brani.

Mandò così su tutte le furie McCartney, autore di varie canzoni e anche di Let It Be. Ma il successo fu comunque clamoroso.

 

 

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