Le migliori canzoni sulla depressione

 
“Mai una gioia” è forse la frase più postata degli ultimi tempi. Dai social network ai diari degli adolescenti, sembriamo nel bel mezzo di tempi tristi, in cui la vita non ci sorride affatto e tutto sembra sempre andare per il peggio. In realtà, sappiamo bene che non è affatto così. Quella frase è un dissacrante modo per scherzare sopra ai propri malanni, per mitigare il peso della sfortuna. Come una sorta di legge di Murphy applicata a se stessi.

Disinnescare la depressione

D’altronde, tutti noi abbiamo bisogno di disinnescare quella bomba che è la depressione. Una bomba che è sempre dietro l’angolo, perché, per quanto bene vada, la nostra vita non è mai perfetta come ci piacerebbe che fosse. C’è chi usa l’ironia, chi si distrae con hobby e passatempi, chi invece preferisce affrontare la tristezza di petto, quasi che affogarci dentro fosse un buon modo per superarla. In questo senso, come abbiamo scritto anche altre volte, le canzoni possono dare una notevole mano.

Con la loro attenzione verso le storie d’amore infelici, le canzoni hanno sempre avuto un occhio di riguardo per la depressione. L’hanno cantata, l’hanno resa a tratti addirittura poetica. E soprattutto – quasi in un effetto catartico – ci hanno insegnato a liberarci da essa. Oggi ve ne presentiamo cinque che parlano appunto di depressione, direttamente o indirettamente. E speriamo che ascoltandole, per contrasto, vi venga voglia di uscire, vivere e gioire.


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Pink Floyd – Comfortably Numb

Comodamente intorpidito

The Wall dei Pink Floyd, che conteneva anche Comfortably Numb, una delle più belle canzoni sulla depressioneComfortably Numb è una delle canzoni più celebri dei Pink Floyd, e anche una delle più amate dai fan. D’altronde, compare in uno degli album più ascoltati del secolo scorso – The Wall – ma allo stesso tempo è meno “estrema” di altre composizioni del gruppo. Nonostante rientri pienamente nella trama di quel concept album, è anche una canzone che può essere ascoltata al di fuori di esso, senza perdere di potenza.

Scritta congiuntamente da David Gilmour (per la musica) e Roger Waters (per il testo), la canzone parla di Pink, il protagonista dell’album. È lui, infatti, a sentirsi “comodamente intorpidito”, come il titolo afferma, dopo che un medico gli ha fatto un’iniezione per superare un malore. Tutta la canzone è eseguita in un’atmosfera abulica, eterea, che ben rappresenta lo stato d’animo di Pink. Un’atmosfera in cui si inseriscono alcune immagini dell’infanzia del protagonista.

Pink e l’iniezione

Di per sé, il tema non è direttamente la depressione, ma è chiaro che questa emerge sia nel testo del brano che nella versione video che fu realizzata. Nel film, Pink è infatti ritratto in semi-incoscienza davanti alla televisione, a simboleggiare le rockstar che – o per droga, o per un sentimento proprio – non riescono a sopportare il peso della fama e del successo. Questa abulia, questo rifiuto vengono superati nel momento in cui il manager spinge un medico a praticare l’iniezione su Pink e a portarlo poi al concerto.

La canzone, come detto, fu un grande successo ed è stata inserita in vari film o rieseguita da altri artisti. La si trova, ad esempio, in The Departed di Martin Scorsese. Sul versante cover, invece, vale la pena menzionare le versioni dei Dream Theater, di Ani DiFranco e Dar Williams e quella controversa degli Scissor Sisters.

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Eduardo De Crescenzo – Ancora

Un testo che più triste non si può

Ancora di Eduardo De Crescenzo, una delle canzoni più disperate della musica italiana«Perché io da quella sera non ho fatto più l’amore senza te»: ci sono versi più disperati di questi? Probabilmente no, almeno nella storia della canzone italiana. A scriverli, alla fine del 1980, fu il paroliere Franco Migliacci. A lui, assieme al compositore Claudio Mattone, si deve infatti la canzone Ancora, portata al successo qualche mese più tardi da Eduardo De Crescenzo.

Migliacci, d’altronde, aveva già allora alle spalle una carriera clamorosa. Aveva scritto assieme a Domenico Modugno le parole di Nel blu dipinto di blu. Aveva contribuito poi a molti altri successi della musica popolare italiana. Tra i tanti, bisogna quantomeno citare Tintarella di luna, Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, Come te non c’è nessuno, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, La bambola e decine di altri. Canzoni che fino ad allora avevano alternato toni scanzonati ad altri più melodrammatici.

Al Festival di Sanremo

Ancora gli consentì di cambiare parzialmente registro. E fu un successo inatteso, sia perché De Crescenzo era all’epoca sconosciuto, sia perché nessuno avrebbe predetto che sarebbe diventata la terza canzone più redditizia secondo i diritti SIAE. Eppure così avvenne, complice la presentazione al Festival di Sanremo del 1981 e la scelta di quel brano come sigla del programma televisivo Sottovoce di Gigi Marzullo.

A Sanremo, in realtà, la canzone non andò benissimo. Non entrò, anzi, neppure nella top ten. Quell’edizione fu vinta da Alice con Per Elisa, mentre al secondo posto arrivò la celebre Maledetta primavera di Loretta Goggi. Ma fu un anno di buoni successi, visto che vennero presentate sul palco dell’Ariston anche Sarà perché ti amo e Caffè nero bollente.

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Gianluca Grignani – La mia storia tra le dita

«Tu non mi lasci via d’uscita»

Destinazione Paradiso, disco d'esordio di Gianluca GrignaniAnche la seconda canzone italiana della nostra lista proviene dal Festival di Sanremo. Ma da un’edizione successiva: quella del 1994. Si tratta infatti di La mia storia tra le dita, il brano con cui un esordiente Gianluca Grignani si presentò, allora, nella versione Giovani del concorso canoro.

Anche quella canzone parlava, come Ancora, di un amore finito. Ma rispetto a tanti altri brani che affrontano lo stesso tema, c’era una quantità di disperazione superiore alla media. «E invece tu, tu non mi lasci via d’uscita – cantava Grignani, autore sia del testo che della musica – e te ne vai con la mia storia fra le dita».


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La canzone venne inserita nell’album d’esordio del cantautore milanese, uscito l’anno dopo, nel 1995. Si intitolava Destinazione Paradiso e oltre a questo brano, che apriva la tracklist, conteneva altre canzoni che ebbero all’epoca un certo successo, come Falco a metà e la stessa Destinazione Paradiso. In Italia l’album raggiunse addirittura la prima posizione della hit parade. E, considerando anche le edizioni estere, arrivò a vendere più di 1 milione di copie.

Già con l’album successivo, però, Grignani cambiò stile. Destinazione Paradiso era un disco a suo modo intimista, profondamente “uplugged”. La fabbrica di plastica, invece, sfoderò chitarre elettriche e sonorità rock che lasciarono abbastanza interdetti i fan della prima ora. Una nuova versione di La mia storia tra le dita è stata comunque pubblicata di recente in Una strada in mezzo al cielo, disco uscito per celebrare i vent’anni di carriera. In questa ultima versione, Grignani canta in duetto con Annalisa.

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Bright Eyes – Lua

Due disperati in giro per la notte

I'm Wide Awake, It's Morning, il disco dei Bright Eyes in cui è contenuta LuaRitorniamo alle canzoni in lingua inglese con Lua, incisa dai Bright Eyes nel 2004 e pubblicata sul finire di quell’anno. L’album di riferimento era I’m Wide Awake, It’s Morning, quello che cambiò le sorti della band di Conor Oberst, entrando addirittura nella top ten americana. D’altro canto, proprio Lua aveva ben aperto la strada, piazzandosi al primo posto della Singles Chart.

Eppure la canzone non ha proprio nulla per sfondare tra il grande pubblico. Non che non sia bella; tutt’altro. Ma è una breve e sussurrata confessione di una coppia disagiata, infelice, incapace di regolare la propria vita. «Well, we might die from that medication – canta Oberst, nel finale – but we sure killed all the pain. What was normal in the evening by the morning seems insane». Ovvero quella medicina ci potrebbe far morire, ma almeno non sentiremo il dolore. E quello che sembra normale di sera, alla mattina dopo sembra da pazzi.

Non so quale sia il problema, ma la sensazione non se ne va

Scritta dal solo Oberst e dal cantante eseguita completamente in solitario, la canzone è stata reincisa qualche anno dopo a fini benefici in duetto con Gillian Welch. E manifesta una depressiva mancanza di scopi, di significato, di spiegazioni. Sempre nelle strofe finali, il cantante infatti afferma: «And I’m not sure what the trouble was, what started all of this. The reasons all have run away but the feeling never did».

Il gruppo dei Bright Eyes, già fin dall’inizio focalizzato attorno alla figura del suo frontman, ha smesso di produrre nuovo materiale nel 2011. Da lì in poi Oberst ha collaborato con varie band estemporanee e pubblicato alcuni album solisti. Quello che finora è andato meglio nelle vendite è stato Upside Down Mountain del 2014.

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Sufjan Stevens – Should Have Known Better

Il dolore di un figlio

La copertina del singolo di Should Have Known Better di Sufjan StevensLa depressione non è però solo legata alla fine di un amore. Spesso, anzi, è una condizione molto più complessa, connessa a situazioni da cui sembra impossibile riuscire ad uscire. E la canzone che meglio di tutte è secondo noi in grado di descrivere questo abisso è Should Have Known Better di Sufjan Stevens.

Il brano è stato pubblicato nel 2015 all’interno di Carrie & Lowell, il settimo album del cantautore. Non è una canzone appariscente, visto che è sussurrata e accompagnata da un uso minimalista degli strumenti. Ma, ad ascoltarla in profondità e a leggerne il testo, non si può non rimanere commossi da quanto Stevens confessa riguardo alla propria vita. Anche perché alla depressione, nella canzone segue la speranza.

La storia di Carrie

Tutto l’album – come il titolo lascia intuire – è dedicato alla storia di Carrie e Lowell. Lui è il patrigno di Stevens, che oggi dirige la sua etichetta discografica. Lei, Carrie, è invece la madre, mancata nel 2012. Una donna che ha segnato l’esistenza di Sufjan in maniera drammatica. Schizofrenica e bipolare, dipendente dalle droghe, abbandonò più volte i figli durante l’infanzia, e con il cantante non riuscì mai davvero a comunicare. Tutto questo viene rievocato nella canzone («When I was three, three maybe four, she left us at that video store»).

Tutto il dolore dell’infanzia, però, si modifica nella seconda parte della canzone. La chitarra lascia spazio a una tastiera, e nelle parole di Sufjan si fa pian piano spazio la speranza. «I should have known better – canta –. Nothing can be changed, the past is still the past, the bridge to nowhere». Il passato è passato e non può essere cambiato, e il rimpianto non serve. Per questo, la canzone si chiude con l’immagine della piccola nipote, e della luce che porta con sé.

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