Cinque canzoni sulla fine di un amore

Cinque grandi canzoni sulla fine di un amore

La musica ha un potere straordinario sulle nostre emozioni: quando siamo arrabbiati ci fa sfogare, quando abbiamo voglia di muoverci ci dà energia, quando siamo tristi ci fa piangere, quando siamo estasiati ci fa commuovere. Tutte emozioni, queste che abbiamo appena citato, che sono di casa quando ci troviamo in una complicata relazione amorosa: la gioia, la passione, la rabbia, la rassegnazione, la delusione e a volte perfino la nostalgia si accavallano, e d’altro canto non è un caso che esistano così tante canzoni sull’amore e sulle sue contraddizioni.

Oggi, dopo avervi presentato alcune canzoni romantiche da dedicare al vostro lui, vogliamo parlarvi però del lato triste dell’amore, cioè di quando ci si lascia: un altro momento topico di un rapporto, che non a caso ha ispirato decine di brani, alcuni arrabbiati, alcuni tristi, alcuni nostalgici. Ne abbiamo scelti come al solito cinque, che ci sembrano rappresentativi sia per la loro bellezza, sia perché toccano diverse corde dell’animo degli innamorati: ecco, quindi, cinque belle canzoni sulla fine di un amore.

 

Bob Dylan – Don’t Think Twice, It’s All Right

Non ripensarci, va tutto bene

Immaginate di essere l’astro nascente della scena folk di New York all’inizio degli anni Sessanta, anche se il vostro primo disco è stato sostanzialmente un flop. Immaginate che buona parte del credito che vi danno i giovani intellettuali del Greenwich Village sia anche merito della vostra ragazza, un’italoamericana di nome Suze Rotolo, che vi ha avvicinati all’impegno civile, alla lotta per i diritti, alle proteste contro la guerra e le armi atomiche, alla poesia di Rimbaud, al teatro di Brecht, alla pittura. E immaginate che questa ragazza per cui stravedete decida – dietro forti pressioni della sua famiglia – di abbandonare New York e passare sei mesi in Italia, all’Università di Perugia, lontana da voi.

Ecco, se tutto questo vi accadesse e voi vi chiamaste Bob Dylan, probabilmente dal vostro cilindro tirereste fuori Don’t Think Twice, It’s All Right, una delle più straordinarie canzoni di sempre sulla separazione tra due amanti.

Basata per la melodia e in parte per i versi su una vecchia ballata popolare, Who’s Gonna Buy Your Chickens When I’m Gone, che era stata insegnata a Dylan da Paul Clayton, la canzone è un invito ad accettare i dolori della vita e ad andare avanti: «Non serve a niente sedersi e chiedersi perché, bambina, e comunque non importa – recita il testo –. E non serve a niente sedersi e chiedersi perché, bambina, se non l’hai ancora capito. Quando il tuo gallo canterà al sorger del sole, guarda fuori dalla tua finestra, e me ne sarò andato: tu sei la ragione per cui continuo a viaggiare. Non ripensarci, va tutto bene».

La Rotolo poi tornò a New York, in tempo per l’uscita di The Freewheelin’ Bob Dylan, il grande album che contiene questa canzone (oltre a classici come Blowin’ in the Wind e A Hard Rain’s A-Gonna Fall) e che la vede camminare per New York sottobraccio a Dylan in copertina; dopo pochi mesi, però, in parte per le pressioni dei suoi genitori, in parte per l’ingestibile successo di Dylan e per alcune sue infedeltà, la ragazza tornò a vivere dai suoi, lasciando definitivamente il cantastorie americano. Anni più tardi avrebbe poi sposato l’italiano Enzo Bartoccioli, che lavorava alle Nazioni Unite.

 

Bill Withers – Ain’t No Sunshine (When She’s Gone)

Non c’è più il sole da quando se n’è andata

Alle volte, davanti ad un amore giunto alla fine, ci si dice che è meglio non rimuginare troppo su quello che è accaduto; altre volte però non si riesce a non dar voce alla propria disperazione e al proprio rammarico. Almeno è questo quanto sembra dirci Ain’t No Sunshine (When She’s Gone), bel brano d’esordio di Bill Withers pubblicato nel 1971 e poi incluso nel suo album Just As I Am.

La canzone – uno struggente soul – fu ispirata a Withers dalla visione del film I giorni del vino e delle rose, uscito quasi una decina d’anni prima, in cui Jack Lemmon e Lee Remick interpretano una coppia di giovani sposini alcolizzati che tentano con difficoltà di uscire dalla dipendenza; in quegli anni, come lui stesso ha più volte raccontato, Withers lavorava tra l’altro per un’impresa che realizzava bagni per aerei e, ormai trentenne, non pensava quasi più di avere speranze in campo musicale.

Forse anche per questo, il testo è molto semplice e a suo modo ripetitivo (si contano anche ventisei I know consecutivi, che lo stesso Withers voleva sostituire con dei versi ma che poi, su consiglio dei musicisti che lavoravano al disco con lui, rimasero come nella prima incisione): «Non c’è il sole da quando se n’è andata. Non c’è caldo da quando è via. Non c’è il sole da quando se n’è andata, ed è sempre via da troppo tempo, ogni volta che se ne va. Mi chiedo questa volta dove sia andata. Mi chiedo se se n’è andata per sempre. Non c’è il sole da quando se n’è andata e questo edificio non è più una casa, ogni volta che se ne va».

Nel singolo uscito originariamente nel 1971, tra l’altro, Ain’t No Sunshine era paradossalmente solo il “lato B”, visto che il pezzo forte doveva essere Harlem, canzone oggi dimenticata; furono i dj radiofonici, però, a decretarne il successo, mandandola a ritmo forsennato sulle emittenti R&B.

 

Gloria Gaynor – I Will Survive

Pensi che sia crollata? Pensavi che ne sarei morta? Oh no, non io. Io sopravvivrò

Finora abbiamo visto due canzoni che, con maggiore o minore dominio di sé, raccontano di persone che stanno male per la fine di una relazione. C’è anche chi, però, preferisce reagire al rammarico, gettandosi alle spalle la sofferenza e ricominciando in un certo senso a vivere.

L’inno per eccellenza di persone di questo tipo è senza ombra di dubbio I Will Survive, la celeberrima canzone incisa da Gloria Gaynor – ma scritta da Freddie Perren e Dino Fekaris – nel 1978.

Diventato rapidamente un inno dalla disco music ma anche del femminismo e perfino della comunità gay, il brano inizia col racconto di una donna da poco lasciata dal suo uomo: «All’inizio ero impaurita, pietrificata, continuavo a pensare che non potevo vivere senza di te al mio fianco. Ma poi ho passato così tante notti pensando a come sei stato ingiusto con me e sono diventata più forte ed ho capito come andare avanti. E ora sei tornato dallo spazio profondo. Sono appena entrata e ti trovo qui con quello sguardo triste sulla faccia; avrei dovuto cambiare quella stupida serratura, avrei dovuto farti lasciare la tua chiave se solo avessi saputo che saresti tornato per importunarmi. Ma ora vai, esci dalla porta, ora fai dietro front perché non sei più il benvenuto. Non eri tu quello che ha provato a ferirmi con un addio? Pensi che sia crollata? Pensavi che ne sarei morta? Oh no, non io. Io sopravvivrò».

La canzone è stata reinterpretata diverse volte nel corso degli anni, ma forse la cover più famosa è quella incisa negli anni ’90 dai californiani Cake.

 

Alanis Morissette – You Oughta Know

Sono qui per ricordarti tutto il casino che hai lasciato quando te ne sei andato

Come avrete certamente notato, l’ordine in cui vi stiamo presentando le cinque canzoni che abbiamo scelto è prettamente cronologico: siamo partiti dai primi anni Sessanta e ora ci stiamo, a tappe successive, avvicinando ai giorni nostri.

Ma il passaggio da un punto all’altro della nostra scaletta non è solo indicativo di un cambiamento di stile, o di genere musicale, ma anche di un più profondo mutamento sociale: se all’inizio abbiamo raccontato tristi blues di uomini che piangono l’addio della donna amata, ora ci stiamo rapidamente spostando su donne che non solo non rimpiangono di essersi liberate di un uomo che non le trattava bene, ma che anzi reagiscono quasi con una rabbia che solo qualche anno prima sarebbe stata impensabile.

E se Gloria Gaynor aveva aperto in questo senso una porta, Alanis Morissette quella stessa porta, a metà anni Novanta, tentò di sfondarla: cresciuta come una teenager star del pop in Canada, la Morissette aveva da poco cambiato etichetta e cercò di rinnovare completamente il suo look e il suo modo di scrivere e cantare incidendo Jagged Little Pill e in particolare You Oughta Know, un pezzo vicino alle sonorità grunge in cui suonavano anche Flea e Dave Navarro dei Red Hot Chili Peppers e in cui l’appena ventunenne ragazza del nord si scagliava contro un ignoto ex fidanzato (che lei non ha mai voluto identificare, ma che probabilmente è l’attore canadese Dave Coulier, di quindici anni più vecchio di lei), con parole al vetriolo.

«Perché l’amore che tu mi hai dato, che abbiamo fatto non era abbastanza per farti aprire, no. Ed ogni volta che pronunci il suo nome, lei lo sa che tu mi avevi detto che mi avresti tenuta fino alla morte, fino alla morte, ma sei ancora vivo. E sono qui per ricordarti tutto il casino che hai lasciato quando te ne sei andato. Non è giusto negarmi la croce che ho portato, che tu mi hai dato. Tu, tu, tu dovresti saperlo».

 

Justin Timberlake – Cry Me a River

Ora è il tuo turno di piangere. Piangi quanto ti pare

Sempre sulla rabbia, ma venata questa volta da un dispiacere agrodolce, è costruita anche la canzone con la quale concludiamo la nostra cinquina, Cry Me a River, incisa nel 2002 da Justin Timberlake per il suo album di debutto come solista, Justified.

Anche in questo caso, dietro alle liriche della canzone c’è una storia da riviste scandalistiche che per anni ha alimentato il gossip: fin da subito si è infatti ipotizzato che il brano fosse stato scritto per raccontare la fine del rapporto tra Timberlake e Britney Spears, avvenuta proprio quell’anno e di cui qualcosa abbiamo già scritto recentemente; un’ipotesi che poi è stata rinfocolata dalla pubblicazione di Everytime nel 2003, brano con cui la Spears avrebbe in un certo senso risposto al suo ex, pur senza ammetterlo mai pubblicamente.

Qualche anno fa, comunque, Timberlake ha sciolto la riserva e assieme al suo produttore e coautore Timbaland ha raccontato che la canzone è nata proprio in seguito a una telefonata ricevuta dal cantante appena entrato in studio di registrazione, telefonata in cui la Spears aveva tentato di riallacciare il rapporto in un modo però apparentemente falso e volutamente patetico: «Dicevi che mi amavi. Perché mi hai lasciato, tutto solo? Ora dici che hai bisogno di me quando mi chiami al telefono. Ragazza, io mi rifiuto, devi avermi confuso con qualcun altro. I tuoi ponti sono bruciati e ora è il tuo turno di piangere. Piangi quanto ti pare».

Cry Me a River, come avrete notato, è un’espressione idiomatica che deriva probabilmente da un’omonima canzone degli anni ’50 e che negli Stati Uniti si usa, con fare sarcastico, davanti a una persona che piange e si lamenta in maniera eccessiva solamente per attirare l’attenzione.

 

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