Cinque celebri discorsi di presidenti americani

John Fitzgerald Kennedy durante uno dei suoi più famosi discorsi

Da sempre, l’arte oratoria è un elemento fondamentale della politica e più in generale della storia occidentale: dai sofisti a Cicerone, da Churchill a Gandhi, i grandi uomini di ogni tempo hanno sfruttato questa pratica per ispirare i loro concittadini e spingerli a fare grandi cose, in guerra come in tempo di pace.

Nel corso degli ultimi secoli, quest’arte oratoria è stata sviluppata soprattutto negli Stati Uniti, paese leader del cosiddetto “mondo libero”, in cui il consenso elettorale e politico è fondamentale non solo per varare una legge, ma anche per spingere il globo in una direzione piuttosto che in un’altra. La storia americana recente è costellata di grandi e indimenticabili discorsi, ma alcuni emergono sopra agli altri, a volte per il momento storico in cui furono pronunciati, a volte per la personalità di chi li pronunciò. Ne abbiamo scelti cinque.

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Mi ritiro dal grande teatro dell’Azione

George Washington, 23 dicembre 1783, Annapolis

Sul finire del 1783 la Guerra d’indipendenza americana si è appena conclusa: a Parigi a settembre l’Inghilterra ha riconosciuto l’autonomia delle 13 colonie e tra Annapolis (capitale provvisoria) e Philadelphia si lavora all’idea di stendere una Costituzione. Tra l’esercito, però, che ha combattuto per otto anni contro gli inglesi in condizioni di grande precarietà serpeggia il malcontento. Già in primavera alcuni ufficiali si sono riuniti segretamente con l’intento di sollevarsi contro il Congresso, che si è rimangiato molte delle promesse riguardo a pensioni e compensi per i soldati, ma ogni proposito bellicoso è stato sopito dal carisma del generale Washington, contrario a dare corda a ogni forma di protesta violenta.


In ogni caso la tensione rimane palpabile per tutto l’anno, e politici e militari continuano a guardarsi con preoccupazione, convinti che il tradimento dell’una o dell’altra parte sia dietro l’angolo. A mettere fine a tutto, a dicembre, è lo stesso George Washington, che si presenta al Congresso per rassegnare le proprie dimissioni da comandante e sciogliere di fatto l’esercito rivoluzionario, in un discorso che le cronache dell’epoca descrivono come fortemente commovente e impregnato dei più alti valori civili. Diventerà presidente solo sei anni dopo.

Avendo ora svolto il compito che mi era stato assegnato, mi ritiro dal grande teatro dell’Azione; e consegnando un affezionato addio a questo corpo augusto sotto gli ordini del quale ho così a lungo servito, io qui offro il mio Comando e lascio tutti gli incarichi della vita pubblica.

 

Che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire

Abramo Lincoln, 19 novembre 1863, Gettysburg

Nel 1863 la Guerra di Secessione Americana è giunta al suo momento più sanguinoso e incerto: le forze del sud sanno che il loro vantaggio militare e tecnologico si sta affievolendo, che il blocco navale imposto dall’Unione presto finirà per affamarli e che le truppe nordiste stanno diventando sempre più preponderanti.


Cercano, quindi, di vincere la guerra finché è nelle loro possibilità e affidano al celebre generale Lee l’incarico di invadere la Pennsylvania e affrontare gli unionisti su un terreno favorevole: nasce da queste premesse la famosa battaglia di Gettysburg, che vede la vittoria dei nordisti ma anche un grandissimo numero di vittime da entrambe le parti. Quattro mesi e mezzo dopo, il presidente Lincoln si reca sui luoghi della battaglia per inaugurare il cimitero militare e pronuncia quello che forse è il suo discorso più importante, in cui cerca di ispirare i suoi alla difesa dell’Unione e delle libertà ispirate al lavoro dei padri fondatori.

Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo perdurare.

 

L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa

Franklin Delano Roosevelt, 4 marzo 1933, Washington

Nel 1929 il crollo di Wall Street e la conseguente crisi economica hanno colpito l’America con la forza di un tifone: disoccupazione, bancarotta, suicidi sono all’ordine del giorno, e la politica non riesce a dare risposte adeguate alle richieste della popolazione. Il presidente Hoover, repubblicano, si rifiuta più volte di varare aiuti alle classi più disagiate, cercando piuttosto di sostenere gli imprenditori, con però scarso successo.


Nelle elezioni del 1932 gli Stati Uniti decidono quindi di cambiare rotta, eleggendo alla massima carica il governatore democratico dello Stato di New York, Franklin Delano Roosevelt, che verrà poi rieletto altre tre volte; e Roosevelt, nel discorso inaugurale del 1933 con cui presta giuramento alla Nazione, pronuncia il suo discorso più celebre, forse il più importante dell’intera storia degli Stati Uniti, in cui sprona i suoi concittadini a non rintanarsi nella paura ma a sfruttare l’occasione della crisi per cambiare e migliorare.

Sono convinto che l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa, il terrore sconosciuto, immotivato e ingiustificato che paralizza. Dobbiamo sforzarci di trasformare una ritirata in una avanzata.

 

Cosa potete fare voi per il vostro paese

John Fitzgerald Kennedy, 20 gennaio 1961, Washington

Forse nessun presidente, nel Novecento, è stato amato in America e nel resto del mondo quanto John F. Kennedy, il primo presidente cattolico, il presidente della Luna come nuova frontiera, dell’«Ich bin ein Berliner», il presidente della bella moglie e della bella amante, il presidente ucciso dopo nemmeno tre anni di mandato.

Tra tutti i suoi discorsi, quello forse più significativo è il primo da presidente, durante la cerimonia del giuramento, nel gennaio 1961; un discorso in cui detta le sue linee programmatiche, cioè l’idea di un cambiamento in patria ma soprattutto all’estero, in cui chiede la pace ma si impegna a sostenere anche tutti gli Stati che ricercano la libertà. Un discorso che è rivolto a tutto il mondo, ben conscio che l’America non è più un paese con interessi locali, ma una delle due superpotenze che rischiano di distruggere l’intera civiltà.

Dunque, miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese. Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, ma cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’uomo.

 

Fuggivano dalla scontrosa superficie della Terra per sfiorare il volto di Dio

Ronald Reagan, 28 gennaio 1986, Washington

Nel gennaio 1986 Ronald Reagan è al suo secondo mandato da presidente e si prepara a pronunciare l’annuale Discorso sullo Stato dell’Unione. I suoi discorsi sono il pezzo forte della sua politica: il passato da attore gioca un ruolo fondamentale, ma negli anni ha saputo anche circondarsi di ottimi collaboratori, tra i quali spicca la giovane Peggy Noonan, che nel 1984 gli ha scritto uno dei discorsi più memorabili, per il quarantennale del D-Day.


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Il 28 gennaio, però, il previsto discorso deve essere rimandato di una settimana, perché nel frattempo è avvenuta una tragedia: lo shuttle Challenger ha preso fuoco 73 secondi dopo il lancio ed è precipitato nell’Oceano ad una velocità di più di 300 chilometri all’ora, uccidendo in diretta televisiva tutti i membri dell’equipaggio, tra cui anche Christa McAuliffe, una maestra elementare che avrebbe dovuto tenere una lezione di scienze dallo spazio. Il discorso commemorativo di Reagan commuove l’America e si conclude citando due versi di una poesia di John Gillespie Magee, un aviatore americano morto durante la Seconda Guerra Mondiale ad appena 19 anni.

Non li dimenticheremo mai, né l’ultima volta che li vedemmo, questa mattina, mentre si preparavano per il loro viaggio, salutavano e «fuggivano dalla scontrosa superficie della Terra» per «sfiorare il volto di Dio».

 

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