Cinque celebri film incompiuti

Guida ai più famosi film incompiuti, a partire da Lost in La Mancha

Qualche tempo fa vi abbiamo presentato, in un lungo articolo, cinque celebri libri incompiuti. Romanzi e saggi, cioè, che non sono stati portati a termine per vari motivi dai loro autori ma che, nonostante questo, sono diventati delle pietre miliari della letteratura, stampati spesso postumi per iniziativa di amici e ammiratori.

Investimenti in fumo

Il campo dell’arte incompleta, però, non si limita solo alla letteratura, dove tutto sommato è perlopiù la morte dell’autore ad impedire una pubblicazione completa dell’opera. Investe difatti pesantemente anche quei campi in cui la realizzazione di un lavoro non dipende da un solo artista, ma dalla collaborazione di più professionisti. Ne è un esempio il cinema. Già è difficile trovare i finanziamenti per dare il via alle riprese di una pellicola, ma poi mille incidenti possono rallentare e a volte bloccare per sempre la lavorazione di un film. Mandando in fumo gli investimenti e tutto il lavoro fatto fino ad allora.

Dato però che un romanzo si scrive nell’intimo del proprio studio mentre un film si prepara su un set, davanti a decine se non centinaia di persone, è facile che un romanzo incompiuto venga dimenticato, mentre è quasi impossibile che lo stesso accada con un film. E infatti la storia del cinema è piena di pellicole che sono entrate nella leggenda senza mai essere neppure proiettate una volta, a causa delle informazioni che si diffondono e alimentano quello che gli americani chiamano hype. Vediamo, dunque, cinque celebri film incompiuti che, per un motivo o per l’altro, sono diventati quasi leggendari.


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È tutto vero

L’inedita collaborazione tra Orson Welles e John Fante

Orson Welles, come vedremo anche andando avanti con questo articolo, è stato un regista che, nella sua carriera, di film ha dovuto abbandonarne molti. Troppo estremo e innovativo per le case di produzione, ha sempre fatto un’enorme fatica a trovare finanziamenti, accettando spesso di lavorare come attore per altri registi con lo scopo primario proprio di ingraziarsi i produttori o mettere da parte qualche soldo per il suo progetto personale.

Eppure non si può dire che non avesse talento. Già al suo esordio ad appena 26 anni, nel 1941, aveva sfornato quello che da lì in poi sarebbe stato considerato il più grande film della storia del cinema, Quarto potere. Il mezzo flop finanziario, però, gli aveva reso difficile perfino la realizzazione della sua seconda pellicola, L’orgoglio degli Amberson.

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Mentre stava concludendo questo lavoro, il governo americano gli affidò il compito di realizzare un film di propaganda sull’America Meridionale. Doveva essere un film che stimolasse nei paesi latini la vicinanza con gli Stati Uniti per evitare che là facesse presa il nazismo, contro cui gli USA stavano entrando in guerra. Per questo Welles si recò in Brasile, lasciando incompiuto L’orgoglio degli Amberson (che verrà poi finito dalla casa di produzione, con tagli di 50 minuti e finale rigirato da capo), per riprendere il carnevale di Rio.

La sceneggiatura dell’autore di Chiedi alla polvere

Nel frattempo, incaricò il suo collaboratore Norman Foster di girare un episodio in Messico, la cui sceneggiatura fu realizzata anche da John Fante. Questi è oggi noto come l’autore di Chiedi alla polvere, ma all’epoca era costretto a lavorare per il cinema a causa dello scarso successo dei suoi romanzi, che sarebbero stati riscoperti solo decenni più tardi.

Il film, comunque, non fu mai terminato. Welles voleva mettere in scena la storia di alcuni pescatori brasiliani che lottavano per fondare un sindacato, ma prima dovette assistere alla morte per annegamento di uno dei suoi protagonisti, e poi si vide richiamato in patria dalla RKO, che tagliò tutti i fondi alla pellicola. Gran parte del materiale girato andò perduto.

 

Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet

Il film che tormentò Fellini per decenni

Se Orson Welles era un grandissimo regista che aveva idee fin troppo chiare e per questo spesso grandi problemi coi produttori, Federico Fellini era, al contrario, un grande regista che ha quasi sempre ricevuto una grande libertà artistica dai finanziatori dei suoi film. Allo stesso tempo, però, non sempre era convinto di quello che voleva mettere in scena. Basti pensare, per fare un esempio, alla stessa trama di , uno dei suoi più grandi capolavori, che racconta la storia di un regista che non ha idea di cosa raccontare nel suo prossimo lavoro.

Viaggio a Tulum

Si dice quindi che molte idee accarezzate da Fellini nel corso della sua carriera cinematografica siano state abortite prima di diventare film. Due in particolare hanno raggiunto una certa fama: Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet e Viaggio a Tulum. Questa seconda sceneggiatura – che si ispirava a un’esperienza di viaggio vissuta dallo stesso Fellini in Yucatan – non superò mai la fase ideativa, finendo anzi per diventare un fumetto disegnato da Milo Manara. Il primo, però, era un film a cui il regista riminese lavorò a fasi alterne dal 1965, realizzando sceneggiatura e storyboard, facendo preparare le scenografie e scegliendo gli attori, oltre che realizzando alcune sessioni fotografiche.

La storia doveva essere quella, appunto, di Giuseppe Mastorna, un celebre clown-violoncellista. Costretto a prendere un aereo durante una bufera di neve, rimaneva avvinghiato, dopo un atterraggio di fortuna, a una serie di situazioni oniriche che si scoprivano poi essere l’inizio del suo viaggio verso l’aldilà (l’aereo era infatti in realtà precipitato). Per il protagonista, Fellini aveva pensato prima a Totò, poi al suo attore-feticcio Marcello Mastroianni e infine a Paolo Villaggio, quello che andò più vicino a interpretare realmente il ruolo.

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Per indecisioni dello stesso Fellini, però, il film non si fece mai. Anche in questo caso, grazie all’intercessione di Vincenzo Mollica, dallo storyboard del regista fu tratto un fumetto disegnato da Manara. Un fumetto, peraltro, anch’esso incompleto perché dopo l’uscita della prima parte Fellini ricevette dai suoi amici così tanti elogi per il “finale aperto” (fraintendendo che si trattava solo della fine della prima puntata e non di tutta la storia) da decidere di non far disegnare le restanti parti.

 

Don Camillo e i giovani d’oggi

Quando muore un protagonista come Fernandel

A volte però non sono solo i problemi produttivi o d’ispirazione a bloccare un film, ma anche circostanze ben più tragiche. Come ad esempio la morte di uno dei protagonisti durante le riprese. Oggi questa evenienza non è più un grosso problema, perché spesso e volentieri, con gli effetti speciali ed altre tecniche, si riesce comunque a far uscire la pellicola. Può anzi, cinicamente, diventare un vantaggio, visto che il film anzi risulta trainato al botteghino dal senso di lutto. Fino a qualche decennio fa, però, la scomparsa di un attore durante la prima fase della lavorazione significava l’abbandono del progetto e di tutto il materiale girato.

L’improvvisa malattia

Questo è quanto è accaduto, ad esempio, con Don Camillo e i giovani d’oggi, sesto capitolo della saga dedicata al parroco e al sindaco di Brescello, la cui lavorazione iniziò nel 1970, diciotto anni dopo il primo episodio. Nel ruolo dei protagonisti erano come al solito stati ingaggiati il francese Fernandel, 67 anni, e l’italiano Gino Cervi, 69. A metà luglio, però, durante una scena in cui Fernandel doveva prendere in braccio l’attrice Graziella Granata, il francese manifestò i primi segni di un problema di salute.

A Parma gli venne diagnosticato un tumore ai polmoni e la situazione fu aggravata, ad agosto, da un suo svenimento sul set. L’esperto regista Christian Jacque rimandò subito Fernandel in Francia per riposarsi e curarsi. Seppe resistere – assieme a Gino Cervi – alle pressioni della produzione, che voleva rigirare le scene con Fernandel facendo interpretare don Camillo a un altro attore, salvando così buona parte del materiale già girato. Dopo un lieve miglioramento nel gennaio del 1971, Fernandel spirò a febbraio.

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Dato il costante rifiuto sia di Jacque che di Cervi di utilizzare in altro modo il materiale, la produzione si decise a rigirare da capo tutto il film, affidando le parti ad altri attori. Nacque così quello che oggi conosciamo come Don Camillo e i giovani d’oggi, uscito nel 1972, con Lionel Stander nella parte di Peppone e Gastone Moschin in quella di don Camillo. A quanto pare, della pellicola con Fernandel erano stati girati circa 60 minuti, mancandone altri 35 alla conclusione.

 

The Day the Clown Cried

Il film che Jerry Lewis non vuole far vedere a nessuno

Ricordate la trama de La vita è bella, lo straordinario film che Roberto Benigni ha realizzato nel 1997? Ebbene, l’idea di un uomo buffo che rimane coinvolto nell’Olocausto e cerca di alleviarne le sofferenze con un’amara risata non era del tutto inedita. Già venticinque anni prima un progetto del genere era stato messo in piedi da Jerry Lewis, uno dei comici più celebri del cinema americano moderno.

Una risata nei campi di concentramento nazisti

L’attore, che aveva vissuto la sua stagione più prolifica a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, aveva da tempo cominciato a dirigersi da solo e sentiva l’esigenza di dare una svolta al suo personaggio. La sua figura, infatti, risentiva ormai degli anni e dei cambiamenti di gusto del pubblico. Per questo, nel 1972 si mise al lavoro su una sceneggiatura molto particolare, che raccontava di un clown internato nei campi di concentramento nazisti. Questi veniva incaricato, in cambio della libertà, di far ridere i bambini ebrei mentre si recavano verso le camere a gas. Dopo aver accettato, però, il clown sentiva un insopportabile rimorso e decideva di entrare coi bambini dentro alle camere della morte, per farli ridere un’ultima volta mentre loro e lui stesso trovavano la morte.

Il tema, com’è comprensibile, era molto delicato, ancora più di quanto non fosse quello del film di Benigni, che non si era spinto fino alle camere a gas. Bisognava, quindi, trattarlo con attenzione, non calcando troppo la mano né sul lato patetico, né su quello comico, ma trovando un tocco particolare che solo i grandi registi potevano avere. Evidentemente, però, le abilità registiche di Lewis non erano così elevate. In primo luogo il copione, già rifiutato da varie star tra cui anche Dick Van Dyke, non lo convinceva appieno. Inoltre durante le riprese molti produttori finirono per tirarsi indietro, costringendo lo stesso Lewis a sborsare di tasca propria il denaro per gran parte delle spese.

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Il film fu finito e montato in una prima versione “grezza”, ma non uscì mai nelle sale per volontà dello stesso Lewis. Dopo averlo visto, il regista lo ritenne infatti inadatto al pubblico. Si dice che lo stesso attore possieda l’unica copia ancora esistente del film e che l’abbia mostrato solo a una manciata di persone. Una di queste, l’attore Harry Shearer, raccontò anni dopo che quella fu «un’esperienza terrificante». Il film era «sbagliato», col «pathos e la commedia malamente mescolati». Lo stesso Lewis da decenni non vuole più che nelle interviste gli si menzioni quella pellicola.

 

The Man Who Killed Don Quixote

L’infausto destino dei film dedicati al personaggio di Cervantes

Come avrete intuito, spesso ad interrompere la lavorazione di un film sono una serie di sfortunate coincidenze, altre volte le titubanze del regista. In alcuni più rari casi, però, sembra mettercisi di mezzo anche il destino o una sorta di maledizione. Così è ad esempio per alcuni film dedicati alla storia di Don Chisciotte della Mancia, celebre protagonista del romanzo pubblicato a inizio ‘600 da Miguel de Cervantes. Ben due adattamenti di grandi registi, infatti, non riuscirono ad essere proiettati nei cinema, per varie ragioni.

Il progetto di Orson Welles

Prima ci provò il già citato Orson Welles. Le prime immagini di prova furono girate nel 1955, altre riprese vennero effettuate nel 1972, ma ancora alla sua morte, nel 1985, il regista americano ci stava lavorando, convinto che prima o poi il suo Don Quixote avrebbe visto la luce. In realtà non fu così, ma nel 1992 il regista spagnolo Jess Franco, su approvazione della moglie di Welles, Paola Mori, ne presentò una versione, montata col materiale disponibile, alla Mostra del Cinema di Venezia.

Ancora più celebre è però il caso di The Man Who Killed Don Quixote, adattamento molto libero pensato da Terry Gilliam nel 2000. L’ex membro dei Monty Python non ha, d’altronde, una storia molto fortunata durante la lavorazione dei suoi film. Celebri sono i suoi contrasti con le case di produzione, i costi spesso spropositati e addirittura la morte del suo protagonista, Heath Ledger, durante le riprese di Parnassus. Quando però questa sfortuna si mescola alla “maledizione”, se così possiamo chiamarla, di Don Chisciotte, i risultati possono essere tragici.

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La storia pensata da Gilliam prevedeva infatti che Sancho Panza venisse sostituito da un nuovo scudiero proveniente dal futuro (interpretato da Johnny Depp), mescolando la trama del romanzo di Cervantes con quella di Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain. Una volta cominciate le riprese si verificarono però una serie di inconvenienti. Il set fu devastato da un nubifragio, che cambiò tra l’altro la conformazione del terreno, cancellando le dune desertiche. Inoltre il protagonista, Jean Rochefort, dovette tornare a Parigi a causa di un’infezione alla prostata.


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In breve, tutti questi elementi portarono all’annullamento del film. Il progetto fu poi ripreso nel 2008, con un nuovo copione e un nuovo cast (Robert Duvall e Ewan McGregor), ma anche in questo caso i produttori si tirarono indietro prima dell’inizio delle riprese. Parte del materiale girato nel 2000 è stato utilizzato per realizzare il documentario Lost in La Mancha, in cui Keith Fulton e Louis Pepe raccontano i problemi incontrati da Gilliam durante la lavorazione.

 

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