Cinque celebri frasi ricorrenti dei cartoni animati

Silvestro e Titti e altri cartoni animati con frasi ricorrenti

Ogni cartone animato ha bisogno di qualcosa che lo rappresenti non solo dal punto di vista estetico, ma anche sonoro: cosa sarebbe Paperino senza la sua celebre voce? O Braccio di Ferro senza la sua musichetta di sottofondo? O, avvicinandoci cronologicamente ai giorni nostri, South Park senza la celebre frase «Oh mio Dio, hanno ammazzato Kenny!»? Gli effetti comici, anzi, spesso sono legati proprio alla presenza di situazioni che si ripetono, di una trama prevedibile eppure sempre ricca di nuove idee.

Ma quali sono le più famose frasi ricorrenti dei cartoni animati? Facendo mente locale nell’incredibile elenco che spazia dai Looney Tunes ai corti della Disney, dai cartoni d’azione più recenti come le Tartarughe Ninja a quelli di indagine più classici come Scooby-Doo, abbiamo stilato una nostra lista, come al solito in cinque punti.

Se secondo voi però ci sono altre frasi che meritavano di essere incluse, segnalatele nei commenti.

 

Mi è semblato di vedele un gatto

Titti contro Gatto Silvestro

Silvestro e Titti e altri cartoni animati con frasi ricorrentiSe dobbiamo guardare ai cartoni degli anni ’30 e ’40, quelli che hanno fatto in buona parte la storia del cinema americano e hanno stabilito i cardini di un genere che sarebbe poi rimasto invariato per decenni, quelli che più di tutti facevano uso di gag verbali erano i personaggi dei Looney Tunes, la serie della Warner Bros.

Il «Che succede, amico?» di Bugs Bunny in Italia è famoso solo fino a un certo punto (anche perché è stato spesso tradotto in maniere diverse negli anni), ma in America il corrispettivo «What’s up, Doc?» è celeberrimo e usato ancora oggi.

Senza parlare del «That’s All, Folks», che chiudeva ogni episodio o di decine di altre battute quasi sempre interpretate dalla voce di Mel Blanc, uno dei più grandi doppiatori di sempre.

La frase che però a nostro avviso ha avuto maggior riscontro in Italia è stata probabilmente quella tipica del canarino Titti (Tweety, in originale), che il pennuto pronunciava ogni volta che il gatto Silvestro si avvicinava minaccioso alla sua gabbietta: «Oh, oh. Mi è semblato di vedele un gatto».

L’uso delle “L” al posto delle “R”, che sembra più adatto ad un personaggio cinese che a un canarino, in realtà nell’originale era molto più complesso: la frase in inglese è infatti «I tawt I taw a puddy tat!», versione mal pronunciata di «I thought I saw a pussy cat».

In quella frase, come vedete, le “S” e perfino le “C” cedono il passo alle “T” o alle “D”, in un problema di dizione molto forte ma sempre coerente, come in molti personaggi caratterizzati da Blanc.

Il doppiatore, anzi, nel 1951 interpretò anche una canzone sull’aria di questa frase famosa: I Tawt I Taw a Puddy Tat finì così in classifica, con un duetto tra Titti e Silvestro dal quale si poteva ipotizzare che il vero nome dell’uccellino fosse addirittura Sweetie e che solo la sbagliata pronuncia avesse trasformato il nome in Tweety.

 

Yabba-Dabba-Doo!

L’urlo di Fred Flintstone de Gli antenati

Fred Flintstone con la moglie WilmaI grandi studios che negli anni Trenta e soprattutto Quaranta si contendevano, a suon di corti cinematografici, il mercato dei cartoni animati non erano molti: c’era la Disney, che pian piano si stava orientando maggiormente sui lungometraggi; c’era la Warner degli appena citati Looney Tunes.

Poi c’era lo studio Fleischer che produceva Braccio di Ferro e Betty Boop.

E infine c’era, infine, la MGM, che concentrava i suoi sforzi sulla serie di Tom & Jerry, creata e diretta dai giovani animatori William Hanna e Joseph Barbera, che nel giro di poco tempo seppero affinare la loro arte fino a produrre alcuni capolavori e ad incamerare parecchi premi Oscar.

Quando la MGM però chiuse la sua sezione d’animazione, ormai surclassata dalla concorrenza della TV, i due decisero di fondare una loro compagnia in grado di produrre nuovo materiale, in tempi molto più ridotti, per il mercato televisivo.

Nacquero così alcuni personaggi leggendari come Braccobaldo, l’orso Yoghi, Scooby-Doo ed altri ancora, in cui le tecniche d’animazione si erano sicuramente evolute nell’ottica del risparmio (fondali fissi, personaggi che muovevano solo alcune limitate parti del corpo e spesso in modo ricorrente e così via) ma che spesso riuscivano comunque a rivoluzionare il mercato per inventiva e capacità di catturare i gusti del pubblico.

Il loro capolavoro fu forse The Flintstones, da noi noto anche come Gli antenati.

In una cittadina preistorica varie famiglie si trovavano a vivere più o meno come ai giorni nostri, usando i piedi per spingere delle automobili di pietra, gli pterodattili come degli aerei, i mammut come tritarifiuti e così via.

Più in generale la serie presentava una comicità e un sarcasmo verso la società americana e i suoi vizi fortemente innovativi che, a ben guardare, avrebbero sicuramente influenzato anche molte produzioni ben più moderne, in primis I Simpson.

Molte, anche in questo caso, le frasi ricorrenti, come il «Wilma, dammi la clava» – che è in realtà un’invenzione del doppiaggio italiano – e soprattutto il grido di battaglia e di liberazione usato in ogni episodio: «Yabba-Dabba-Doo!».

 

Qui tutti ce l’hanno con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia, però!

Calimero, il testimonial più amato del Carosello

Calimero, uno dei più famosi personaggi di cartoni animati italianiIn mezzo a tanti cartoni americani che sicuramente hanno avuto un grande successo e una grande influenza nel nostro paese, volevamo in principio inserire anche qualcosa di italiano.

E, pur pensando ai tanti prodotti – spesso ottimi – che sono stati realizzati negli ultimi anni in Italia, abbiamo deciso di orientarci su un classico che, in un’epoca in cui i cartoni animati prodotti nella penisola erano veramente pochissimi, ha saputo conquistarsi un posto nel cuore di tanti bambini ora diventati adulti.

Stiamo parlando, ovviamente, di Calimero, il piccolo pulcino creato da Nino e Toni Pagot nel 1963 per la pubblicità di Ava, il detersivo della Mira Lanza.

Si trattava originariamente di un pulcino che, dopo esser caduto nella fuliggine, si sporcava di nero, tanto da essere disconosciuto dalla madre, almeno finché l’intervento del detersivo non lo faceva ritornare al bianco originale.

Il personaggio, con il tono un po’ lamentoso dato dalla voce di Ignazio Colnaghi, divenne in breve tempo una delle star di Carosello, il contenitore pubblicitario della Rai di allora, e alcune sue espressioni verbali entrarono nella parlata comune.

Su tutte, la frase con cui il pulcino si lamentava della sua sorte subito prima di essere lavato, «Qui tutti ce l’hanno con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia, però!».

Leggi anche: Cartoni animati anni ’90: la lista di tutti i più famosi

La popolarità del personaggio dei fratelli Pagot, tra l’altro, non fu limitata solo all’Italia: già a metà anni ’70 ne fu prodotta una serie animata, slegata dalla pubblicità, in Giappone, serie che ha poi avuto un seguito ad inizio anni Novanta; un’ultima versione, realizzata in Francia, è andata infine in onda in prima visione proprio qualche mese fa su Rai 2.

 

D’oh!

L’esclamazione creata dal doppiatore di Homer Simpson

Homer Simpson mentre esclama il suo tipico «D'oh!»Come è inevitabile, se le frasi ricorrenti sono così fondamentali nel formare l’identità di un personaggio, ancora più importanti sono gli uomini che quelle frasi le pronunciano, cioè i doppiatori.

Prendiamo il caso di Homer Simpson, il capofamiglia della celeberrima serie de I Simpson: il personaggio sarebbe di sicuro stato diverso, fin dall’inizio, se a prestargli la voce non fossero stati Dan Castellaneta in inglese e Tonino Accolla in italiano.

Basti pensare al fatto che quando quest’ultimo è scomparso, poco tempo fa, c’è stata una vera e propria mobilitazione dei fan per appoggiare o criticare la scelta del suo sostituto (che è stato alla fine individuato in Massimo Lopez).

Ad esempio, Dan Castellaneta è l’ideatore della più celebre delle battute pronunciate da Homer, quel «D’oh!» che è un’esclamazione senza significato che il personaggio pronuncia ogni volta che si rende conto di aver fatto una stupidata, ma che ha avuto un successo tale da finire addirittura nell’Oxford English Dictionary a partire dal 2001.

La storia della nascita di questa parola è molto curiosa. In uno dei primissimi episodi dei Simpson, realizzato non per il loro show – che non era ancora nato – ma per dei brevi corti che venivano ospitati all’interno del Tracey Ullman Show, il copione prevedeva che Homer pronunciasse un grugnito infastidito.

La sceneggiatura prevedeva un annoyed grunt, per essere precisi, e Castellaneta se ne uscì con un lungo d’ooooooh, rubato a una delle spalle comiche dei vecchi film di Stanlio & Ollio.

L’idea di Matt Groening, il creatore dei personaggi, di mozzare l’espressione, rendendola più immediata, ebbe successo e da quel punto in poi quella diventò la frase-cardine di Homer, pur rimanendo sempre citata, nel copione, come annoyed grunt.

Mentre nel frattempo la Fox ha messo il copyright sul “d’oh”, Castellaneta ha contribuito al successo dello show doppiando anche molti altri personaggi come Krusty il clown, il sindaco Quimby, Nonno Simpson, il giardiniere Willie e così via.

 

Verso l’infinito e oltre!

I viaggi nello spazio di Buzz Lightyear in Toy Story

Buzz Lightyear, protagonista della saga di Toy StoryFinora abbiamo parlato di cartoni animati che, pur diversissimi ed appartenenti ad epoche tra loro molto lontane, sono comunque tutti realizzati più o meno alla stessa maniera.

Una maniera che è oggi sorpassata, non tanto per lo spettatore – che comunque riesce senza particolari problemi ad apprezzare la grafica, se curata, di quei vecchi cartoni – quanto a livello produttivo, visto che da tempo la mano umana è stata sostituita dalla grafica computerizzata, che permette di snellire notevolmente il lavoro e di realizzare scene più grandiose e realistiche.

Il passaggio di consegne tra la vecchia tecnica e la nuova è arrivato, dopo vari esperimenti, nel 1995, quando è uscito il primo film d’animazione realizzato completamente in computer grafica, Toy Story della Pixar, col quale chiudiamo la nostra cinquina.

La trama è nota: un bambino di nome Andy riceve per il suo compleanno un nuovo giocattolo, Buzz Lightyear, uno space ranger.

Fin qui niente di male, se non fosse che giocattoli nella realtà fittizia del cartone animato sono esseri viventi che fingono di essere inanimati solo davanti agli umani, ma che provano sentimenti, invidie e paure come tutti noi, e non a caso i vecchi giocattoli di Andy finiscono per sentirsi minacciati dall’arrivo di Buzz, eroe superaccessoriato e moderno.

Proprio nel primo incontro tra lo ranger spaziale e il preferito tra i vecchi giochi del bambino, il cowboy Woody, si consuma la scena che permette a Buzz di pronunciare per la prima volta quella che diventa la sua frase celebre, «Verso l’infinito e oltre!» (in originale: «To infinity and beyond!»), che dice subito prima di lanciarsi nel vuoto, convinto di essere in grado di volare.

Il film ha avuto un successo strepitoso ed ha dato origine a due seguiti, oltre che ad una serie TV, a dei corti e a un merchandising che continua a generare introiti tutt’oggi.

 

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