Cinque celebri frasi sulla pallavolo

Cinque celebri frasi sulla pallavolo

Negli ultimi vent’anni il mondo della pallavolo ci ha saputo dare grandi soddisfazioni. Grazie a Julio Velasco, Bebeto, Andrea Anastasi, Gian Paolo Montali, Marco Bonitta e Massimo Barbolini abbiamo incamerato medaglie d’oro in quasi tutte le competizioni del settore sia maschili che femminili. Il movimento è, di conseguenza, cresciuto molto. E di volley non se ne è solo iniziato a vedere con sempre maggior costanza in TV, ma si è iniziato anche a parlarne. E a scrivere importanti frasi sulla pallavolo.

Alcune citazioni significative ci hanno aiutato a conoscere meglio i protagonisti e la filosofia delle varie squadre. Proprio per questo motivo, ma anche per dare risalto a uno sport che per un motivo o per l’altro avevamo fino ad ora trascurato, di frasi di questo tipo ne abbiamo selezionate cinque che a nostro avviso meritano di essere lette. Frasi tra l’altro scritte e pronunciate da alcuni dei massimi allenatori che la nostra scuola (e non solo) ha saputo produrre.

 

Chi vince e chi perde

Julio Velasco, Marco Bonitta e non solo

La riga e il cerchio, libro di Marco Bonitta sulla pallavolo e i suoi segreti
La riga e il cerchio, libro di Marco Bonitta sulla pallavolo e i suoi segreti

Ci sono frasi che esprimono tanta verità in così poche parole da diventare proverbiali e finire sulla bocca di tutti. Questo avviene con una frequenza impressionante nel mondo dello sport, nel quale persone poco abituate a parlare in pubblico vengono continuamente intervistate e sono costrette a dover cercare parole nuove per commentare situazioni che si ripetono sempre simili l’una all’altra.

Così, una frase bella e sintetica può cavare d’impaccio, e una volta detta viene fatta propria dai colleghi. Questo, almeno, è quello che sembra essere avvenuto con l’aforisma con cui apriamo la nostra cinquina, «Chi vince festeggia, chi perde spiega».

Chi vince festeggia, chi perde spiega.

Una frase ormai usata da più o meno tutti e della quale è quasi impossibile riuscire a scoprire con certezza chi sia stato il primo ideatore. Certo è, però, che la frase è stata ripetuta più volte da Julio Velasco, quasi come un mantra, e che poi è stata fatta propria anche da Marco Bonitta, solo per rimanere nell’ambito degli allenatori di pallavolo.


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Nel caso di Velsco si sposa bene con la sua filosofia dello sport: «La nostra squadra – spiegava anni fa – oggi è famosa a livello internazionale per un fatto che sembra banale, ma non lo è: siamo famosi perché non ci lamentiamo mai. Sembra poco, ma non è poco».

«Potete controllare tutti i giornali dall’89 a oggi, non è mai capitato che dopo una sconfitta noi dicessimo: “È stato il fuso orario, avevamo un giocatore con un’indigestione, abbiamo dormito male, l’arbitro…”. Mai. Non l’ho detto mai. Perché? Perché anche questo modo di comportarsi fa parte della mentalità vincente. Tutti possono spiegare perché non si è riusciti a fare una cosa, pochi riescono a farla lo stesso».

 

Gli schiacciatori e l’alzata

La strabiliante carriera di Julio Velasco

Julio Velasco nel 2016 (foto di Hamed Malekpour per Tasnim News Agency)
Julio Velasco nel 2016 (foto di Hamed Malekpour per Tasnim News Agency)

Con la frase precedente abbiamo avuto modo di riportarvi, in parte, la filosofia sportiva di Julio Velasco. Una filosofia che viene confermata anche dall’aforisma che abbiamo individuato come secondo nella nostra cinquina e che ci permette di puntare per un attimo i riflettori sulla figura dell’allenatore argentino.

Nato a La Plata nel 1952, ha iniziato ad allenare ad alto livello già nel 1979, prendendo in mano il Ferro Carril Oeste di Buenos Aires. Con questa squadra ha vinto quattro campionati argentini consecutivi, i primi della storia di quella polisportiva, che fino ad allora aveva impressionato più per il calcio e il basket che non per la pallavolo. Questi primi successi gli fruttarono la chiamata come viceallenatore della Nazionale, con la quale conquistò un bronzo ai Mondiali.

Gli schiacciatori non parlano dell’alzata. La risolvono.

Nel 1983 venne portato in Italia da Giuseppe Cormio per allenare lo Jesi in A2. Arrivò poi in A1 nel 1985 col Modena, dove giocavano alcuni dei giocatori che, negli anni, sarebbero diventati una delle basi della sua Nazionale. Qui vinse quattro scudetti consecutivi e da qui passò, nel 1989, ad allenare la Nazionale maggiore, incarico che avrebbe mantenuto fino al 1996, prima di passare a quella femminile e poi prendersi una breve pausa dal volley.

Con la selezione maschile ha conquistato una serie ineguagliata di trofei, che mai prima d’allora – forse in nessuno sport di squadra – l’Italia era riuscita a portare a casa: tre Europei, cinque World League, due Mondiali, una Coppa del Mondo e un argento olimpico. Alla base di tutto, a sentire lui, la mentalità vincente di cui parlavamo prima, ben sintetizzata anche da questa seconda frase: il vincente non commenta gli errori altrui, ma li risolve.

 

La qualità morale dell’allenatore

L’umiltà di Silvano Prandi

Silvano Prandi

Tra tutti i grandi allenatori che la scuola italiana ha saputo produrre negli ultimi trent’anni, Silvano Prandi è il veterano. Allena ai massimi livelli dal 1976, da quando prese cioè in mano il CUS Torino, portandolo a vincere per la prima volta nella sua storia quattro scudetti italiani, una Coppa dei Campioni e una Coppa delle Coppe.

Nel frattempo prese per mano anche l’Italia, tra il 1982 e il 1986, prima che arrivasse quella generazione di fenomeni che ci avrebbe dato tante soddisfazioni. Portò comunque gli Azzurri alla conquista di un bronzo olimpico a Los Angeles e dell’oro ai Giochi del Mediterraneo del 1983.

L’allenatore deve avere la qualità morale per sapere che i maestri sono i giocatori, non il contrario.


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Nonostante questi successi invidiabili, che ne fanno uno degli allenatori più vincenti della storia di questo sport, Prandi ha sempre tenuto ben chiara in mente l’umiltà che serve per affrontare qualsiasi sfida, non solo in campo pallavolistico: il sapere che, prima dell’allenatore, a conoscere veramente il gioco è chi scende in campo.

Battuto anche sir Alex Ferguson

Tanta saggezza, d’altra parte, non poteva non derivare da una esperienza decennale. Prandi detiene infatti il record di longevità come allenatore di una squadra di massima serie non solo nell’ambito del volley ma di ogni sport professionistico, visto che ricopre quest’incarico da 38 anni consecutivi (Alex Ferguson, per citarne uno famoso, nel mondo del calcio è arrivato solo a 36 anni tra le sue varie squadre, prima di ritirarsi).

 

C’è uno sport dove la squadra è il valore assoluto

La bellezza della pallavolo secondo Andrea Anastasi

Andrea Anastasi durante una partita della sua Polonia (foto di Piotr Drabik via Flickr)

In un libro di testo di educazione fisica per le scuole medie (Team. Insieme per lo sport di Gianluigi Fiorini e Elisabetta Chiesa, edizioni Marietti) si trova una premessa firmata da Andrea Anastasi. Uno che è stato ex allenatore, a due riprese, della Nazionale italiana, oltre che della Spagna e della Polonia. Uno che da selezionatore ha vinto un Campionato Mondiale, un Europeo e una World League (da giocatore, anni prima, aveva invece vinto tre Coppe CEV, un Europeo, un Mondiale e due World League).

In quest’introduzione l’allenatore italiano parla della bellezza dello sport e in particolare del volley, con parole che ci pare valga la pena riportare per intero.

C’è uno sport dove la palla bisogna passarla. Non per altruismo, per regolamento. C’è uno sport dove il campione, anche quello più forte al mondo, da solo non serve a niente. C’è uno sport dove la squadra è il valore assoluto. Dove solo la squadra ti permette di realizzare o meno i tuoi sogni. C’è uno sport dove si è costretti a muoversi in uno spazio ristretto: 81 metri quadrati, all’interno dei quali essere nel posto giusto o in quello sbagliato è una questione di centimetri che fanno vincere o perdere una partita, un campionato del mondo, una medaglia olimpica.

C’è uno sport dove si segna o si subisce un punto ogni decina di secondi. In cui la partita è una scarica di adrenalina senza soluzione di continuità, dal primo all’ultimo secondo. C’è uno sport che è una partita a scacchi giocata ai 120 km/h. È il mio sport, la pallavolo, che dà emozioni, gioie e a volte delusioni. In una parola: passioni.

 

Un infarto a Disneyland

L’invidiabile ironia di Beppe Viola

Beppe Viola, giornalista e umorista
Beppe Viola, giornalista e umorista

Concludiamo con una frase diversa dalle altre, che non riguarda tanto il gioco e la motivazione che si può infondere nei giocatori, quanto l’ironia.

Beppe Viola, per chi non lo conoscesse, è stato uno dei più bravi e intelligenti giornalisti sportivi italiani. Nato a Milano nel ’39, entrò in RAI nel 1961, lavorando soprattutto come telecronista per calcio, pugilato e ippica, ma collaborando anche con molti comici e artisti milanesi o che a Milano comunque lavoravano. Tra questi, Enzo Jannacci – col quale scrisse varie canzoni –, Teo Teocoli, Cochi e Renato, Paolo Villaggio, Lino Toffolo.

Il ricordo di Gianni Brera

Purtroppo la morte l’ha colto all’improvviso nell’ottobre del 1982, a neanche 43 anni d’età, a causa di una emorragia cerebrale mentre stava montando un servizio sulla partita dell’Inter che aveva appena seguito. Fu ricordato due giorni dopo su Repubblica da un toccante necrologio scritto dall’amico Gianni Brera.

Quel breve articolo recitava: «La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore…».

Rompersi una gamba con il volley è come avere un infarto a Disneyland.

La sua frase sulla pallavolo che riportiamo è tratta dal volume Quelli che…, raccolta di vecchi scritti di Viola pubblicata nei primi anni ’90 da Baldini & Castoldi. In quel volume è contenuta anche un’altra delle sue più celebri battute, relativa però al tennis: «Quelli che sarebbero disposti ad avere 37 e 2 tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe».

 

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