Cinque celebri miti di Platone

Il mito della caverna di Platone

Quando Raffaello dipinse, tra il 1509 e il 1510, la sua celebre Scuola di Atene sui muri della Stanza della Segnatura in Vaticano, non ebbe certo difficoltà a decidere chi porre al centro dell’affresco. A sinistra Platone, a destra Aristotele, i due più grandi pensatori dell’antichità. Quelli che avevano diviso in due la filosofia tra chi puntava in alto, a una realtà superiore che ispirava il nostro mondo sensibile, e chi invece voleva stare – come avrebbe detto Nietzsche tempo dopo – legato alla terra.

Platone, in particolare, fu un grande innovatore sotto diversi punti di vista. Nonostante la sua visione aristocratica della società e del sapere, fu il primo a scrivere testi che oggi potremmo definire divulgativi. Libri composti cioè in un linguaggio cioè che permettesse al lettore di accostarvisi senza troppi impedimenti, sfruttando la tecnica del dialogo già messa a punto (ma solo oralmente) da Socrate. Fu inoltre il primo a fare largo uso di miti, che avevano il duplice scopo di spiegare in maniera allusiva verità altrimenti incomprensibili e di rendere più efficace e convincente un concetto.

Visto che proprio questi miti hanno avuto una particolare fortuna anche al di fuori dell’ambito della filosofia, ve ne presentiamo e spieghiamo cinque, scelti tra quelli più famosi.

 

Il mito della biga alata

La tripartizione dell’anima nel Fedro

La biga alata, protagonista di uno dei più famosi miti di PlatoneAbbiamo cercato di ordinare cronologicamente i cinque miti che abbiamo scelto di illustrarvi, con lo scopo, se possibile, di delineare anche un percorso nell’evoluzione del pensiero di Platone. L’impresa, in realtà, non è esente da difficoltà, in quanto non sempre i dialoghi platonici offrono una datazione certa. A volte, poi, come nel caso de La Repubblica furono scritti nell’arco di un lungo periodo di tempo, integrandosi di volta in volta con le nuove teorie e le nuove conclusioni a cui era giunto l’ateniese.

Partiamo comunque dal mito della biga (o del carro) alata che si trova contenuto nel Fedro, un dialogo la cui datazione è stimata attorno al 370 a.C. Argomento centrale dello scritto è l’amore, di cui Socrate discute appunto con Fedro. E visto che l’amore è anche tensione verso la conoscenza, Socrate introduce una spiegazione dell’anima che è alla base di tutta la psicologia platonica.


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L’anima, infatti, è tripartita ed è simile ad una biga alata. Vi è una parte razionale, che corrisponde all’auriga (il conducente), che cerca di governare la biga stessa, tenendo a bada i cavalli e dando la direzione. Vi è una parte che Platone chiama irascibile, che corrisponde al cavallo bianco della biga, che è docile, ubbidiente e di buona razza e rappresenta quindi la volontà, la parte della nostra anima che si impone gli obiettivi e li persegue. Vi è, infine, la parte concupiscibile, cioè la parte dell’anima che è più soggetta alle passioni, che si lascia trascinare dalle voglie e dai vizi, che è rappresentata dal cavallo nero, di cattiva razza e bizzoso.

L’auriga cerca di condurre la biga verso il cielo sfruttando le ali dei suoi cavalli, in modo da poter avvicinarsi all’Iperuranio e poter così scorgere le idee. Il compito però è reso arduo dal cavallo nero, che è difficile da governare e strattona per andare altrove. Per questo ogni anima riesce a rimanere poco nell’Iperuranio, a seconda della forza e della capacità del cavallo bianco e dell’auriga. Poi precipita, perdendo le ali ed incarnandosi in un corpo. Il significato del mito è piuttosto semplice. Chi dispone di maggior razionalità e volontà può ammirare più a lungo le idee e quindi acquisire più sapienza, che gli tornerà utile una volta reincarnato. Chi invece è dominato dalle passioni non riesce neppure ad intravedere la verità delle cose.

 

Il mito delle stirpi

La natura degli uomini secondo una leggenda fenicia

La copertina della Repubblica di PlatonePassiamo ora a La Repubblica, il dialogo più celebre e più importante di Platone. Al suo interno l’ateniese delinea gran parte del suo pensiero. Lì rivela anche qual è lo scopo ultimo della sua riflessione, e cioè la presentazione di un nuovo modello di Stato, l’unico – a suo parere – che possa arrivare a garantire la giustizia. Tale modello è fondato sulla divisione in tre classi sociali. Prima ci sono i governanti, che altro non sono che i filosofi e che corrispondono, collegandoci al mito della biga, alla parte razionale dello Stato. Poi ci sono i guerrieri, cioè i soldati che hanno il compito di difendere lo Stato, che corrispondono alla parte irascibile. Infine i lavoratori, cioè tutto il resto della popolazione, quelli che non hanno abbastanza razionalità per governare né abbastanza volontà per difendere il paese e che corrispondono quindi alla parte concupiscibile.

L’appartenenza a queste classi, però, non è una questione ereditaria, come saremmo portati a credere, ma psicologica. Non importa infatti di chi tu sia figlio, ma solo come sia fatta la tua anima. Per questo, un figlio di lavoratori dotato di razionalità può accedere alla classe dei governanti, così come un figlio di governanti schiavo delle passioni può essere retrocesso tra i lavoratori.

Per spiegare meglio questa mobilità sociale Platone ricorse al mito delle stirpi, un mito che in realtà aveva una derivazione fenicia e che lui riprese adattandolo ai propri scopi. In principio, tutti gli uomini – assieme con le armi e i manufatti – stavano sotto terra ed erano uguali. Poi il dio li plasmò e decise di inserire dentro ad alcuni di essi dell’oro, in altri l’argento, in altri ancora ferro e bronzo, metalli non nobili.

In questo modo il dio scelse quelli che secondo lui erano più adatti a governare, quelli più adatti a combattere e quelli invece destinati ad altre mansioni. Compito particolare degli uomini d’oro era quello di curare l’educazione dei più giovani, che doveva servire soprattutto a capirne la natura per impedire che al governo arrivassero uomini di ferro o di bronzo, cosa che avrebbe implicato la rovina dello Stato. Nel modello statale proposto da Platone, questo consiglio sarebbe stato ripreso elaborando un percorso di studi molto preciso per i governanti, in cui si arrivava alla filosofia attorno ai 30 anni, dopo aver affrontato varie materie tra cui la matematica.

 

Il mito della caverna

ll racconto chiave de La Repubblica (e di tutta la filosofia platonica)

Il mito della caverna di PlatoneDel mito della caverna abbiamo già parlato quando ci siamo soffermati sui più importanti dualismi della storia della filosofia, spiegando come esso fosse la chiave per comprendere tutta la filosofia platonica. Contenuto nella parte centrale de La Repubblica, viene raccontato da Platone subito dopo l’enunciazione della dottrina della linea. Questo a confermare il collegamento tra gnoseologia e ontologia che è fondamentale per comprendere il pensiero del maestro di Aristotele. Il mito infatti racconta di uno schiavo incatenato all’interno di una caverna, dove passa il suo tempo a guardare delle ombre riflesse sul fondo della caverna stessa.

Ad un certo punto questo schiavo si libera. Per prima cosa si rende conto della falsità di ciò che aveva conosciuto fino ad allora. Le ombre erano infatti generate da un fuoco che proiettava luce contro delle statue portate in testa da altri uomini, e quindi erano ombre di imitazioni. Poi riesce ad uscire dalla caverna e ad ammirare il mondo esterno, anche se in realtà all’inizio rimane accecato dalla luce del sole. Quindi ritorna nella caverna per avvisare gli altri schiavi, che però non gli credono. Anche perché, passato di nuovo dalla luce all’oscurità, sembra come accecato, tant’è che i compagni finiscono per ucciderlo.

I simboli, in questo mito, sono numerosi. La caverna rappresenta il nostro mondo sensibile, in cui tutto è solo una pallida imitazione della vera realtà. Le catene sono i nostri vizi, che ci impediscono di conoscere la verità. Le statue rappresentano le cose sensibili. Il fuoco che le illumina è invece una metafora dell’archè, cioè degli antichi tentativi per spiegare il nostro mondo.

Ciò che c’è fuori della caverna, poi, rappresenta il mondo delle idee, nel quale all’inizio siamo come ciechi e poi pian piano impariamo a conoscere. Anche lì, prima vediamo le cose riflesse nell’acqua (simbolo delle idee matematiche) e poi guardiamo direttamente la natura (simbolo delle idee-valore). In ultima istanza vediamo il Sole, che rappresenta l’idea di bene. Il rientro nella caverna, infine, segna il tentativo da parte del filosofo di parlare alla gente, tentativo destinato a fallire. Il filosofo, ormai abituato alle verità celesti, non riesce infatti più a misurarsi con gli altri sulle cose umane. La sua morte è in un certo senso la stessa morte di Socrate.

 

Il mito di Er

La responsabilità della propria vita e della propria memoria

Le dee che, nel mito di Er, guidavano le anime nella scelta della reincarnazioneA chiudere La Repubblica, alla fine del libro X, Platone racconta un ulteriore mito, importante per comprendere il destino dell’anima dopo la morte. Anche questo mito – ricordato come mito di Er, dal nome del suo protagonista – non era in realtà una invenzione platonica, ma si richiamava al mito orfico e pitagorico della metempsicosi, cioè la reincarnazione delle anime. Aggiungeva però dei particolari nuovi ed importanti alla visione antica.

Er era un guerriero armeno che morì in battaglia. Prima di essere arso sul rogo secondo la tradizione, si ridestò, resuscitando dai morti e raccontando quello che aveva visto nell’aldilà. In pratica tutte le anime, dopo la morte, venivano portate al cospetto di alcuni giudici che valutavano l’operato in vita di ogni persona. A chi aveva commesso delle nefandezze veniva assegnata una punizione che serviva ad espiare le colpe, mentre chi si era comportato bene poteva salire al cielo.


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Dopo un certo periodo, però, tutte le anime dovevano prepararsi per la reincarnazione, sulla quale – e qui sta la novità – avevano una grande possibilità di scelta. Le divinità permettevano infatti alle anime di scegliere in che tipo di persona si volevano reincarnare. Questa cosa, però, finiva per non aiutare le anime stesse, visto che molte di loro sceglievano in modo stupido, facendosi ad esempio abbagliare dagli onori di una vita da tiranno. Alcuni, però, e soprattutto quelli che avevano avuto modo di far tesoro delle loro esperienze, riuscivano a scegliere con sapienza, non facendosi incantare dalla fretta o dalle comodità. Una volta operata la scelta, questa diventava immutabile. Le anime venivano condotte sulle sponde del fiume Amelete, dove erano costrette a bere l’acqua dell’oblio, che avrebbe cioè fatto dimenticare tutto quello che era loro accaduto. Ma le anime più stolte ne bevevano molto più del necessario. Infine, un grande terremoto le faceva precipitare sulla terra e reincarnarsi.

Il significato del mito, se si ha in mente la dottrina della reminiscenza e quanto detto finora, è abbastanza chiaro. Ognuno è artefice del proprio destino, non tanto per le scelte che fa durante la vita ma per quell’unica che viene effettuata prima di reincarnarsi. Una scelta che dipende dalla saggezza accumulata nella vita precedente. Inoltre, chi è stolto dimentica anche quelle idee che ha avuto modo di conoscere, mentre chi è saggio subisce meno gli effetti della dimenticanza e, in vita, potrà recuperare la sapienza accumulata nell’Iperuranio.

 

Il mito di Atlantide

Il celebre continente sommerso raccontato nel Timeo e nel Crizia

Atlantide come veniva descritta da PlatoneIl più famoso mito di Platone è anche quello forse meno rilevante dal punto di vista filosofico: il mito di Atlantide. Questo racconto ha infatti introdotto nella cultura occidentale una leggenda che ha prodotto un numero di libri e articoli che si è stimato essere superiore a quelli relativi all’opera filosofica tout court di Platone. Il mito viene raccontato in parte nel Timeo e in parte nel suo seguito, il Crizia, che però non fu mai completato. Anche la storia in questione è quindi incompleta.

Atlantide, secondo il racconto platonico, era una grande isola posta oltre le colonne d’Ercole. Quest’isola, novemila anni prima, si era venuta a scontrare con Atene, allora potenza dominante dell’Attica. Secondo il racconto, infatti, il mondo era stato diviso dagli dei in lotti. A Poseidone era toccata Atlantide, mentre l’Attica era stata assegnata ad Atena ed Efesto, fratelli e amanti delle arti e della cultura. Atene, così, si sviluppò saggiamente, anche perché le due divinità provvidero a dividere i cittadini in classi, distinguendo i guerrieri dagli altri lavoratori e imponendo ai primi di vivere in comune, non possedendo beni e accontentandosi del necessario per vivere. Seguirono, insomma, quell’ideale di “comunismo” platonico che il filosofo aveva già illustrato ne La Repubblica.


Ad Atlantide, nel frattempo, Poseidone si innamorò di Clito, una ragazza dell’isola, avendo da lei dieci figli. Il primo, Atlante, divenne governatore, anche se l’impero venne diviso in dieci zone ognuna con un suo re. In ogni caso anche ad Atlantide i governanti furono saggi per molte generazioni, tanto che l’impero crebbe e arrivò a dominare parte dell’Europa e il nord dell’Africa. Ad un certo punto però, passato del tempo, anche i politici di Atlantide si fecero prendere dalla bramosia e dalla cupidigia. In questo modo attirarono l’ira di Zeus, che convocò un conciliabolo di dei per decidere della sorte dello Stato.

Platone spiega solo che Atlantide ed Atene arrivarono a scontrarsi. La prima però fallì nel tentativo di invadere la seconda, governata più rettamente, e in un «singolo giorno e una notte di disgrazia» l’isola sprofondò, seppellendo Atlantide per sempre. Il mito serviva a rafforzare l’ideale platonico secondo cui solo la divisione in classi e la mancanza di interessi personali potessero garantire il futuro dello Stato.

 

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