Cinque celebri parabole di Gesù

Alla scoperta delle più importanti parabole di Gesù accompagnati da questo bel quadro di Carl Bloch

Fino a qualche anno fa, l’educazione cristiana in Italia era la norma. Tutti i bambini imparavano le preghiere fin dalle scuole elementari, frequentavano la Messa e il catechismo, si formavano imparando a memoria i sacramenti e i comandamenti. Era un’Italia ben diversa da quella di oggi, molto meno laica e, forse, più conformista. Un’Italia in cui, però, i passi del Vangelo costituivano un elemento unitario, molto più di Dante o Manzoni. Un’unità garantita dalle vite dei santi e dalle parabole di Gesù.

Chi di noi ha una certa età, ricorda quindi ancora come un pezzo fondamentale della propria infanzia alcuni passi dei Vangeli. Passi che, non a caso, hanno dato origine a modi di dire, a proverbi o a luoghi comuni.

Il guaio, soprattutto quando sono passati molti anni dalla nostra ultima apparizione in una chiesa, è però che queste parabole e questi passi li ricordiamo in maniera approssimativa. E che tendiamo a confondere gli uni con gli altri.

Che fine faceva il figliol prodigo? Cosa succedeva al granello di senape? E che significato aveva la storia delle dieci vergini? Dubbi che a volte ci arrivano in testa come un fulmine e a cui facciamo fatica a dare una risposta coerente.

Oggi cerchiamo di darvi una mano, raccontandovi cinque celebri parabole di Gesù. Per ognuna cercheremo di decifrarne il significato evangelico e di illustrarne in parte anche la storia.

 

1. Parabola del seminatore

Nei tre Vangeli sinottici

Per presentarvi le cinque parabole di Gesù che abbiamo scelto seguiremo un criterio cronologico. Nessuno sa, in realtà, in che ordine furono effettivamente pronunciate. Né se siano state raccontate davvero.

Sappiamo però in che ordine compaiono nei Vangeli. O almeno ci andiamo vicini, visto che solo alcune parabole compaiono in tutti e tre i testi sinottici. La Parabola del Seminatore, la prima che analizziamo, è una di queste, visto che compare in Matteo (al capitolo 13), in Marco (al 4) e in Luca (all’8).

Paesaggio con parabola del seminatore, quadro di Pieter Bruegel il vecchio

A differenza di altri casi, qui la parabola è raccontata in modo molto articolato. L’occasione infatti serve ai tre evangelisti da un lato per introdurre il particolare modo usato da Gesù per rivolgersi ai discepoli, e dall’altro per spiegare al lettore le possibili interpretazioni di questi racconti.

La scena vede infatti il Messia predicare su una barca sul mare, mentre la folla lo ascolta sulla riva. E la parabola, come spesso accadeva, si richiama ad elementi della vita contadina degli ebrei del tempo.

La parabola e il suo significato

Il protagonista della storia è infatti un seminatore che esce a spargere i semi. Solo che non tutti questi semi cadono sul terreno buono. Alcuni finiscono sulla strada e vengono portati via dagli uccelli.

Un’altra parte cade sulle rocce, dove riesce anche a formarsi una pianta che però, priva di radici, dura pochissimo. Altri semi ancora finiscono sui rovi, dove vengono poi soffocati dalle spine. Infine, alcuni semi cadono sul terreno buono e danno trenta, sessanta o cento volte frutto.


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A tutto questo segue la spiegazione di Gesù, che prima illustra ai suoi discepoli il senso generale delle parabole e poi di quest’ultima in particolare. Molto famosi alcuni passaggi del Vangelo di Marco: «Perché a chiunque ha sarà dato – afferma ad esempio Gesù –, e sarà nell’abbondanza. Ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha».

Il significato della parabola in realtà oggi è piuttosto noto. I semi sono la parola di Dio, che ovviamente dà frutto solo quando cade in un terreno che è disposto ad accoglierla.

 

2. Parabola del buon samaritano

L’etica e la fede

Se la parabola del seminatore è comune ai tre primi Vangeli, lo stesso non si può dire della parabola del buon samaritano. Nonostante sia molto noto, questo racconto si trova infatti solo nel Vangelo di Luca, al capitolo 10. Gli studiosi comunque lo considerano con grande probabilità un detto autentico di Gesù e la base della sua etica.

Il racconto parla di un uomo che, in viaggio da Gerusalemme a Gerico, subisce un’aggressione. Rimasto mezzo morto sulla strada, viene scansato sia da un sacerdote che da un levita, ma soccorso da un samaritano.

Questi gli fascia le ferite, vi versa olio e vino e porta poi il ferito a una locanda, lasciando anche dei soldi perché ci si prenda cura di lui.

Il contesto del racconto

L’episodio viene raccontato da Gesù come risposta all’interrogazione di un dottore della legge. Questi gli chiede quale comportamento si debba tenere per arrivare alla vita eterna, e Cristo gli porta questo esempio per mostrargli cosa si intenda, nel Levitico, con la legge “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Il vero prossimo, in questa parabola, è infatti il samaritano e non chi – come i sacerdoti e i leviti – si reca sempre al tempio.

Il buon samaritano, una delle più celebri parabole di Gesù ritratta da Aimé Morot a fine '800

I samaritani erano all’epoca in odio agli ebrei, considerati scismatici e in un certo modo pagani. Gesù sceglie un rappresentante di questo popolo proprio per illustrare la superiorità dell’etica rispetto alla teologia.

Non conta essere un credente ortodosso, se poi non si ama il prossimo. È preferibile, anzi, non credere e seguire però l’insegnamento evangelico piuttosto che fare il contrario.

 

3. Parabola della pecorella smarrita

Gesù come buon pastore

Proseguendo, nel Vangelo di Luca, fino al capitolo 15 si incontra un’altra parabola piuttosto famosa, quella della pecorella smarrita. Una parabola che si ritrova anche in altri libri, come il Vangelo di Matteo (al capitolo 18) e quello di Tommaso.

Se non avete mai sentito parlare di quest’ultimo testo, non stupitevi: si tratta di un Vangelo apocrifo, probabilmente di origine gnostica, che però riporta molti detti di Gesù che si ritrovano anche nei testi sinottici.

Il buon pastore in un dipinto di James Tissot

Il racconto è molto semplice. Gesù spiega che un pastore che avesse un gregge di cento pecore e ne perdesse una, sicuramente lascerebbe le altre novantanove per andare in cerca dell’unica perduta.

E una volta trovatala, se la caricherebbe sulle spalle e si rallegrerebbe. Perché quella gli diventerebbe più cara delle altre novantanove al sicuro.

Rispondere ai farisei

Nel Vangelo di Luca questa parabola viene raccontata come prima di un gruppo di tre (la terza è, tra l’altro, quella del figliol prodigo, di cui parleremo a breve).

Questi racconti in sequenza arrivano per rispondere alle accuse dei farisei, che rimproverano Gesù di ricevere i peccatori. Ma quest’ultimo usa gli esempi per spiegare come la sua attenzione sia rivolta più a chi si è perso che a chi non si perde mai.

«Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione», spiega in conclusione di parabola, nel Vangelo di Luca. In parte, comunque, questo tema viene ripreso anche da Giovanni.

Al capitolo 10 del suo Vangelo, infatti, troviamo una pericope in cui Gesù si definisce un «buon pastore» che offre «la vita per le pecore». Rendendo chiara anche la chiave di lettura della parabola.

 

4. Parabola del figliol prodigo

La più famosa della lista

Arriviamo a quella che forse è la parabola più famosa della nostra cinquina, quella del padre misericordioso, meglio nota come la parabola del figliol prodigo.

Questa storia, raccontata da Gesù esclusivamente nel Vangelo di Luca, è infatti una di quelle che più hanno colpito l’immaginario. Ha fornito spunti per artisti, scrittori ma anche per la gente comune, che la ricorda in genere a menadito. D’altronde, è anche una delle più paradossali e sconvolgenti.

Il ritorno del figliol prodigo in un celebre dipinto di Rembrandt

Il racconto viene effettuato da Gesù, come anticipavamo, al termine di una replica contro alcuni farisei. Inizia con un ricco uomo che ha due figli, a cui programma di lasciare una cospicua eredità. Il più giovane dei due è però impaziente, e chiede ed ottiene dal padre di avere l’eredità in anticipo.

Ottenuti i soldi, si reca in un paese lontano dove comincia a vivere dissolutamente. In breve tempo sperpera tutto il denaro e si vede costretto, per campare, a fare addirittura il mandriano dei porci. Pentito dalle proprie scelte, decide poi di far ritorno a casa.

L’inattesa reazione del padre

Mentre è sulla strada, medita sul discorso da fare al padre. Sinceramente pentito, decide di chiedere perdono e di essere trattato come l’ultimo dei servi. Prima ancora che raggiunga la porta di casa, però, viene scorto dal padre, che gli corre incontro.

Questi lo abbraccia e lo riverisce e subito dà ordine affinché venga ucciso il vitello grasso, per festeggiare. In questo modo però provoca le ire del fratello maggiore, che era sempre rimasto fedele al padre ma non aveva mai visto ricompensato il proprio sacrificio.


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La spiegazione che il padre dà al figlio maggiore contiene il nocciolo della parabola: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo. Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita. Era perduto ed è stato ritrovato».

Perché il vero messaggio è che Dio perdona prima ancora che si chieda scusa, e accoglie un peccatore con ancora maggior amore di un uomo retto.

 

5. Parabola del fariseo e del pubblicano

Il devoto e il peccatore

Concludiamo con la parabola del fariseo e del pubblicano, raccontata solo nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 18. È una parabola che si ricollega a quella del buon samaritano, se non altro per il tentativo di Gesù di far comprendere che non sempre chi si ritiene giusto è migliore degli altri.

Il racconto presenta infatti un fariseo e un pubblicano mentre si recano al tempio a pregare. Il primo, in piedi, si rivolge a Dio ringraziandolo per il fatto di essere retto, di seguire la legge e di essere superiore al pubblicano. Il secondo, invece, non alza nemmeno lo sguardo e si batte solamente il petto chiedendo pietà a Dio.

L’importanza dell’umiltà

Gesù commenta la parabola affermando che il pubblicano torna a casa giustificato, mentre lo stesso non avviene per il fariseo. D’altronde, sostiene, «chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Qui si esalta, quindi, il valore del pentimento e soprattutto dell’umiltà, che ne è premessa necessaria.

Il pubblicano e il fariseo in un dipinto di James Tissot

I farisei erano, al tempo di Gesù, un gruppo religioso che aderiva in maniera fervente ai dettami biblici, prestando grande attenzione alla legge. Un’attenzione che però, almeno a quanto si legge nei Vangeli, era spesso più formale che sostanziale.

I pubblicani, invece, erano ebrei che collaboravano coi romani, spesso riscuotendo le tasse. Per questo erano malvisti dalla popolazione.

 

E voi, quale parabola di Gesù preferite?

Ecco cinque celebri parabole di Gesù: vota la tua preferita.

 

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