Cinque citazioni tratte da Bar Sport, il libro di Stefano Benni

La copertina di Bar Sport, il libro umoristico di Stefano Benni

 
La narrativa umoristica, di solito, non ha una grande fama, un po’ anche per colpa sua. Si tratta in molti casi di testi superficiali, tirati via, che non solo non ambiscono ad entrare nella grande letteratura, ma il più delle volte neppure sugli scaffali di una libreria, a causa della loro natura usa-e-getta. Sono spesso libri che cercano di parodiare un grande successo commerciale ma non vanno più in là di questo.

Gli esempi di Douglas Adams e Terry Pratchett

Ovvio però che esistano delle importanti eccezioni a questa tendenza generale. Eccezioni sviluppate di solito non tanto in Italia, quanto nei paesi anglosassoni ed in particolare in Inghilterra, dove il senso dell’umorismo – verrebbe da dire – è una cosa seria. Basti citare, solo per rinfrescarvi la memoria, i libri di fantascienza di Douglas Adams o quelli fantasy di Terry Pratchett.

In Italia, il genere, è invece poco praticato, nonostante nel nostro paese l’umorismo e la satira siano di casa e abbiano sempre goduto di ottima salute. Uno dei pochi che ha cercato di nobilitare il genere è stato Stefano Benni, autore bolognese di alcuni dei più famosi romanzi umoristici italiani. Il suo esordio è datato 1976, con Bar Sport, un classico del suo genere. Lo ricordiamo tramite cinque tra le migliori citazioni tratte da quel libro.

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La Luisona

La decana delle paste, entrata nella leggenda

Bar Sport è un libro costruito in maniera un po’ anomala. Non c’è infatti una vera e propria storia, o una trama, ma vengono illustrate alcune delle figure più mitiche e direi quasi mitologiche del tipico Bar Sport italiano. La prima delle quali, come si legge proprio nell’apertura del libro (dopo l’introduzione storica), è la Luisona, la «decana delle paste». Ecco come ne parla Stefano Benni.

Al Bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!». La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.

 

Il biliardo

Il re dei giochi da bar

Dopo l’introduzione storica e la descrizione delle paste, Benni nel suo libro si avventura a illustrare alcuni tratti caratteristici di ogni Bar Sport. Tra questi c’è la presenza di determinati giochi, come il flipper o il calcetto (chiamato “calcio balilla” «nei bar di destra»). Ma soprattutto come il biliardo, il re della sua categoria.

Il tavolo è perfettamente orizzontale, almeno nei primi giorni, poi tende a stabilizzarsi in uno dei seguenti tipi:
“Biliardo lento, o che non corre”. Molto spesso la sua lentezza è dovuta a macchie di friggione, tabacco, vino e sputi che distruggono il panno verde, dando origine a un terreno di tipo arido-desertico. Su questo biliardo le bocce procedono con grande fatica, sollevando polvere e sterpi, e solo giocatori di grande forza riescono a fare più di due sponde.
“Biliardo veloce”. L’uso ha trasformato il panno verde in una specie di vetro duro. Le bocce raggiungono velocità sui 340 chilometri orari, e spesso devono essere abbattute a fucilate nell’impossibilità di fermarle. I giocatori avvezzi a questi biliardi hanno mani leggerissime, tanto che sono costretti a farsi mettere la boccia in mano da un partner, non avendo la forza di sollevarla.
“Biliardo traditore, o accidentato”. Sono i biliardi mantenuti in ambienti non a temperatura costante. Talvolta, per il freddo eccessivo, raggrinziscono fino ad assumere le misure di un lavandino, oppure si riempiono di crepacci, tanto che ogni boccia deve essere accompagnata da una guida alpina. Oppure, per il caldo, si imbarcano e assumono forma trapezoidale, di stella, di ottovolante, di arca di Noè.
“Biliardo occupato”. È un tipo di biliardo molto comune odiato da tutti i giocatori. Assolutamente normale sotto tutti gli altri aspetti, vi giocano due vecchietti lentissimi che non lo lasciano mai libero.


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La briscola

Le carte insalivate

Dopo i giochi “da tavolo”, se così vogliamo chiamarli, bisogna passare ai giochi di carte, altrettanto diffusi e altrettanto importanti. È esilarante, da questo punto di vista, la descrizione che Benni dà del poker, in un’epoca in cui il gioco era ancora ben distante dalla spettacolarizzazione introdotta dalla TV. Ma è molto divertente e acuta anche la descrizione che lo scrittore bolognese dà della briscola.

“La briscola”. Gioco molto semplice. L’avversario sbatte sul tavolo una carta, e voi dovete sbatterla più forte. I buoni giocatori rompono dai quindici ai venti tavoli a partita. È opportuno, prima di sbattere la carta sul tavolo, inumidirla con un po’ di saliva. Le carte prendono così la caratteristica forma a cartoccio, e la durezza di un sasso. In molti bar, per mescolare un mazzo di carte da briscola, si usa un’impastatrice. Quando la carta è abbastanza vecchia, diventa molto dura e pesante, e se non siete allenati è opportuno giocare con guanti da elettricista.

 

Il “tennico”

Una figura presente ancora oggi

Un bar non si compone però solo di oggetti e paste. È pieno soprattutto di persone, ognuna con caratteristiche ben precise. La capacità di Stefano Benni di sintetizzare alcuni tipi comuni è, in questo senso, straordinaria. Come nel caso del “professore”, meglio noto come “tennico”.

Il tecnico da bar, più comunemente chiamato «tennico» o anche «professore», è l’asse portante di ogni discussione da bar. Ne è l’anima, il sangue, l’ossigeno. Si presenta al bar dieci minuti prima dell’orario di apertura: è lui che aiuta il barista ad alzare la saracinesca. Il suo posto è in fondo al bancone, appoggiato con un gomito. Lo riconoscerete perché non si siede mai e porta impermeabile e cappello anche d’estate. Dal suo angolo il tecnico osserva e aspetta che due persone del bar vengano a contatto. Non appena una delle due apre bocca, lui accende una sigaretta e piomba come un rapace sulla discussione. Nell’avvicinarsi, emette il verso del tecnico: «Guardi, sa cosa le dico», e scuote la testa. Il tecnico resta nel bar tutta la mattina: nei rari momenti di sosta tra una discussione e l’altra, studia la Gazzetta dello Sport. […] Normalmente, si ciba solo di aperitivi, olive, patatine fritte e caffè, venti normali e venti hag al giorno. Oppure fa un rapido salto a casa e mangia invariabilmente tortelloni, anzi li ingoia dicendo: «Ho fretta, devo andare in ufficio». L’ufficio è il bar, dove il tecnico ricompare alle due meno dieci per restarvi fino all’ora di chiusura.


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Il ristorante rustico

Com’era la vita prima del navigatore satellitare (e in parte anche dopo)

Sono passati quarant’anni da quando Stefano Benni scrisse e pubblicò il suo Bar Sport, e di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. I Bar Sport esistono ancora, quasi un retaggio d’altri tempi, con vecchi giocatori di briscola e di biliardo. Sono pochi e sempre più sporadici, ma ci sono. Allo stesso modo, anche se il navigatore satellitare ci ha risolto molti problemi di spostamento, il ristorante rustico sperduto in campagna ci dà ancora qualche problema.

Il ristorante rustico è situato spesso in aperta campagna, quasi sempre nei pressi di un canale puzzolentissimo. La sua caratteristica principale è di essere semovente. Se voi infatti scoprite un bel ristorantino rustico, ci mangiate bene e poi volete indicarlo agli amici, non otterrete altro risultato che farli girare per tutta una notte nel buio della campagna. Potete disegnare una mappa precisa al millimetro: potete imparare a memoria tutti i cartelli stradali, deviazioni, case gialle, insegne di caffè, stradine a U che portano al ristorante rustico: i vostri amici finiranno invariabilmente nell’aia di una casa di contadini, con cani ululanti che mordono il cofano della macchina e vecchiette silenziose che vi guardano arrivare come se foste una pattuglia di soldati nazisti. Il ristorante rustico, nel novanta per cento dei casi, è in una stradina non asfaltata dopo una grande curva. Ma gli abitanti del luogo, appena vi hanno visto partire, asfaltano la strada e girano la curva dall’altra parte perché non possiate tornare. Inoltre i ristoranti rustici amano saltare da una parte all’altra dei fiumi, e arrampicarsi sulle montagne. Non dite mai a un amico: conosco un posticino dove si mangia benissimo: dalla provinciale ci saranno due chilometri di salita, si fa tutta in seconda. In realtà, mentre parlate, il ristorante rustico sta già a nove chilometri dalla strada, in cima a uno strappo quasi verticale, con macigni ad altezza d’uomo, pozzanghere velenose, rami che entrano dal finestrino e cunette con in fondo un sasso che aspetta la vostra coppa dell’olio. Trattori vanno e vengono lentamente.

 

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