Cinque classici libri di avventura per ragazzi

Moby Dick, la balena bianca

Ci sono tanti modi per avviare alla lettura, tutti validi e nessuno, però, miracoloso: una certa esperienza di lungo periodo ci porta a pensare, infatti, che la passione per la lettura non nasca all’improvviso e che non basti mettere un buon libro davanti a un ragazzo perché automaticamente quest’ultimo cambi la propria forma di intrattenimento preferita.

Piuttosto, la passione per la lettura nasce facilmente in un ambiente che è portato alla riflessione, alle storie ponderate, anche a favorire i tempi che ognuno deve riservare a se stesso: solo in queste condizioni, ci pare, un giovane può trovare la voglia e lo stimolo ad aprire un volume e a immergercisi per svariate ore.

Come avvicinare i giovani alla lettura?

Certo, poi magari ci sono dei libri più semplici o accattivanti a un primo impatto, che vanno preferiti sulle prime a volumi troppo impegnativi come l’Ulisse di Joyce o la Ricerca proustiana, e noi stessi abbiamo in alcune occasioni cercato di presentarli.

Oggi, però, vogliamo continuare in quest’opera di segnalazione di libri adatti ad avvicinare i giovani alla lettura con alcuni classici romanzi d’avventura, quei libri che un tempo (e in alcuni casi è un’usanza praticata ancora oggi) si facevano leggere alle scuole medie; rispetto a un elenco molto tradizionale, anzi, ci siamo permessi solo di attualizzare in piccola parte la lista con alcuni “classici moderni”, in modo che questo avvicinamento possa avvenire anche tramite un linguaggio più simile a quello dei giorni nostri e a tematiche che sono più in linea con quelle affrontate dal cinema e dalla tv. Ecco, quindi, le nostre scelte.

 

Robinson Crusoe

Il fascino dell’isola deserta (o quasi)

Una storica copertina di Robinson CrusoeIl genere avventuroso è stato sempre molto amato non solo dai lettori, ma anche dai romanzieri e più in generale dai narratori: se ci pensate, anche i grandi poemi epici su cui si basa gran parte della cultura occidentale sono dei romanzi d’avventura (l’Odissea, anzi, ne è addirittura il prototipo), ma pure le canzoni di gesta medievali potrebbero rientrare in un’interpretazione ampia di questo genere.

Per quanto riguarda il romanzo vero e proprio, però, esso è spesso stato fatto nascere, dai critici, con il Robinson Crusoe di Daniel Defoe, che è guarda caso anche il primo romanzo d’avventura della storia.

Pubblicato nel 1719, il libro racconta le vicende del figlio di un mercante di Brema immigrato in Inghilterra che, invece di seguire la carriera di avvocato preparatagli dal padre, decide di imbarcarsi e inseguire la sua voglia di avventura: fatto però prigioniero dai pirati e schiavizzato per due anni, riesce infine a scappare e ad approdare in Brasile, dove si stabilizza per qualche tempo.

Un naufrago

Il richiamo del mare però è troppo forte, e Robinson comincia di nuovo a viaggiare, facendo purtroppo naufragio e trovando rifugio, unico superstite, su un’isola deserta: qui si costruisce un fortino e inizia ad ammansire delle pecore selvatiche, adattandosi alla vita solitaria e trovando conforto nella religione e nel modo in cui riesce a plasmare il suo piccolo mondo.

Dopo dodici anni di isolamento, si rende però conto di non essere solo sull’isola; trova infatti delle impronte e in breve capisce che un gruppo di selvaggi usa l’isola per portarvi dei prigionieri da sacrificare e per praticare il cannibalismo. Inorridito da questa usanza, li attacca e riesce a liberare il loro prigioniero, che prende con sé come “suddito”, ribattezzandolo Venerdì, in onore del giorno del loro incontro.

Sull’isola Robinson rimane per ventotto anni, fino a quando, assieme ad altri compagni liberati dai selvaggi, non riesce a conquistare una nave inglese ammutinata che era ancorata al largo e a ritornare in Inghilterra. Qui scopre che le sue piantagioni in Brasile l’hanno reso ricco, e decide di usare il denaro per sposarsi ma anche per compiere nuove avventure tra la Spagna e il Portogallo, fino a quando non ritorna nell’isola che l’aveva visto naufrago, stavolta però come governatore.

Consigliato da Jean-Jacques Rousseau e Robert Louis Stevenson

Certamente influenzato da una visione decisamente razzista sia degli africani che dei nativi americani – come d’altronde era scontato in quel tempo –, il libro mantiene ancora oggi intatti i suoi pregi principali, cioè il gusto per l’avventura, per l’esotico, per l’esplorazione di ciò che è misterioso, inaspettato e pieno di insidie. Se, infatti, perfino Jean-Jacques Rousseau arrivò a sceglierlo come il primo libro necessario all’educazione di un fanciullo, Robert Louis Stevenson – uno che di romanzi d’avventura se ne intendeva parecchio – ne esaltò i tratti, sottolineando come riuscisse ad essere contemporaneamente romantico e realistico, assumendo i pregi di entrambe le tipologie di romanzo.

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Il conte di Montecristo

Il feuilleton alla sua massima potenza

Il conte di Montecristo di Alexandre DumasSe il Robinson Crusoe già nel Settecento portava in auge il romanzo d’avventura, fu però soprattutto nel secolo successivo che questo genere visse il suo periodo di massima gloria: la comparsa del romanzo d’appendice (o, alla francese, del feuilleton) ne determinò anzi il trionfo, supportando la pubblicazione di numerosi capolavori che ancora oggi meriterebbero di stare in gran numero in questa cinquina.

Il feuilleton infatti era un romanzo che appariva a puntate su un quotidiano o su una rivista, e proprio per questa sua particolare struttura doveva sfruttare abilmente la suspense, mantenendo alta la tensione da una puntata all’altra; e questo era possibile solo se si presentavano ai lettori le emozioni forti e i colpi di scena tipici del romanzo d’avventura.

Il conte di Montecristo, pubblicato in questa forma tra il 1844 e il 1846, fu sicuramente uno dei più grandi capolavori di questo nuovo genere letterario, assieme ad altre opere dello stesso Alexandre Dumas padre (come la trilogia de I tre moschettieri), di Eugène Sue, di Théophile Gautier o del nostro Emilio Salgari.

Il fascino ambiguo di Edmond Dantès

Ambientato durante il periodo storico della Restaurazione, il romanzo – molto intricato e ricco di capovolgimenti – raccontava le disavventure di Edmond Dantès, un marinaio che aveva visto la sua vita andare in pezzi ma che, dopo lunghi anni di prigionia, meditava una tremenda vendetta contro i responsabili della sua rovina, vendetta che avrebbe messo in atto sotto le spoglie del conte di Montecristo, un’identità creata ad hoc.

Mago del trasformismo, Dantès non si accontentava però solo di divenire il conte: nel corso della storia assumeva infatti anche le identità di lord Wilmore quando si tratta di compiere opere di bene, del marinaio Sinbad per aiutare la famiglia Morrel o dell’abate Busoni per darsi un’aria autorevole, mentre attorno a lui tutta una serie di personaggi cercava di aiutarlo – ed era il caso dei suoi servitori e della bella Haydée – o di ostacolarlo nel perseguimento dei suoi obiettivi.

La problematica traduzione

Considerato a lungo come un romanzo minore, un esempio di paraletteratura o comunque uno scritto che non meritasse troppa attenzione, è stato spesso maltrattato anche dagli editori italiani: basti pensare che fino ad appena quattro anni fa la traduzione in italiano più seguita (se non addirittura l’unica, o quasi) da tutti i principali editori era un adattamento anonimo di metà Ottocento che presentava tagli anche vistosi e manomissioni al testo, soprattutto quando Dumas tirava in ballo metafore religiose o parlava in modo sprezzante dell’Italia; una svista che è stata risolta solo recentemente grazie soprattutto alla nuova traduzione messa in campo da Donzelli, poi seguito a ruota da tutti gli altri editori.

 

Moby Dick

L’ossessione del capitano Achab

Moby DickSempre caratterizzato da un incredibile gusto per l’avventura, ma anche più complesso, elaborato e probabilmente profondo è un altro romanzo che uscì attorno alla metà dell’Ottocento, anche se dall’altra parte dell’Oceano: il Moby Dick di Herman Melville.

La storia al centro del libro è raccontata in prima persona da Ismaele, un ragazzo con una certa esperienza nella marina mercantile che però è ora deciso a passare a lavorare in una baleniera; assieme al polinesiano Queequeg, appena conosciuto, si imbarca così sulla Pequod del capitano Achab, che sulle prime però non si vede mai. Quando finalmente si presenta alla ciurma, questo terribile uomo di mare rende noto anche il reale obiettivo del viaggio: catturare Moby Dick, un enorme e leggendario capodoglio albino responsabile di averlo storpiato durante il loro ultimo incontro.

La temibile balena bianca

Man mano che si addentra sempre più nell’Oceano, la nave incrocia altre baleniere, con Achab perennemente interessato a chiedere notizie della balena bianca, che per lui è un obiettivo maniacale; quando infine giunge a scorgere il capodoglio, il capitano lo attacca ripetutamente e subisce numerosi danni al proprio vascello, ma non per questo desiste (nonostante Moby Dick non cerchi per nulla lo scontro, e anzi provi a stare alla larga dalla Pequod).

L’ultimo, maniacale assalto di Achab è fatale a lui e alla sua imbarcazione: l’epica battaglia contro la balena si conclude infatti col capitano che viene trascinato negli abissi perché impigliato al filo del suo stesso rampone, mentre il Pequod viene distrutto dalla balena, mandando a morte tutto l’equipaggio tranne Ismaele, unico superstite.

Le divagazioni di Ismaele

Al di là della trama avventurosa e coinvolgente, il libro di Melville contiene però qualcosa di più, che ha dato nel corso dei decenni filo da torcere ai critici e agli studiosi: intanto lo stesso narratore, Ismaele, prende sovente spunto dalle vicende del mare per inframmezzare le avventure con riflessioni religiose, filosofiche e perfino scientifiche; ma più in generale l’intero viaggio della Pequod è stato visto come un’allegoria della vita, in cui si va maniacalmente alla ricerca di qualcosa che poi finisce per trascinarci con sé nell’abisso.

Caratterizzato da un certo titanismo, da una grandezza distruttiva che emerge sia nella balena, sia nella figura del capitano Achab, il romanzo non ebbe molta fortuna alla sua prima pubblicazione, nel 1851, ma è stato ampiamente rivalutato nel corso degli anni, divenendo un punto fermo della storia della letteratura americana; anche in Italia godette e gode tutt’ora di buon credito, grazie anche all’entusiastica presentazione che ne diede Cesare Pavese, suo primo traduttore, nel 1932.

 

Lo hobbit

L’avventura in salsa fantasy

Lo Hobbit di J.R.R. TolkienFin qui, abbiamo citato né più né meno alcuni dei grandi classici del Settecento e dell’Ottocento, che anche i nostri genitori o forse addirittura i nostri nonni avevano sottomano parecchi decenni fa. Gli ultimi due posti della nostra cinquina, però, abbiamo voluto riservarli a qualcosa di diverso e un po’ meno tradizionale, ma che ci pare possa usufruire ugualmente con buon diritto dell’aggettivo di “classico”: Lo hobbit di J.R.R. Tolkien e Jurassic Park di Michael Crichton.

Partiamo dal primo. Pubblicato per la prima volta nel 1937, Lo hobbit non è catalogato normalmente come un romanzo d’avventura, quanto piuttosto come un romanzo fantasy, genere di cui è anzi uno dei capostipiti; ciononostante, gli elementi dell’avventura (viaggio compreso) ci sono tutti e d’altro canto tutti gli scritti di Tolkien – e, con lui, di moltissimi altri autori fantasy che si sono susseguiti nei decenni – non sono altro che normali romanzi d’avventura caratterizzati da due particolarità: il fatto di essere ambientati in un mondo premoderno immaginario e il fatto di sorgere da un retroterra filosofico unico e ben caratterizzato.

Bilbo Baggins contro il drago Smaug

La storia, per chi non avesse né letto il libro, né visto il film, si basa sulle disavventure dello hobbit Bilbo Baggins, che un bel giorno riceve la visita del potente stregone Gandalf che lo invita a prendere parte a una missione per recuperare l’oro che il drago Smaug ha sottratto ai nani. Assieme a una compagnia di nani e allo stesso Gandalf, dopo un’iniziale incertezza decide quindi di partire, affrontando fin da subito difficili peripezie dalle quali riesce a uscire con fortuna, magia e astuzia.

Preso a Gollum un particolare anello che rende invisibili, Bilbo conduce la sua compagnia fino alla Montagna Solitaria, pronto ad affrontare il temibile drago; in realtà però lo scontro non avviene, perché il confronto tra lo hobbit e Smaug serve solo al primo per scoprire il punto debole del secondo, che viene poi ucciso nel villaggio da Bard, il capo dei rivoltosi, prodigioso arciere in grado di mirare proprio al suddetto punto debole.

Ma il pericolo è tutt’altro che scongiurato: mentre i nani si stanno per scontrare con uomini ed elfi per difendere il tesoro, cala sulla zona l’esercito degli orchi e dei mannari: inizia così la terribile Battaglia dei Cinque Eserciti, che vede trionfare l’inedita e improvvisa alleanza tra elfi, uomini e nani, che poi riescono a spartirsi l’oro in maniera equa.

I racconti della Terra di Mezzo

Esordio letterario di Tolkien, Lo Hobbit è il libro che ha dato il via alle storie della Terra di Mezzo che poi lo scrittore britannico avrebbe espanso ne Il Signore degli Anelli – che di fatto è una sorta di sequel del romanzo che abbiamo scelto di includere nella nostra cinquina – e ne Il Silmarillion, pubblicato postumo da suo figlio nel 1977; non a caso, questo primo volume ha subito varie modifiche anche nelle diverse ristampe, perché man mano che Tolkien delineava meglio il suo mondo immaginario doveva in parte ritornare sui propri passi, ma anche perché in principio questo racconto era stato pensato come una favola per bambini, e solo nelle redazioni successive venne adattato – quantomeno nel linguaggio – anche per un pubblico più adulto.

 

Jurassic Park

Quando i dinosauri ritornano in vita

La copertina di Jurassic Park di Michael CrichtonMolto più recente è invece Jurassic Park di Michael Crichton, pubblicato per la prima nel 1990 negli Stati Uniti e tre anni dopo portato sul grande schermo da Steven Spielberg in uno dei film dai maggiori incassi degli anni Novanta.

Anche qui il tema non è più tanto l’avventura pura e semplice com’era nei romanzi dell’Ottocento, ma siamo di fronte più che altro a un romanzo di fantascienza, anche se ambientato non in futuro lontano ma in una sorta di presente alternativo. D’altro canto, però, non bisogna neppure dimenticare che molti di quei romanzi dell’Ottocento che hanno posto le basi dell’avventura moderna avevano un fondamento decisamente fantascientifico, in cui l’uomo – e pensiamo soprattutto alle opere di Jules Verne, ma non solo – sognava di andare sulla luna o nelle profondità marine in un’epoca in cui in realtà ci si cominciava timidamente a muovere in treno e pure la mongolfiera sembrava un prodigio avveniristico.

La trama, per tornare comunque al libro di Crichton, è abbastanza nota: dopo che alcuni incidenti apparentemente inspiegabili si susseguono attorno ad un’isola vicina alla Costa Rica, facciamo conoscenza di un noto paleontologo, Alan Grant, e della sua assistente, Ellie Sattler, che vengono convocati dal loro finanziatore proprio su quell’isola. Appena giunti sul posto (assieme ad un gruppo di investitori e a un eccentrico matematico) si rendono però conto che la particolarità dell’isola è quella di essere popolata da dinosauri, ricreati in laboratorio grazie ai prodigi della clonazione.

Un pericoloso parco giochi

Sia i paleontologi che il matematico, però, non vedono l’impresa messa in piedi dal ricco Hammond come qualcosa di positivo, più che altro per i rischi connessi all’operazione: secondo loro, infatti, l’uomo non è in grado di poter governare qualcosa di così mastodontico e presto finirà per perdere il controllo. La profezia ovviamente si realizza, soprattutto quando gli studiosi e i nipotini di Hammond si rendono conto che gli esemplari di dinosauri presenti sull’isola sono parecchi di più di quelli previsti.

Lo scontro quindi con gli animali del giurassico si rivela letale per molti lavoratori dell’isola e carico di tensione per i protagonisti, che rischiano costantemente di venire divorati o feriti (cosa che comunque in qualche caso avviene realmente); alla fine, comunque, un gruppo di persone riuscirà a salvarsi venendo tratto in salvo dall’esercito della Costa Rica e l’isola verrà bombardata dall’alto per impedire che i dinosauri possano riuscire a scappare.

Temi bioetici e grande suspense

Forte atto d’accusa contro l’utilizzo senza freni (e a scopo commerciale) delle innovazioni scientifiche, il romanzo ebbe il pregio alla sua uscita di stimolare la riflessione su un problema di bioetica che, in epoca di pecora Dolly (clonata in realtà qualche anno più tardi, nel 1996), stava diventando sempre più “caldo” e d’attualità. Al di là di questo, però, come in molti altri suoi romanzi Crichton seppe mescolare un certo gusto esotico per l’avventura a un grande e sapiente dosaggio della suspense, creando un effetto di tensione e sogno che ha avuto pochi rivali in epoca contemporanea.

 

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