Quando si parla di grandi romanzi, la mente va subito agli scrittori russi. Nomi come quelli di Dostoevskij o Tolstoj, infatti, sono per molti di noi sinonimi del narratore totalmente dedito alla sua arte. Di artisti che riescono a tratteggiare non solo dei personaggi e una storia, ma un’intera epoca e un intero popolo. La cosa che però a volte non notiamo è che questi e altri grandi scrittori russi agirono tutti nel XIX secolo.

Il XIX secolo

L’Ottocento fu un secolo dominato dal romanticismo prima e dal realismo poi, che grande importanza davano al romanzo. Movimenti che d’altronde, come abbiamo già avuto modo di vedere, portarono nella letteratura europea nuovi stimoli, come la rivalutazione del passato medievale, l’attenzione verso le classi più disagiate e la nascita di un’identità nazionale.

Tra tutte le letterature europee che emersero in quel periodo, particolarmente degna di nota è pertanto quella russa. Fino a quel momento si era infatti limitata a vivacchiare, senza lasciare grandi segni. Proprio nell’Ottocento, però, seppe produrre alcuni dei capolavori più importanti di sempre, da Guerra e pace a I fratelli Karamazov passando per Anna Karenina. Ma quali furono i cinque scrittori che riuscirono, quasi dal nulla, a plasmare la letteratura russa? Scopriamoli insieme, in rigoroso ordine cronologico.

 

Nikolaj Gogol’

L’anticipatore del realismo magico

Nikolaj Gogol', precursore dei grandi scrittori russi dell'OttocentoCominciamo con lo scrittore che fu il primo dei grandi dell’Ottocento, ma fu anche un autore in un certo senso fuori dal suo tempo. Fu capace, infatti, di produrre opere che non avrebbero sfigurato anche nella seconda parte del secolo successivo. Erano infatti piene di elementi realistici e anticipatori di tendenze che si sarebbero sviluppate solo molto tempo dopo.

Nikolaj Vasil’evic Gogol’ nacque in Ucraina nel 1809, figlio di un ricco autore di commedie. Trasferitosi a Pietroburgo, allora capitale, intraprese una carriera da burocrate. Questo lo costrinse a lasciare la propria passione per la letteratura come una sorta di hobby a cui dedicarsi nel tempo libero.


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Produsse comunque fin da subito tutta una serie di racconti, non ben accolti dalla critica russa. Erano infatti del tutto estranei alle mode letterarie del periodo. Anche per questo scarso interesse verso quanto produceva in patria, passò gran parte della propria vita viaggiando per l’Europa. Soggiornò per lunghi periodi pure a Roma.

A tormentarlo, però, erano soprattutto i dubbi di natura religiosa. Le sue novelle infatti ironizzavano sulla società russa del periodo. La religione cristiana, a cui tentava sempre più ardentemente di aderire, gli imponeva però comprensione e non derisione.

Le opere

Le sue opere maggiori sono due, un racconto ed un romanzo. Il primo è Il cappotto, pubblicato all’interno della raccolta Racconti di Pietroburgo (raccolta creata non da Gogol’ ma dai critici). Si tratta di una storia che è considerata anticipatrice del realismo magico.

In essa, infatti, un povero burocrate della capitale si arrabatta per trovare i soldi per comprare un nuovo cappotto. L’impresa gli riesce a costo di grandi sacrifici, ma sembra inizialmente dare i propri frutti, visto che il nuovo indumento lo porta a una maggior considerazione da parte dei colleghi. Il furto dello stesso e il disinteresse di chi dovrebbe indagare al riguardo, però, lo portano a morire di freddo. E poi a tormentare – da fantasma – chi gli aveva rovinato la vita.

Le anime morte

Il romanzo a cui accennavamo è invece Le anime morte. Fu scritto quasi interamente a Roma e doveva essere il primo capitolo di una sorta di viaggio dantesco nella Russia del tempo. Narrava le avventure di Čičikov, un burocrate che mirava ad acquistare servitori della gleba morti da poco e per i quali i proprietari continuavano a pagare la tassa (almeno finché non arrivava il nuovo censimento).

Queste “anime morte” permettevano infatti al funzionario di guadagnare, speculando, una ingente somma. Il suo tentativo, caratterizzato dall’avidità che lo scrittore vedeva sempre più presente nella società russa, finiva però per fallire.

 

Ivan Turgenev

I primi tentativi di cambiare la Russia

Ivan TurgenevIvan Sergeevič Turgenev fu un grande ammiratore di Gogol’ e autore di un suo celebre necrologio. Un testo, quest’ultimo, che tra l’altro a causa dei toni enfatici gli costò addirittura un mese di prigione e due anni di esilio.

Nato nel 1818 a Orël, nella Russia centrale, da una famiglia molto agiata, si formò prima tra Mosca e San Pietroburgo, poi in Europa. La sua seconda patria fu la Germania, dove fu inviato per studiare la filosofia hegeliana. Lì gli risultò più evidente il divario tra il moderno Occidente e l’arretrata madrepatria, dove persistevano ancora vincoli di natura feudale come la servitù della gleba (di cui comunque la sua famiglia faceva larghissimo uso).

Idee contrapposte

A causa di questa sopraggiunta consapevolezza, il tema principale delle sue opere divenne subito il confronto tra diverse idee politiche. Ovvero la lotta tra conservazione e modernità, tra tradizione e rivoluzione, tra padri e figli. Questo è tra l’altro è evidente anche dal titolo del suo romanzo principale, appunto Padri e figli, nel 1862.

Padri e figli

In esso Turgenev presentava una miriade di personaggi, ognuno rappresentante in fondo di una diversa tendenza presente nel paese. Dava però particolare risalto ai giovani materialisti e nichilisti, una vera novità sempre più diffusa nella Russia del tempo. E cercava di spiegarne le ragioni e l’ideologia.

Affresco di un impero a cavallo tra passato e futuro, il libro fu accolto con lodi ma, almeno in patria, anche con importanti critiche. Ad attaccarlo furono soprattutto quegli stessi giovani che voleva rappresentare. La cosa non mancò di indispettire lo scrittore, che non a caso di lì in poi avrebbe diradato la sua attività. Si sarebbe dedicato perlopiù agli amati viaggi all’estero. Viaggi in cui, tra l’altro, salvò con dei prestiti sia Tolstoj che Dostoevskij, che avevano perso ingenti quantità di denaro al gioco.

I racconti

Gli altri suoi romanzi sono, tutto sommato, di minor importanza. Vengono però ancora letti e studiati i suoi racconti, in particolare la raccolta Memorie di un cacciatore. Inoltre sono degni di interesse Asja del 1858, Primo amore del 1860 e Acque di primavera del 1872.

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Fëdor Dostoevskij

Dal nichilismo al cristianesimo passando per la Siberia

Fëdor Dostoevskij in un famoso ritrattoNonostante sia Gogol’ che Turgenev siano due scrittori di prim’ordine, quando si parla di romanzo russo la mente cade su altri nomi. Ovvero sui due autori che presentiamo ora, tra loro quasi coetanei: Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj.

Il primo nacque nel 1821 a Mosca, figlio di un medico militare con qualche possedimento terriero e dalla discendente di un’agiata famiglia di commercianti. Dopo aver studiato tra Mosca e San Pietroburgo, si avviò verso l’ingegneria militare. Abbandonò però la carriera dopo la morte del padre, per dedicarsi invece alla letteratura. Il suo esordio fu Povera gente, ben accolto dalla critica. Negli anni seguenti videro la luce anche Il sosia e Le notti bianche.


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Nel 1849 venne però arrestato per cospirazione assieme ad altri componenti di una società segreta e condannato a morte. La grazia dello zar Nicola I, che commutava la condanna a morte in deportazione in Siberia, gli venne annunciata solo quando era già sul patibolo. La cosa finì per segnarlo non poco.

Rimase imprigionato per quattro anni, dopodiché la buona condotta gli permise di uscire a patto che si arruolasse nell’esercito. Congedato cinque anni dopo, poté tornare a frequentare gli intellettuali di San Pietroburgo e a pubblicare nuove opere. Lì cercò di recuperare le radici popolari russe in contrapposizione alle idee moderniste di gente come Turgenev.

L’età dei capolavori

In questi anni pubblicò altri capolavori come Umiliati e offesi e l’esistenzialista Memorie dal sottosuolo. La morte del fratello, però, gli lasciò enormi debiti da pagare e lo mandò quasi in rovina. In questa situazione diede alle stampe, dalla metà degli anni ’60 in poi, i suoi capolavori come Delitto e castigo, Il giocatore, L’idiota e I demoni. In dieci anni queste opere gli ridiedero tranquillità economica e una grande fama a livello internazionale.

Gli ultimi anni

La sua ultima e anche più voluminosa opera fu I fratelli Karamazov. In quel romanzo emergeva ormai netto tutto il percorso intellettuale intrapreso da Dostoevskij. Dopo una gioventù segnata dalle idee nichiliste e materialiste, lo scrittore si era infatti sempre più spostato verso il conservatorismo politico. E soprattutto verso un cristianesimo personale, in cui fondamentale era la figura di Cristo.

Ciononostante, i suoi romanzi rimasero fino all’ultimo terreno di scontro tra personaggi che incarnavano diverse ideologie. E storie in cui lo scrittore raramente prendeva una posizione chiara per l’uno o per l’altro fronte.

 

Lev Tolstoj

Il romanziere padre della non-violenza

Lev TolstojAncora più intimiste e tormentate furono l’opera e il percorso di Lev Tolstoj, l’altro grande della Russia della seconda metà dell’Ottocento.

Nato nel 1828 nei dintorni di Tula da una famiglia di antica nobiltà e ricchezza, rimase orfano nell’infanzia. Fu allevato quindi da zie e precettori, iniziando a studiare filosofia all’università di Kazan. Si avvicinò comunque perlopiù da autodidatta a vari filosofi moralisti, e in particolare a Jean-Jacques Rousseau.


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A Kazan si diede comunque a una vita dispendiosa e superficiale, nonostante cominciassero a venire pubblicati pure i suoi primi racconti. Nel 1851 decise di arruolarsi nell’esercito e partecipò così prima alla Guerra del Caucaso e poi alla Guerra di Crimea. Questo conflitto gli ispirò quei Racconti di Sebastopoli che gli diedero la prima notorietà nazionale.

L’esperienza comunque lo portò a una profonda revisione della propria vita. Da un lato cercò di alleviare le sofferenze dei più umili, appoggiando gli ideali di riforma diretti verso l’abolizione della servitù della gleba e della pena di morte. Dall’altro, si trasformò in un buon padre di famiglia.

Mostrare, non giudicare

Fu in questi anni che, ritirato nella sua tenuta di campagna, scrisse i suoi capolavori più importanti. Ovvero il corposo Guerra e pace, ambientato durante le guerre napoleoniche, e il discusso Anna Karenina. In entrambi i romanzi Tolstoj voleva indagare la psiche dei vari personaggi, con un intento moralista. Non voleva infatti giudicare, ma mostrare; non puntare il dito, ma analizzare.

L’etica di Cristo

Dopo questa fase, il tormento interiore di Tolstoj si acuì, portandolo a una forte revisione della sua vita e dei suoi ideali. L’interesse per la figura di Cristo, anche al di là della Chiesa ortodossa, divenne centrale nella sua vita.

Non è un caso che i suoi ultimi scritti siano stati dedicati perlopiù a propagare e presentare le sue nuove idee, fondate sulla non violenza, sull’amore universale e sui principi che, nel Vangelo, emergevano all’interno del Discorso della Montagna (cioè quello delle beatitudini).

Le idee radicali degli ultimi anni

Il suo cristianesimo, votato solo ed unicamente all’aspetto etico, ebbe una profonda influenza su molti intellettuali. Tanto è vero che perfino Gandhi citò più volte Tolstoj come il suo maestro. Dal punto di vista letterario, questa conversione – spesso osteggiata dalla moglie e dai figli maschi, che non ne capivano il radicalismo – produsse varie opere. La maggiore è probabilmente La morte di Ivan Il’ič.

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Anton Čechov

Lo scrittore umoristico prestato al teatro

Anton ČechovConcludiamo la nostra rassegna con Anton Pavlovič Čechov, ben più giovane dei romanzieri che abbiamo presentato finora. Era nato infatti a Taganrog, nella Russia meridionale, nel 1860. Non fu però l’ultimo a morire, visto che la sua dipartita avvenne in giovane età, a 44 anni, per tisi.

Diversa, però, non era solo la sua età anagrafica, bensì anche l’estrazione sociale. Tra i grandi, infatti, fu l’unico di umili origini, visto che suo nonno era un servo della gleba. Questi aveva affrancato se stesso e la propria famiglia dietro il pagamento di una grande somma di denaro.

Da medico a scrittore

L’infanzia quindi non fu felice e anche gli studi furono saltuari, almeno finché non prese il diploma e una borsa di studio per frequentare la Facoltà di Medicina a Mosca. Nella città – non ancora capitale, ma vivace centro culturale – iniziò con fatica un’attività parallela a quella di studente prima e medico poi. L’attività cioè di scrittore satirico che, soprattutto dopo l’incontro con il reazionario editore Suvorin, iniziò a rendergli bene.

Per anni salì la scala sociale grazie ai suoi racconti umoristici, spesso scritti in fretta e pubblicati in gran numero. A un certo punto, però, l’importante critico Grigorovic lo convinse a dedicarsi a qualcosa di più meditato. Nacquero così il racconto La steppa, del 1888, e successivamente alcuni drammi teatrali, via via sempre più convincenti.

Il passaggio al teatro

Fu già in quegli anni spesso vittima di attacchi incrociati sia dagli avversari letterari che dalla critica. Questi gruppi gli imputavano un punto di vista non chiaro sui principali problemi del paese, dalle spinte rivoluzionarie allo zarismo, dall’occidentalizzazione all’influenza di Tolstoj. Si dedicò così, nell’ultimo decennio della sua vita, soprattutto al teatro.

Gli esiti non furono sempre felici nel breve periodo. Spesso, infatti, le sue opere venivano fischiate e denigrate alla prima, anche a causa di compagnie teatrali non sempre all’altezza. Altrettanto spesso, però, venivano rivalutate nei mesi successivi. D’altronde, proprio nel teatro produsse i suoi più grandi capolavori.

I capolavori

Nel 1896 fu così messo in scena Il gabbiano. Tre anni più tardi fu la volta di Zio Vanja. Infine l’ultima sua opera, Il giardino dei ciliegi, vide la luce nel 1904, poco prima della sua morte.

 

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