Qualche giorno fa abbiamo parlato di lutti, anche se con ironia, presentando cinque divertenti scene di morte nei film e oggi chiudiamo il cerchio affrontando il tema delle canzoni sulla morte, anche se il tono qui si fa più serio e drammatico. I brani musicali, infatti, hanno il potere a volte di redimere dal dolore e altre di renderlo più profondo e lancinante.

Trovare cinque pezzi sulla morte non è quindi affatto difficile (se volete un’altra cinquina fatta di canzoni meno note al pubblico italiano recuperatevi quella di Alta fedeltà, ad esempio qui). Più complesso è sceglierne solo cinque, privilegiando, come ci siamo riproposti, quelli commoventi. Abbiamo deciso di orientarci su alcuni classici, che non siamo riusciti a lasciare fuori dalla nostra lista. Ma abbiamo aggiunto anche qualche piccola sorpresa qua e là.


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Elton John – Candle in the Wind

Da Goodbye Yellow Brick Road (1973)

Oggi, dopo il funerale in mondovisione di Lady Diana e il lutto generalizzato che ne conseguì, Candle in the Wind è una scelta quasi banale per aprire una cinquina come questa. Il brano è diventato infatti la “canzone da funerale” per eccellenza, o almeno del funerale di quelle persone che se ne sono “andate troppo presto”.

Nel 1973, quando però uscì per la prima volta, rappresentava un atto d’amore a Marilyn Monroe, morta undici anni prima in circostanze mai del tutto chiarite. Un atto d’amore che apriva il doppio album Goodbye Yellow Brick Road. Un disco in cui era contenuta anche Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding, altra canzone funeraria, ma molto meno pop. E che avrebbe avuto un tale successo da far entrare la figura di Elton John nell’Olimpo delle grandi star della musica mondiale.


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Il testo, scritto da Bernie Taupin, esaltava la fragilità di Marilyn Monroe – o, meglio, Norma Jean – davanti alle pressioni dello star system hollywoodiano. Ma ne sottolineava anche il contrasto con un giovane fan (lo stesso Taupin, o, in maniera traslata, Elton John) che la vedeva e la ammirava sul grande schermo.

 

Blue Öyster Cult – (Don’t Fear) The Reaper

Da Agents of Fortune (1976)

Aveva un bel dire, sul finire degli anni ’70, Donald Roeser (meglio noto col nome d’arte di Buck Dharma) a sostenere che la sua canzone (Don’t Fear) The Reaper non parlava di suicidio. In realtà, a leggere oggi il testo, il pensiero corre ad una autoeliminazione di coppia alla Romeo e Giulietta, che non a caso vengono più volte citati.

D’altronde, già il titolo – che in italiano suona come “(Non temere) La mietitrice” – lasciava spazio a ben pochi dubbi. Dubbi presto risolti da versi come «40,000 men and women everyday… Like Romeo and Juliet / 40,000 men and women everyday… Redefine happiness / Another 40,000 coming everyday… We can be like they are / Come on baby… don’t fear the reaper».

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Pubblicata nel 1976, la canzone fu il maggior successo commerciale dell’intera carriera dei Blue Öyster Cult. A renderla celebre, anche il tono disincantato con cui parlava della morte e l’aver ispirato, secondo le parole dello stesso Stephen King, la scrittura de L’ombra dello scorpione. Tra l’altro, tutta la registrazione è accompagnata dal suono di un campanaccio o cowbell, una particolare percussione che ricorda nella forma il campanaccio delle mucche. Una scelta non comune che è stata anche soggetto, qualche anno fa, di una celebre gag del Saturday Night Live scritta e interpretata da Will Ferrell.

 

Queen – The Show Must Go On

Da Innuendo (1991)

Freddie Mercury è morto il 24 novembre 1991 di AIDS, mantenendo segreta la sua malattia fino a poche ore prima del decesso. Ciononostante, nove mesi prima era uscito sul mercato discografico l’album Innuendo, che si chiudeva con la traccia The Show Must Go On. Una traccia rilasciata poi come singolo di lancio del Greatest Hits II il 14 ottobre dello stesso anno, appena sei settimane prima della scomparsa del cantante.

Il brano è attribuito al solo Brian May, ma fu in realtà frutto della collaborazione di tutta la band. Lo stesso Mercury collaborò in parte alla stesura del testo. Un testo che parlava in termini generici delle domande sul senso della vita che si pone un uomo di spettacolo ma che, a posteriori, a molti sembrò una sorta di testamento morale di Mercury stesso.

La canzone fu registrata nel 1990, quando la malattia del frontman era già in stadio avanzato e il cantante faceva fatica a reggersi in piedi. Ad ogni modo, volle comunque inciderla, nonostante fosse vocalmente molto impegnativa, riuscendo nell’impresa. Il video promozionale che fu rilasciato, su volontà di Mercury, solo dopo la sua morte non presentava immagini recenti del cantante ma era costruito unendo vario materiale d’archivio.

 

Eric Clapton – Tears in Heaven

da Rush (1992)

Il 20 marzo 1991, a New York, precipitando dal cinquantatreesimo piano di un grattacielo, muore Conor Clapton, figlio di Eric Clapton e Lory Del Santo. La causa del volo è una finestra lasciata aperta da una domestica. È una tragedia immane, di cui parlano per giorni i quotidiani di tutto il mondo. Una tragedia che si abbatte sull’unico figlio di Clapton, che comunque già da tempo non viveva più con la showgirl italiana.


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Il lutto e il dolore si riversano, qualche mese dopo, in una colonna sonora che il musicista inglese accetta di scrivere per il film Effetto allucinante. In particolare, la canzone più sentita è Tears in Heaven, che otterrà grande successo anche in versione acustica nell’MTV Unplugged pubblicato il successivo agosto. Un blues lento, intimo, che si apre col celebre verso «Would you know my name if I saw you in heaven?». Un brano che non cita il figlio ma che tratta di paradiso e di sopportazione del dolore e della necessità di andare avanti.

Il brano vincerà poi tre Grammy Awards (canzone dell’anno, miglior incisione e miglior performance maschile).

 

Death Cab for Cutie – I Will Follow You Into the Dark

Da Plans (2005)

Non sempre per parlare di morte e di speranza bisogna aver perduto qualcuno di caro o un mito a cui ci si è ispirati. Lo dimostrano la già citata (Don’t Fear) The Reaper e la canzone con cui chiudiamo questa cinquina, I Will Follow You Into the Dark. Il brano appartiene ai Death Cab for Cutie ma è stato scritto e interpretato dal solo Ben Gibbard, leader e frontman del gruppo.

La registrazione del pezzo ha una storia particolare. Durante la sessione in cui la band stava incidendo un’altra canzone di Plans, il tecnico del suono chiese al gruppo di sospendere il lavoro a causa di un guasto. Nell’attesa, Gibbard si mise quindi a strimpellare I Will Follow You Into the Dark a microfono aperto. Ne venne una versione che piacque così tanto, riascoltata a posteriori, da decidere di includerla così com’era (con solo pochi ritocchi di equalizzazione).

Da lì in poi il brano è stato spesso utilizzato in film e telefilm, quasi sempre a sottolineare situazioni di lutto (ad esempio in Scrubs o Grey’s Anatomy).

 

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