Cinque cose che forse non sapete delle cascate del Niagara

Le cascate del Niagara sono uno spettacolo naturalistico difficilmente replicabile

Le cascate del Niagara rappresentano una delle principali attrazioni turistiche statunitensi e canadesi. I dati del 2015 appena concluso parlano addirittura di 19 milioni di visitatori (ma qualche anno fa si è arrivati anche a 20), in parte provenienti da quelle stesse due nazioni, in parte stranieri, spesso in viaggio di nozze. Lo spettacolo naturalistico che quelle cascate possono offrire, infatti, è considerato uno dei più maestosi e a suo modo romantici del mondo.

La storia di questo sito, anche per via del grande afflusso di persone, è ricca di aneddoti e dati curiosi. Dati che però spesso non si conoscono. Cerchiamo di fare un po’ d’ordine nella questione, e di darvi qualche informazione che non leggerete facilmente altrove, con questa guida a cinque cose che non conoscete delle cascate americano-canadesi.

 

Le più grandi cascate del mondo

La scomparsa delle rivali

Le cascate del Niagara sono uno spettacolo naturalistico difficilmente replicabileLa prima cosa da sapere sulle Niagara Falls è che al momento, nonostante il salto che presentano non sia particolarmente alto, sono le più grandi del mondo. Un primato che, però, non ha origini antichissime. Fino al 1982, infatti, le cascate del Niagara potevano vantarsi di essere le prime solo del Nord America, visto che in Brasile esistevano le maestose cascate di Guairá. Proprio in quell’anno, però, il paese sudamericano ha deciso di distruggerle per favorire i lavori di costruzione di una diga.

Quelle cascate si trovavano al confine tra Brasile e Paraguay. La loro eliminazione è stata sicuramente una decisione poco lungimirante, visto che anch’esse attiravano una discreta mole di turisti, ma fu operata in un momento particolare della storia brasiliana. In quegli anni, infatti, si stava vivendo l’ultima stagione della dittatura militare che governò il paese per un ventennio, e quello fu uno dei colpi di coda con cui si cercò in un certo senso di salvaguardare il regime. L’impoverimento del paese, in quegli anni, aveva creato un grande malcontento, e la chiusura delle cascate doveva favorire l’apporto d’acqua alla centrale idroelettrica di Itaipú, che riforniva sia il Paraguay che il Brasile. Consentendo di abbassare i prezzi dell’energia.

 

Tra Buffalo e Toronto

E tutto quel che ne deriva, comprese le due Niagara Falls

La Niagara Falls canadese sullo sfondo delle cascateLe cascate non sono, come a volte si pensa, una bellezza degli Stati Uniti. O almeno non solo degli Stati Uniti. La meraviglia naturalistica si trova infatti esattamente al confine tra il paese a stelle e strisce e i vicini del Canada. Tra l’altro, non distante da due importanti città. Sul versante statunitense l’aeroporto di riferimento è quello di Buffalo, città dello stato di New York che conta poco più di 250mila abitanti e che dista una mezz’ora di strada dalle cascate del Niagara. Sul versante canadese, invece, la metropoli di riferimento è quella di Toronto, la città più popolosa del paese coi suoi 2,5 milioni di abitanti.


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Sulle cascate vere e proprie, però, sorgono anche due cittadine, sviluppatesi nel corso degli anni per accogliere il grande flusso di turisti. Entrambe, paradossalmente, si chiamano Niagara Falls, nonostante si trovino l’una di fronte all’altra ed appartengano a due stati diversi. La versione americana fu fondata a fine Ottocento, inizialmente per raccogliere i lavoratori della vicina centrale idroelettrica; oggi invece ospita perlopiù alberghi. La cittadina canadese, invece, è un po’ più grossa e, oltre alle solite strutture ricettive, offre anche un casinò relativamente famoso. A collegare le due città, infine, il ponte che scavalca il fiume Niagara proprio di fronte alle cascate. Ponte che, suggestivamente, è chiamato Ponte dell’Arcobaleno.

 

L’importanza di un film con Marilyn Monroe

Voglia di anni ’50

Marilyn Monroe durante le riprese di "Niagara"La vera svolta delle cascate del Niagara, almeno a livello turistico, è però datata anni ’50. E, come spesso accade, il motivo non fu tanto naturalistico, quanto cinematografico. Nel 1953 uscì infatti in tutte le sale americane la pellicola Niagara, diretta da Henry Hathaway. Si trattava di un thriller per la verità non troppo convincente, che però entrò facilmente nella memoria collettiva: la protagonista era infatti una Marilyn Monroe ancora molto giovane e in prepotente ascesa.

La storia era quella di due giovani sposini che, in ritardo di tre anni rispetto alle nozze, decidono di concedersi l’agognata luna di miele presso le cascate del Niagara. Qui però i due si imbattono in un’altra coppia, in crisi: quella interpretata proprio dalla Monroe e da Joseph Cotten. Il motivo della crisi sono i sospetti che l’uomo nutre nei confronti della moglie, ritenuta infedele; sospetti fondati, visto che lei in effetti lo tradisce e sta tramando di ucciderlo. Tra assassini e fughe sulle cascate, la trama si dipana regalando qualche emozione e qualche colpo di scena. Ma quello che lo spettatore dell’epoca notò di più, e che consentì ottimi incassi al botteghino, fu il fascino conturbante di Marilyn.

 

Una visione privata e la cascata in secca

La nascita dei Parchi nazionali e i lavori del 1969

La cascata americana in seccaSe è vero che oggi le cascate sono visitate da milioni di persone ogni anno, è anche vero che gli inizi di questo luogo turistico non furono incoraggianti. Il turismo di massa iniziò a dirigersi verso queste mete già verso la fine dell’Ottocento, ma dovette scontrarsi col fatto che i terreni che sorgevano attorno allo spettacolo delle acque non erano pubblici, ma privati. Sia sul lato americano che su quello canadese, infatti, i proprietari terrieri avevano capito che quei terreni avrebbero potuto fruttare bene. Per questo avevano fatto costruire delle palizzate che impedivano la vista ai turisti, palizzate con buchi da cui si poteva ammirare il paesaggio solo dietro il pagamento di una certa cifra.

La situazione incresciosa si risolse nel 1885, quando lo stato di New York – in seguito a una campagna di stampa piuttosto intensa – decise di acquistare le terre del versante statunitense, seguito a stretto giro di posta dallo stato canadese. Vennero così creati, nel giro di poco tempo, due parchi nazionali deputati a preservare le cascate e a permetterne la visita ai turisti. Da lì in poi, tutto è filato liscio. O quasi: nel 1969, infatti, i turisti si ritrovarono ancora una volta impediti nella visita alle cascate. Questa volta il motivo, però, non è da ricercare nell’avidità di un affarista. In quell’anno la cascata americana venne infatti completamente svuotata, tramite l’utilizzo di una diga provvisoria. Il motivo? Le rocce di quel versante si stavano erodendo in maniera troppo veloce rispetto a quanto previsto, e servivano da un lato dei lavori di consolidamento, dall’altro degli studi per comprendere la reale causa di questa debolezza strutturale.

 

Nuotatori, suicidi, funamboli

Quelli che si sono buttati e quelli che ci hanno camminato sopra

Maria Spelterini mentre attraversa le cascate coi piedi dentro a canestri di fruttaIl motivo per cui le cascate sono più note, però, è quello legato a una serie di persone che, nel corso degli anni, si sono buttate nel profondo tuffo delle acque. A volte aspiranti suicidi, a volte personaggi in cerca di notorietà, hanno consegnato il loro nome alla storia delle cascate; e quando sono sopravvissuti, hanno spesso campato per qualche tempo grazie alla fama acquisita. Il primo “saltatore” di cui ci è rimasta memoria fu Sam Patch, che nel 1829 si gettò da un trampolino. Nel 1883 fu la volta di Matthew Webb, che era già stato il primo uomo ad attraversare a nuoto il canale della Manica: egli però morì nel tentativo di nuotare all’interno di queste cascate.

All’inizio del Novecento fu anche la volta della prima donna, Annie Edson Taylor, che si gettò dal versante canadese all’interno di un barile ed assieme al suo gatto. Sopravvisse e iniziò a girare il Nord America per raccontare la propria storia. Nel 1911 un inglese, Bobby Leach, riuscì ad emulare la Taylor, buttandosi questa volta con un bidone che fungeva da canoa. In tempi più recenti, merita una menzione il piccolo Roger Woodward, un bambino di 6 anni che nel 1960 precipitò dalle cascate “Ferro di cavallo” dopo esser caduto in acqua dall’imbarcazione turistica. Gli altri passeggeri, che poterono trarre in salvo sua sorella ma non lui, riuscirono a lanciargli un salvagente e solo con questo ausilio il ragazzino sopravvisse. Nel 2003 ce la fece anche Kirk Jones, un uomo che forse voleva suicidarsi. Tra il 2009 e il 2012 altri due uomini sono riusciti a salvarsi da una caduta (o un tuffo volontario) all’interno delle cascate “Ferro di cavallo”, le (relativamente) meno pericolose.


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Infine, ci furono anche degli equilibristi che tentarono di passare da una sponda all’altra della cascata camminando su un filo sospeso. Il primo a riuscirci fu il francese noto col nome d’arte di Charles Blondin, che compì l’impresa nel 1859. Dopo di lui molti altri acrobati tentarono l’impresa, che divenne incredibilmente di moda visto che destava l’attenzione dei media. A quanto pare, solo un uomo morì in quel periodo cadendo dalla fune. Lo stesso Blondin ripeté l’attraversamento più volte, in certe occasioni anche portando sulle spalle il proprio manager. Nel 1876, infine, anche una donna compì la traversata: si trattava dell’italiana Maria Spelterini, all’epoca solo ventitreenne. Anche lei, comunque, si ripeté più volte, in un’occasione anche da bendata e in un’altra con i piedi dentro a canestri da frutta.

L’attraversamento dei funamboli fu infine proibito, per la troppa pericolosità, nel 1896. Nel giugno del 2012, però, allo specialista americano Nik Wallenda è stato permesso di riprovare, per la prima volta dopo più di 100 anni. Il suo cavo è stato posto in un punto più lungo rispetto a dov’era nell’Ottocento, così la sua camminata sospesa è durata circa 550 metri. Una distanza che, secondo Wallenda, è la più lunga mai percorsa da un funambolo. La particolarità è che l’americano ha dovuto portare con sé anche il passaporto, che ha dovuto esibire una volta messo piede sul suolo canadese.

 

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