Qualche tempo fa vi abbiamo parlato della pizza, raccontandovi quanto la sua storia sia legata a quella del nostro paese e quanto sia curiosa e interessante.

Oggi proviamo a fare lo stesso con la pasta, un altro piatto tipico della nostra gastronomia che è sicuramente più antico e forse presenta addirittura una più ricca serie di spunti rispetto alla pizza. Ecco allora cinque cose che non conoscete della storia della pasta, tra reperti archeologici e curiosità contemporanee.

 

Una storia lunga 4mila anni

Dagli antichi ritrovamenti in Cina fino alle attestazioni greche e romane

La copertina di una recente edizione del trattato di Apicio, che contiene importanti informazioni anche sulla storia della pasta
La copertina di una recente edizione del trattato di Apicio, che contiene importanti informazioni anche sulla storia della pasta

Quanto antica è la pasta? Può sembrare una domanda oziosa e in fondo inutile, ma in realtà è un quesito a cui gli storici hanno tentato di rispondere a più riprese; e non l’hanno fatto, si badi bene, per una curiosità morbosa o per togliersi uno sfizio, ma perché conoscere gli alimenti di cui si cibavano gli antichi, e soprattutto il modo in cui li preparavano, è fondamentale per comprendere l’avanzamento di una civiltà.

Le prime attestazioni dell’uso della pasta quindi risalgono addirittura a quattromila anni fa: nel nord-ovest della Cina sono stati ritrovati, sotto tre metri di sedimenti, i resti di un piatto di spaghetti di miglio, che provano senza ombra di dubbio che già allora si sapeva lavorare la pasta (anche se non si usava ancora il frumento).

D’altro canto, anche in Occidente si arrivò, nei secoli successivi, all’uso di formati di pasta molto simili a quelli cinesi, anche se sviluppati in maniera autonoma dagli orientali: i greci, ad esempio, ne parlavano diffusamente usando il termine làganon, termine poi ripreso dai romani e latinizzato in laganum che, pare, sarebbe anche all’origine del nostro “lasagna”.

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Addirittura a Roma sono frequenti le testimonianze di Cicerone e, soprattutto, di Marco Gavio Apicio, che nel I secolo firmò il De re coquinaria, uno dei più antichi trattati di cucina giunti fino a noi, in cui descriveva ampiamente i condimenti con cui servire la pasta, pur tralasciando i procedimenti per prepararla, dando quasi per scontato che tutti li conoscessero.

D’altro canto, in alcune tombe etrusche ritrovate nei pressi di Cerveteri – e risalenti al IV secolo a.C. – sono stati trovati un mattarello, una rotella per tagliare e altri strumenti che ancora oggi vengono usati per la preparazione.

 

Le invenzioni per il trasporto

Arabi e genovesi alle prese col commercio e gli spostamenti della pasta

Al-Idrisi
Al-Idrisi

I modi per preparare la pasta, insomma, sono argomento che interessa gli studiosi di storia antica; ma, volendo, se si vuole continuare ad affrontare la storia della pasta c’è parecchio materiale per stimolare l’attenzione anche dei medievisti e dei modernisti.

Se, infatti, l’invenzione della pasta è antichissima, meno antichi sono i metodi per conservarla. Si devono agli arabi e ai genovesi le principali innovazioni da questo punto di vista: secondo gli storici, infatti, i primi ad inventare la pasta secca a lunga conservazione furono proprio gli arabi, che necessitavano di questa tecnica per spostare i loro preparati nel deserto; inoltre proprio un arabo, il musicista ed esperto gastronomo Ziryāb, raccontava già nel IX secolo di vari tipi di pasta, mentre nel XII secolo il geografo Al-Idrisi descriveva come dalla Sicilia partissero numerose navi che esportavano grandi quantitativi di pasta prodotta a Trabia, un paese a 30 chilometri da Palermo.

Per quanto riguarda i genovesi, all’inizio dell’età moderna questi abili mercanti affinarono la tecnica dell’essicazione, che divenne fondamentale quando si trovavano a trasportare la pasta con le loro navi in giro per l’Europa e non solo; d’altronde, se si esclude la Sicilia – dove, come detto, l’influenza araba aveva dato grande e precoce sviluppo alla lavorazione della pasta – Genova fu, con Napoli, il secondo luogo in Italia in cui per prime si svilupparono nel XII secolo le botteghe professionali di preparatori di pasta.

 

La vera pasta è quella scotta

Come e perché siamo noi italiani ad aver tradito la tradizione

Pagine del Libro de arte coquinaria
Pagine del Libro de arte coquinaria

Quando andiamo all’estero e malauguratamente ci capita di trovarci servito, in un ristorante locale, un piatto di pasta, sicuramente tendiamo a non reagire bene: il più delle volte la cosa che ci viene portata è infatti un informe ammasso di pasta scotta, senza alcun gusto né attrattiva, usato per di più non come piatto a sé stante – come dovrebbe essere – ma come contorno ad altro.

In quei casi, statene certi, la reazione dell’italiano medio è sempre la stessa: ci si lamenta di questi stranieri che non sanno cucinare, che imitano le tradizioni italiane senza esserne capaci, che non hanno il minimo gusto e non sanno spegnere il fuoco sotto alla pentola al momento giusto.

Ebbene, vi stupirà scoprire che in realtà i veri depositari della tradizione sono loro e non noi: nel Libro de arte coquinaria che fu scritto nel XV secolo da Maestro Martino da Como (il più importante cuoco della sua epoca, considerato il padre della cucina rinascimentale), infatti, si presentano le tecniche di lavorazione di vari tipi di pasta – dai vermicelli ai primi maccheroni, fino alle tagliatelle, anche se non ancora chiamati con questi nomi – ma soprattutto si danno indicazioni sulla cottura e sul modo in cui vanno serviti; e, stupore, le tecniche esposte dal cuoco comasco non sono altro che le tecniche con cui la pasta viene preparata oggi all’estero.

Martino, infatti, insiste sul fatto che debba essere servita come contorno alla carne e che essa sia molto cotta; sarà invece solo nel Seicento, cioè due secoli più tardi, che Giovanni Del Turco inizierà a consigliare di limitare il tempo di cottura, in modo da lasciare i maccheroni «più sodi». Ma a quel punto la pasta “all’italiana” potrebbe esser stata considerata una novità dell’ultim’ora.

 

La pasta e la scrittura

Dalle lodi di Boccaccio ai consigli a Giacomo Leopardi

Filippo Tommaso Marinetti con un piatto di spaghetti
Filippo Tommaso Marinetti con un piatto di spaghetti

Come abbiamo già visto, la pasta non interessa solo gli storici (e i gastronomi) di oggi, ma nel corso dei secoli ha stimolato le penne anche di molti letterati, che non hanno mancato di citarla nei loro scritti.

Vi abbiamo già citato Cicerone, ma è soprattutto dall’umanesimo in poi che i nostri scrittori in un modo o nell’altro si sono dilettati a parlare di spaghetti, penne e ravioli: il primo fu Giovanni Boccaccio, che nel Decamerone, alla terza novella dell’ottavo giorno, racconta di una specie di paese della cuccagna, una «contrada che si chiamava Bengodi, nel quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva».

Poche decine d’anni più tardi fece la sua comparsa in Italia il cosiddetto latino maccheronico – espressione che si usa ancora oggi per identificare una lingua parlata male, italianizzandola -, così chiamato perché parlato da quel volgo che si alimentava effettivamente di maccheroni.

L’apoteosi, però, a nostro avviso arriva nell’Ottocento: quando Giacomo Leopardi, nell’ultima parte della sua vita, si trasferisce a Napoli e qui lancia alcune invettive contro lo spiritualismo della popolazione locale (deridendo il popolo per l’attaccamento ai maccheroni), il poeta locale Gennaro Quaranta gli risponde imputando il suo pessimismo cosmico all’incapacità di apprezzare la pasta («Oh mai non rise quel tuo labbro arsiccio, né gli occhi tuoi lucenti ed incavati, / perché… non adoravi i maltagliati, le frittatine all’uovo ed il pasticcio! / Ma se tu avessi amato i Maccheroni più de’ libri, che fanno l’umor negro, / non avresti patito aspri malanni… E vivendo tra i pingui bontemponi / giunto saresti, rubicondo e allegro, forse fino ai novanta od ai cent’anni»).

Infine, spassoso anche l’atteggiamento del futurismo: nel 1930 Filippo Tommaso Marinetti, spalleggiato nientemeno che da Benito Mussolini, si scagliò contro gli spaghetti, rei di fiaccare l’animo nobile dei napoletani e di dipendere dall’importazione di grano straniero, a dispetto del riso nostrano; peccato però che poche settimane dopo i giornalisti immortalassero Marinetti al Biffi di Milano, intento a mangiare proprio gli spaghetti.

 

Il Pastafarianesimo

La (finta) religione degli adoratori degli spaghetti

Il Prodigioso Spaghetto Volante e Adamo
Il Prodigioso Spaghetto Volante e Adamo

Concludiamo con un’altra nota di colore, per una volta però modernissima. La pasta è probabilmente l’unico alimento, infatti, che ha avuto l’onore di essere elevato al rango di divinità, in un’operazione che ha sicuramente i contorni della beffa ma che contemporaneamente ha suscitato l’interesse di molti intellettuali in giro per il mondo.

Nel giugno del 2005 un giovane fisico americano, Bobby Henderson, inviò una lettera aperta al Consiglio per l’Istruzione del Kansas, reo di aver deciso di autorizzare l’insegnamento, nelle sue scuole, del creazionismo di fianco all’evoluzionismo: in questa lettera, Henderson chiedeva che – visto che ogni teoria anche religiosa aveva diritto al suo spazio nel sistema educativo – anche la sua nuova religione, il Pastafarianesimo, venisse fatta rientrare nei programmi pubblici.

Il Pastafarianesimo era, ovviamente, una religione parodistica inventata sul momento, ma non priva di elementi memorabili: tra i cinque dogmi fondamentali, infatti, troviamo l’idea che l’Universo sia stato creato da un invisibile Prodigioso Spaghetto Volante, invisibile agli esseri umani solo perché vuole mettere alla prova la loro fede; inoltre, le preghiere si concludono tutte con la parola ramen, mentre i seguaci sono invitati a vestirsi da pirati (la cui diminuzione, spiegano alcuni grafici prodotti da Henderson, sarebbe causa del surriscaldamento globale) e a seguire i comandamenti – o, meglio, condimenti – della religione, che iniziano tutti con la formula «io preferirei davvero che tu evitassi».

Nonostante l’evidente burla, l’insistenza con cui i pastafariani hanno chiesto un riconoscimento pari a quello riservato alle altre religioni ha portato anche a qualche risultato: nel 2011 l’Ufficio trasporti di Vienna ha concesso a un adepto di farsi ritrarre, nella foto della patente di guida, con in testa uno scolapasta, simbolo del Prodigioso Spaghetto Volante; stessa cosa è avvenuta nel 2013 in Repubblica Ceca per una carta d’identità, dato che la legge consente di tenere copricapi religiosi che non coprano il volto; infine, pochi mesi fa, nel gennaio 2014, il primo politico pastafariano eletto a un Consiglio comunale negli Stati Uniti ha ottenuto di poter giurare con in testa lo scolapasta.

 

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