Cinque cose da vedere al Museo del Vittoriano

Il Vittoriano o Altare della Patria

Roma, si sa, è un immenso assembramento di monumenti e musei: come poche città al mondo, infatti, trasuda storia in ogni strada e in ogni vicolo, perché nel suo centro storico si rincorrono i fasti della Roma imperiale, l’arte di quella papale, le modernità – anche se per la verità non moltissime – della capitale d’Italia.

Una Roma al di là delle scene dei film

Ogni angolo, insomma, meriterebbe di essere valorizzato appieno, di essere riconosciuto, recuperato e pubblicizzato, e d’altro canto a volte questo recupero è avvenuto; d’altra parte, non sempre gli stessi turisti si informano e conoscono le enormi ricchezze della città, accontentandosi del solito giro che comprende il Colosseo, i Musei Vaticani, piazza di Spagna, la Fontana di Trevi e la Bocca della Verità, quasi si volesse semplicemente ripercorrere le scene di alcuni ben noti film (da Vacanze romane La dolce vita) piuttosto che visitare realmente Roma.

Personalmente, sono stato nella capitale varie volte, per i motivi più diversi. Oltre ai giri canonici, mi è capitato anche di andar per mostre e musei, attratto sia dalle collezioni permanenti, sia da quelle estemporanee organizzate qua e là, dalle Scuderie del Quirinale all’Altare della Patria.

La travagliata storia dei musei dell’Altare della Patria

Solo recentemente, però, mi sono reso conto che proprio al Vittoriano, oltre alle mostre periodiche che vengono ospitate nella parte bassa del complesso, esistono anche dei musei permanenti: il Museo Centrale del Risorgimento, il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana e il Museo Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate. Musei che, per la verità, hanno avuto una vita molto travagliata: quello del Risorgimento, ad esempio, fu fondato nel 1906 ma aperto al pubblico solo nel 1970, prima di venire chiuso nel 1979 ed essere infine riaperto sotto la presidenza Ciampi, nel 2000.

Sicuramente non saranno i musei più importanti di Roma, e forse si può pure avanzare qualche riserva – come è stato fatto parecchie volte in passato – sul valore artistico del monumento che li ospita, ma qualcosa di interessante da vedere, all’interno di questi musei, c’è: scopriamolo assieme.

 

I cimeli dello Spielberg

I ricordi del carcere di Silvio Pellico e Piero Maroncelli

Oggi, quando si parla di Spielberg, la memoria va immediatamente al celebre regista americano di cui abbiamo parlato anche noi recentemente, ma non è sempre stato così: fino a pochi decenni fa, infatti, quel nome era tristemente noto come quello di uno dei più duri carceri a cui furono mai condannati dei patrioti italiani.

La fortezza dello Spielberg a BrnoCostruita a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, nel XII secolo, la fortezza dello Spielberg passò di mano diverse volte prima che nel 1783 l’imperatore asburgico Giuseppe II non decidesse di trasformarne una parte in carcere; dopo la fine dell’età napoleonica, poi, fu convertita tutta a carcere duro, ospitando detenuti di reati gravi ma anche e soprattutto quelli che venivano considerati cospiratori, cioè tutti i patrioti delle varie parti dell’Impero che lottavano per l’indipendenza delle loro nazioni.

La fortezza svolse questo compito fino al 1855, quando fu riconvertita in caserma. In quegli anni vi furono imprigionati alcuni dei più celebri protagonisti del primo Risorgimento, come Piero Maroncelli, Silvio Pellico, Federico Confalonieri, Gabriele Rosa, Francesco Arese Lucini, molti carbonari e molti aderenti alla Giovine Italia, l’organizzazione mazziniana.

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Due righe meritano, visto che forse non ci saranno molte altre occasioni, proprio Maroncelli e Pellico, due dei più sfortunati idealisti della nostra storia patria. Maroncelli era musicista e carbonaro quando venne arrestato per la prima volta nel 1819 solo sulla base di alcuni sospetti; rilasciato, fu lui a convincere Pellico, un letterato e direttore de Il Conciliatore, ad entrare nel movimento insurrezionale. I due vennero arrestati, assieme ad altri compagni, a causa di alcune carte compromettenti rinvenute tra la corrispondenza di Maroncelli, e condannati a morte a Venezia; la pena fu però subito commutata in 20 anni di carcere per il musicista e 15 per Pellico, da scontare allo Spielberg.

La detenzione e la grazia

La detenzione, che durò 8 anni visto che i due furono graziati nel 1830, ebbe effetti gravissimi sul fisico di entrambi: Pellico rischiò più volte la vita a causa delle malattie contratte, mentre a Maroncelli fu amputata la gamba sinistra per un tumore. Una volta usciti, Pellico pubblicò Le mie prigioni, un memoriale in cui raccontava gli anni di carcerazione prima ai Piombi di Venezia e poi allo Spielberg e che divenne un best-seller in tutta Europa, tanto che si racconta che il primo ministro austriaco Metternich affermasse che quel libro aveva danneggiato l’Austria più di una battaglia persa.

 

I cimeli dei fratelli Bandiera

I veneziani fucilati in Calabria

La fucilazione dei fratelli Bandiera in una litografia acquarellata d'epoca conservata nel Museo Centrale del RisorgimentoUgualmente molto sfortunata, ma forse ormai non più famosa come un tempo, fu anche l’impresa dei fratelli Bandiera, dei quali nel Museo del Risorgimento si conservano alcuni interessanti cimeli.

Figli di un barone già ammiraglio della marina austriaca, i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera nacquero a Venezia nei primi anni dell’Ottocento, per la precisione nel 1810 il primo e nel 1819 il secondo. Entrambi intrapresero, come il padre, la carriera nella marina austriaca, ma ben presto si avvicinarono alle idee di Giuseppe Mazzini, che in quegli anni infiammavano i giovani di mezza Italia e soprattutto quelli delle zone soggette al dominio straniero.

Così ispirati dagli ideali mazziniani, fondarono una loro società segreta, battezzata Esperia in onore all’antico nome greco dell’Italia, e iniziarono a organizzare una rivolta popolare che secondo il loro progetto doveva partire dal sud della penisola; i due fratelli, infatti, erano convinti che l’arretratezza del regime borbonico e la grande presenza del latifondo avrebbero spinto facilmente le popolazioni locali a ribellarsi al sovrano, dando il via ad una sollevazione che poi avrebbe via via coinvolto anche le zone del centro e del nord, portando alla realizzazione del loro progetto di unità nazionale.

La troppo breve rivolta di Cosenza

Nel marzo del 1844, così, a Cosenza scoppiò una rivolta, che avrebbe dovuto ricevere il rinforzo via mare dei Bandiera. La sommossa, però, fu sedata nel giro di pochissimo tempo, e quando i due fratelli veneziani, disertando dalla marina austriaca, arrivarono sulle coste calabresi, nel giugno dello stesso anno, non c’era più nemmeno l’ombra di un’insurrezione.

Colti in contropiede, i due avrebbero potuto cambiare strategia, ma il fatto di essere ormai dei fuorilegge in territorio austriaco li spinse a continuare imperterriti nel progetto, addentrandosi nella zona; traditi da uno dei complici, il corso Pietro Boccheciampe, furono arrestati dopo pochi giorni e processati da un tribunale militare che li condannò a morte. Furono fucilati il 25 luglio 1844.

 

Le lettere di Garibaldi alla moglie Anita

L’eroina dei due mondi

L'unico ritratto effettuato in vita di Anita GaribaldiAl Museo Centrale del Risorgimento, ovviamente, grande spazio è dedicato alla figura di Giuseppe Garibaldi, sicuramente il più eroico dei protagonisti di quella stagione, o quantomeno l’unico che riuscì a sopravvivere e a condurre la sua battaglia fino al raggiungimento dell’obiettivo principale, l’unità d’Italia (pur dovendo per questo abbandonare le speranze repubblicane).

Ma Garibaldi, di cui comunque parleremo ancora in questa cinquina, non fu un uomo solo al comando; accanto a lui, per un certo numero di anni, brillò infatti la figura della moglie Anita, un’eroina dalla forza e dal fascino irripetibili, che divenne uno dei simboli più forti di tutto il Risorgimento. D’altronde le donne – e, paradossalmente, spesso donne non nate in Italia, come anche nel caso di Jessie White Mario – ebbero per la prima volta durante l’Ottocento un ruolo fondamentale nelle lotte popolari, dimostrando di essere più che pronte ad assumersi ben determinate responsabilità.

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Brasiliana, classe 1821, Anita si chiamava in realtà Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, e in famiglia veniva chiamata Aninha, il diminutivo in portoghese del suo nome; di carattere piuttosto forte, già da adolescente era solita ribellarsi all’autorità e pare anche che sapesse farsi rispettare dagli uomini. Fu probabilmente a causa di questo carattere che la sua famiglia la diede in sposa ad appena 14 anni, cercando così di placarne l’irruenza.

La fuga con Menotti neonato

Nel luglio del 1839 nel suo villaggio arrivarono i rivoluzionari, guidati da Garibaldi. Lui si innamorò subito di lei e la convinse, appena diciottenne, ad abbandonare il marito e a seguirlo lungo il Brasile. Vissero mesi avventurosi. Già l’anno dopo nasceva Menotti Garibaldi, il primogenito, ma Anita non fu frenata dalla maternità: appena dodici giorni dopo il parto, assediata dai soldati imperiali, riuscì a scappare a cavallo col neonato in braccio, nascondendosi nel bosco per giorni.

Seguì il compagno – poi sposato, mentendo sulla morte del primo marito – prima in Uruguay e poi, nel 1848, in Italia, per partecipare ai moti rivoluzionari che stavano attraversando la penisola. Arrivarono a Roma, dov’era stata proclamata la Repubblica Romana, ma quando i francesi nel 1849 fecero crollare le difese, dovettero fuggire: mentre molti si arrendevano, infatti, Garibaldi decise di puntare verso Venezia per dar man forte a un’altra repubblica che stava combattendo per la propria vita. Anita – incinta del quinto figlio – però si ammalò nel tragitto e, dopo una rocambolesca fuga in Romagna, trovò, stremata, la morte nelle valli di Comacchio.

 

Lo stivale di Garibaldi

Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…

Garibaldi in Aspromonte di Giovanni FattoriParliamo ora di Giuseppe Garibaldi, ma non tanto delle sue numerosissime imprese – per le quali servirebbe una cinquina apposita – quanto per un’avventura fallimentare che è però entrata nella storia, e le cui memorabilia sono conservate al Vittoriano.

Nel corso del 1860 il generale aveva guidato i suoi celebri Mille uomini allo sbarco in Sicilia e alla risalita verso il centro Italia, contribuendo in maniera decisiva all’unificazione del paese ma dovendo accettare per la prima volta in vita sua dei compromessi: si sottomise al re di Sardegna e accettò di non attaccare Roma, atto che avrebbe aperto un fronte insostenibile per i Savoia, che invece avevano bisogno dell’appoggio della Francia, protettrice anche del papa.

La questione romana, però, rimase un chiodo fisso nella mente di Garibaldi, che d’altronde era forse il primo degli anticlericali d’Italia e che proprio nel tentativo di salvare la repubblica romana, poco più di dieci anni prima, aveva perso la sua amata moglie. Così nel 1862, di sua iniziativa e senza sentire il governo italiano, organizzò una spedizione: mentre si trovava in Sicilia per un incontro commemorativo dell’impresa dei Mille, radunò un gruppo di poche migliaia di persone e decise di partire verso Catania, col progetto di sbarcare in Calabria e risalire la penisola fino a Roma, completando l’impresa che aveva lasciato in sospeso due anni prima.

La battaglia dell’Aspromonte

In Calabria decise di passare per l’Aspromonte, per evitare gli attacchi via mare, ma qui fu intercettato dalle truppe di Emilio Pallavicini; cercando di impedire ai suoi uomini di sparare contro l’esercito regolare italiano, Garibaldi si sporse e fu ferito due volte: alla coscia sinistra e al piede destro. Quel ferimento pose fine al nuovo tentativo di impresa ma colpì in maniera così forte l’immaginario collettivo che venne immortalato in una celebre ballata popolare.

Garibaldi fu arrestato e detenuto per qualche settimana, prima di essere amnistiato dal re. Riprovò a marciare di nuovo su Roma nel 1867, ma anche in questo caso fu arrestato; grazie ad un sosia riuscì però a scappare e a puntare per l’ennesima volta sulla città dei papi, ma anche questo nuovo tentativo fallì. Quando Roma fu finalmente conquistata dagli italiani, lui era a Caprera; poco dopo si sarebbe recato in Francia per combattere contro i prussiani.

 

La cripta con la salma del Milite Ignoto

Il simbolo dei morti senza nome della Grande Guerra

Le salme allineate ad Aquileia nel 1921Creato per onorare la figura di Vittorio Emanuele II e per celebrare il cinquantenario dell’Unità d’Italia, l’Altare della Patria cambiò ben presto la sua destinazione d’uso: inaugurato nel 1911, già dieci anni dopo iniziò a ospitare la salma del Milite Ignoto, diventando il principale monumento italiano ai caduti della Grande Guerra.

La Prima guerra mondiale, a cui l’Italia prese parte dal 1915 al 1918, fu infatti un’immane carneficina, capace di mietere milioni di vittime in tutto il mondo; molti dei morti, devastati dalle bombe e dalle granate, non erano nemmeno riconoscibili e tantissime famiglie non avevano una salma da piangere. Per questo, già pochi mesi dopo la fine della guerra, vari paesi europei iniziarono a considerare la possibilità di erigere dei monumenti ai caduti ignoti.

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La prima fu la Francia, nel 1920, ma l’Italia si accodò poco dopo: nel 1921 fu convocata nella Basilica di Aquileia la signora Maria Bergamas, madre di un ragazzo triestino che aveva disertato dall’esercito austriaco e si era arruolato in quello italiano, trovando la morte in battaglia senza però che il corpo fosse recuperato; alla signora furono presentate undici salme di militi ignoti e le venne chiesto di sceglierne una in rappresentanza di tutti, ma la donna crollò a terra in lacrime dopo alcuni cadaveri. Il corpo davanti al quale si fermò fu quello prescelto.

Il 4 novembre 1921

Il milite fu trasportato da Aquileia a Roma in treno, fermandosi in tutte le stazioni per permettere alla gente di rendergli omaggio; la tomba fu collocata infine sul Vittoriano il 4 novembre 1921, alla presenza di Vittorio Emanuele III, dopo essere passata per la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e aver ricevuto tutti gli onori del caso.

Nel corso degli anni ’30, infine, mentre all’esterno dell’Altare della Patria rimaneva il monumento funebre con la pira accesa e con la guardia sempre montata, il feretro fu traslato all’interno, nella cripta denominata sacello del Milite Ignoto. Tale cripta fu realizzata anche con materiali provenienti dalle montagne dove era stata combattuta la Grande Guerra, come il Grappa e il Carso.

 

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