Cinque cose da sapere su Milton Friedman, l’economista padre del neoliberismo

Milton Friedman, economista controverso ma molto influente

 
Nonostante sia morto ormai da dieci anni, Milton Friedman continua a fare discutere. O, meglio: continuano a fare discutere le sue teorie economiche, che negli ultimi trenta o quarant’anni hanno segnato le politiche mondiali e i movimenti d’opinione.

Il padre della scuola di Chicago

Nato a Brooklyn nel 1912, Friedman ha insegnato a lungo a Chicago, fondando lì una scuola che è diventata celebre soprattutto a partire dagli anni ’60 del Novecento. Dopo essersi occupato prevalentemente di politica monetaria, nel 1976 ha vinto il Premio Nobel per l’economia, coronando una carriera ricca di soddisfazioni accademiche ma anche di ottimi libri divulgativi.

Proprio questi libri, scritti in bello stile, gli attirarono l’attenzione della classe politica angloamericana. Sia Ronald Reagan che Margaret Thatcher sposarono infatti in pieno le sue teorie, applicandole negli Stati Uniti e in Gran Bretagna nel corso degli anni ’80 e dando avvio a una stagione profondamente neoliberista. Ma in cosa consistevano queste teorie? E perché si continua a discuterne ancora oggi? Cerchiamo di vederci più chiaro.

 

Il liberismo estremo

Meno Stato possibile

Milton Friedman, economista controverso ma molto influenteSempre ostile all’intervento dello Stato nell’economia, Friedman è stato il portatore di alcune delle più moderne e recenti teorie liberiste. Vediamole nel dettaglio. In primo luogo, sosteneva che la spesa pubblica doveva essere drasticamente ridotta, in opposizione a quanto si era fatto nel corso del ‘900 sia negli Stati Uniti che in Europa, in risposta alle crisi. Lo scopo primario doveva essere infatti quello di contenere l’inflazione, uno spauracchio costante.

Come ogni liberista, riteneva che le forze propulsive del mercato non potessero venire da fuori di esso, e che anzi le tasse e l’intervento statale finissero il più delle volte per frenare quelle forze. Non solo: sosteneva che solo il liberismo potesse garantire la vera e reale democrazia. Non è un caso che il suo libro più noto, scritto assieme alla moglie Rose, si intitolasse Free to Choose, cioè Liberi di scegliere. E che con quel titolo tenne anche una serie di approfondimenti televisivi di buon successo.

Il successo divulgativo

Inoltre, in Capitalismo e libertà, del 1962, sottolineò la sua propensione verso un sistema di libera impresa e di responsabilità individuale. Tenne infine anche una rubrica su Newsweek proprio a partire dal 1966, cosa che gli permise di rendere estremamente popolari queste sue sue teorie economiche.


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Il monetarismo

L’aumento fisso del denaro circolante

Il monetarismo è la teoria fondamentale di Milton FriedmanIl principale contributo di Milton Friedman alla teoria economica è probabilmente il monetarismo. Secondo questa visione, l’economia privata è sostanzialmente stabile fino a quando non viene disturbata da rapide fluttuazioni della massa monetaria o da altre azioni del governo. Friedman chiedeva quindi una “regola monetaria costante” secondo cui il denaro circolante emesso da una nazione dovesse crescere di una percentuale fissa ogni anno, evitando così un eccesso o l’inflazione.

Questo lo portò rapidamente in contrasto con la Federal Reserve, la banca centrale americana, responsabile del controllo della quantità di denaro circolante. Nella sua opera A Monetary History of the United States (Storia monetaria degli Stati Uniti) analizzò il periodo della Grande Depressione, incolpando la Federal Reserve di aver fatto diminuire il denaro circolante. Secondo l’interpretazione keynesiana, il ruolo di quella banca fu marginale nella questione, ma Friedman in questo modo le diede le principali responsabilità.

Il rapporto con la Federal Reserve

Nonostante non abbia mai assunto incarichi politici, l’influenza di Friedman si fece sempre più pressante sulla Federal Reserve. Tanto che nel 1979 la banca centrale approntò una nuova politica di aumento degli obiettivi monetari proprio seguendo i dettami proposti dall’economista.

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L’influenza su Reagan e la Thatcher

Un economista anche a favore della liberalizzazione delle droghe

L'economista Friedman con Ronald ReaganIl periodo di massima influenza di Friedman furono, come detto, gli anni ’80. In quel decennio le sue teorie furono sposate in toto dal Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, che varò una politica economica che passò alla storia come Reaganomics. Friedman infatti si era preoccupato già negli anni precedenti all’elezione di istruire, in un certo senso, l’allora governatore della California, che una volta giunto al potere lo seppe poi ricompensare adeguatamente.

Chiamato, proprio da Reagan, il «cavaliere senza macchia del libero mercato», Friedman fornì consulenze ai leader di mezzo mondo che rapidamente si accodarono alle scelte economiche americane. Questo gli attirò notevoli critiche, sia dagli economisti teorici del welfare state, sia anche da alcuni liberisti anarchici.

Di nuovo sulla breccia negli anni Duemila

Con la fine degli anni ’80 la sua stella, mai veramente tramontata, venne messa un po’ in disparte. Lui non cessò di esporre le sue teorie, venendo di tanto in tanto ripreso e trovando un nuovo successo nei primi anni Duemila. Ma le sue battaglie non furono sempre in linea con le politiche dei partiti conservatori. Ad esempio, da perfetto liberale richiese con forza e costanza la liberalizzazione delle droghe, convinto che il proibizionismo ne avesse aumentato la diffusione e i danni.


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La scuola di Chicago

I successi accademici

Friedman a Chicago nel 1971Friedman divenne professore di economia all’Università di Chicago nel 1946. Laureatosi alla Rutgers University del New Jersey, era arrivato in città nel 1933 per frequentare un master. Successivamente aveva ottenuto anche un dottorato alla Columbia e aveva collaborato come ricercatore col National Bureau of Economic Research e con la Divisione di ricerca sulle tasse del governo.

Chicago, però, era diventata la sua destinazione definitiva poco dopo aver passato i trent’anni. Lì restò per tre decenni, elaborando le proprie teorie e formando una generazione di futuri economisti che avrebbero avuto una profonda influenza sulla politica non solo nordamericana. Andò in pensione nel 1979, ma tenne comunque vari seminari negli anni successivi, soprattutto a Stanford.

Gli allievi

Tra i suoi allievi, soprattutto negli anni ’60, ci furono anche molti giovani studiosi cileni, arrivati a Chicago proprio per seguire le sue lezioni. La fama di Friedman era infatti giunta fino a Pinochet, che voleva basarsi sulle sue teorie per riformare l’economia cilena. D’altronde, le dottrine dell’economista americano erano viste come l’esatto opposto dello statalismo di sinistra, ed era logico quindi che un dittatore che aveva preso il potere in quel modo si rivolgesse ad esse.

 

I consigli a Pinochet e le critiche

Le accuse di Naomi Klein a Friedman

I "Chicago Boys" cileniTra gli allievi di Friedman ci fu infatti anche José Piñera, giovane economista che sul finire degli anni ’70 fu portato all’interno del governo cileno da Augusto Pinochet. Assumendo come consulenti i cosiddetti “Chicago boys” – altri cileni che avevano studiato presso Friedman e il suo collega Arnold Harberger –, Piñera lavorò come Ministro del Lavoro e delle Miniere. E lì applicò le riforme proposte da Friedman: privatizzò il sistema pensionistico, riformò il codice del lavoro e aprì il settore minerario ai privati.

Ma la collaborazione di Friedman col regime non si limitò agli allievi. L’economista newyorkese incontrò personalmente Pinochet durante una sua visita negli Stati Uniti e si recò poi in Cile. Inoltre i due si scambiarono varie lettere, in cui Friedman spiegò minuziosamente i principi delle sue teorie. Ricevette molti attacchi, davanti ai quali fece spallucce, sostenendo di collaborare esclusivamente come un tecnico.

Consulente del dittatore?

Questo “collaborazionismo”, però, non gli è mai stato perdonato. In anni più recenti, la giornalista Naomi Klein ha dedicato alla questione – e più in generale al neoliberismo aggressivo – il libro Shock Economy. In esso ha sostenuto, portando vari esempi storici, che il sistema neoliberista di Friedman si sia imposto nel mondo contro il volere popolare, sfruttando alcuni “shock”, utili a far passare riforme che altrimenti non sarebbero mai state approvate.

Ma Friedman era un personaggio controverso anche quando non si occupava di politica estera. Riguardo alla scuola americana, ebbe a dire: «Qual è il motivo per cui il nostro sistema educativo prepara dei giovani che non sanno leggere, scrivere o far di conto? La risposa è semplice ma nondimeno corretta: il motivo è che il nostro attuale sistema scolastico è un monopolio diretto primariamente dai sindacati degli insegnanti. Sono tra i sindacati più forti del paese e una delle lobby più potenti». Dichiarazioni che non gli attirarono molte simpatie, visto che le lobby in America erano ben altre.

D’altronde, Friedman non si preoccupava più di tanto per tutte queste critiche. «Non mi importa come sono qualificato – diceva –, voglio che la gente pensi alle idee e a quello che possono portare».

 

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