Cinque cose da sapere sulla guerra in Libia

La bandiera nera dello Stato Islamico sulla Libia in guerra

Non è certo una cosa bella, ma la situazione in Libia in questi mesi si è fatta di nuovo molto calda, e merita un approfondimento. Per questo oggi dedichiamo spazio a un articolo politico, che non vi presenta quindi alcuna bellezza, ma ha lo scopo di fare chiarezza e di riassumere i punti chiave di una vicenda che si sta facendo sempre più ingarbugliata. E che rischia di diventare ancora più complessa, vista la possibilità di un intervento militare dell’Occidente.

Lo stato nordafricano, in passato già colonia italiana, ha cambiato regime, come ricorderete, nel 2011. Una guerra civile interna in cui intervennero anche varie potenze occidentali, africane e arabe portò infatti alla caduta e alla morte di Muammar Gheddafi. Da lì, l’idea di un nuovo stato, che però è tramontata in fretta, minata dal suo stesso interno. Sono sorte prima due fazioni in lotta, a cui se ne è aggiunta poi una terza, quella che più preoccupa i paesi occidentali: l’ISIS.

Ora, dopo mesi di mediazione, le prime due parti in conflitto sembrano pronte – forse – a trovare un accordo, ma rimane da sistemare il problema dei jihadisti. E si prospetta un intervento militare di varie forze, tra cui forse anche l’Italia. Italia che, tra l’altro, è stata colpita anche da rapimenti, uccisioni e minacce di vario tipo. Come andrà a finire? È presto, purtroppo, per dirlo. Intanto, però, cerchiamo di riassumere i punti più salienti di questa nuova guerra di Libia.

 

Come si è passati dalla prima alla seconda guerra civile

Elezioni e parlamenti

Il generale Khalifa Haftar, che ha avuto un peso rilevante nello scoppio della seconda guerra civile in LibiaCome scritto nell’introduzione, alla fine del 2011 la situazione sembrava stabilizzata e si poteva sperare in una Libia più libera e democratica. Speranze, purtroppo, disattese quasi subito. Gli scontri del 2011, infatti, lasciarono ampi strascichi, sia perché ormai nel paese erano entrate armi di tutti i tipi, che le varie forze non erano di certo disposte a restituire, sia perché gli ex ribelli si sentivano più legati ai rispettivi capi locali che al governo centrale.

Nel luglio 2012 si svolsero, in questo clima, le prime elezioni politiche del nuovo corso, che portarono alla formazione del Congresso Nazionale Generale. Questo nuovo parlamento doveva dare la fiducia a un governo ad interim e, soprattutto, scrivere la nuova Costituzione. Nel corso dell’anno e mezzo successivo, però, quest’assemblea perse smalto sia per l’incapacità del governo di fermare le violenze all’interno del paese, sia per l’emergere di partiti islamisti. Inoltre, il Congresso votò per estendere la propria validità di un ulteriore anno rispetto al mandato iniziale.

Davanti a queste novità, il generale Khalifa Haftar, nel maggio 2014, ha promosso un’operazione militare chiamata Operazione Dignità (ma etichettata dagli islamisti come un colpo di Stato), costringendo il Congresso a sciogliersi e ad indire nuove elezioni. In quelle consultazioni, svolte a giugno, ha votato solo il 18% dell’elettorato, eleggendo una nuova Camera dei Rappresentanti in cui gli islamisti hanno ottenuto un numero di seggi assai ridotto. A questo fatto, le milizie di questa parte politica hanno risposto con l’operazione Alba Libica che ha portato alla riunione di una parte dei membri del vecchio Congresso e di una parte degli eletti della nuova Camera in un altro parlamento, chiamato Nuovo Congresso Nazionale Generale.

 

I due governi in lotta

Tra Tripoli e Tobruk

Khalifa Ghwell, primo ministro del governo di TripoliA fine 2014, insomma, le forze in campo erano sostanzialmente due. Da una parte c’erano i gruppi islamisti, che inizialmente non avevano la maggioranza politica ma che pian piano avevano guadagnato sempre più forza e si erano riuniti nel Nuovo Congresso Nazionale Generale. All’interno di questo schieramento militavano milizie tra loro anche molto diverse, come quelle dei Tuareg e quelle dei sostenitori della Shari’a. Presidente dell’assemblea è, tuttora, Nuri Busahmein e il Primo Ministro che fa capo a questo schieramento è Khalifa Ghwell, non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Dall’altra parte c’era la Camera dei Rappresentanti, eletta dopo l’intervento militare. In questa assemblea mancavano completamente gli islamisti (che, pur eletti, rifiutarono di sedervisi). Il capo militare è ancora adesso il già citato Khalifa Haftar, mentre il presidente dell’assemblea è Aguila Saleh Issa e il Primo Ministro – questo sì riconosciuto dall’Occidente – è Abdullah al-Thani.


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Inoltre, fin da subito alcuni paesi vicini si sono schierati apertamente coi due contendenti, entrando direttamente nel conflitto. Con gli islamisti del Nuovo Congresso si sono posizionati il Qatar e la Turchia, mentre con la Camera dei Rappresentanti l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. Infine, diverse anche le zone di influenza: il governo islamista ha infatti la sua sede a Tripoli, mentre quello riconosciuto da Europa e Stati Uniti ha come capitale Tobruk.

 

Il ruolo dell’ISIS

La terza forza in campo

La bandiera nera dello Stato Islamico sulla Libia in guerraCome se la situazione non fosse già abbastanza complessa, sul finire del 2014 è entrata in scena una terza forza, quella che ha davvero preoccupato la comunità internazionale. A Derna, città orientale sulla costa del paese, ha preso il potere un gruppo di giovani legati appunto allo Stato Islamico. Un gruppo che nel corso dei mesi successivi ha perso il proprio predominio a Derna, ma si è espanso e ha portato la sua influenza su altre zone del paese.

La regione più importante attualmente sotto il controllo dell’ISIS è un ampio territorio attorno alla città di Sirte. Una città che ha anche un certo valore simbolico, sia perché si trova al confine tra le zone di influenza dei due diversi governi in lotta, sia perché è la città natale di Gheddafi. Inoltre, gli stati occidentali e in particolare gli Stati Uniti ritengono che dalle basi dell’ISIS siano partiti anche dei miliziani responsabili ad esempio dell’attentato al Museo del Bardo di Tunisi.

 

I molti dualismi della Libia

Zone geografiche ed etnie

I TuaregIl problema profondo della situazione libica è però un altro, e va al di là degli schieramenti contingenti. Il paese, infatti, è attraversato da una serie di dualismi e di divisioni che il regime di Gheddafi aveva per lungo tempo tenuto nascosti, ma che ora sono riemersi con grande prepotenza. E trovare una sintesi tra tutti questi dualismi è un’impresa difficile.

Solo per citare le contrapposizioni più importanti, non si può non partire tra quella tra Cirenaica e Tripolitania. La prima è la zona orientale del paese, ora nelle mani del governo filo-occidentale di Tobruk, da sempre con aspirazioni indipendentiste; l’altra è la zona nord-occidentale, che ha in Tripoli il proprio centro nevralgico. Ma poi, anche all’interno della stessa Tripolitania, c’è la rivalità tra Zintan (sede della prima rivolta contro Gheddafi) e Misurata. Ma poi c’è anche il dualismo etnico tra berberi e arabi al nord e tra Tuareg e Tebu al sud. Insomma, le divisioni in certi frangenti sembrano essere ben maggiori dei tratti d’unione.

 

Il ruolo dell’ONU e dei paesi arabi

La difficile strada verso il governo di unità nazionale

Bernardino Léon, primo rappresentante ONU nella regioneE la comunità internazionale, cosa fa? Diciamo subito che una posizione di indifferenza era difficilmente concepibile, soprattutto dopo che proprio la comunità internazionale aveva avuto un ruolo così decisivo nell’ambito della prima guerra civile. Fin da subito, quindi, i paesi esteri hanno cercato di intervenire nella crisi libica per via diplomatica. L’ONU, dal canto suo, sul finire del 2014 ha mandato nella zona il suo rappresentante Bernardino Léon, col compito di avviare dei colloqui di pace tra le due fazioni.

Dal punto di vista militare, i primi ad intervenire sono stati gli Emirati Arabi Uniti, che già nell’agosto 2014 bombardarono le postazioni di Alba Libica. Successivamente, all’inizio del 2015 è stato l’Egitto a farsi avanti, in risposta al massacro da parte dell’ISIS di un gruppo di ventuno cristiani copti egiziani. A favore del governo di Tripoli, invece, sono intervenuti il Qatar e la Turchia, mentre gli Stati Uniti, d’accordo con l’esecutivo di Tobruk, hanno coordinato delle azioni mirate contro alcuni esponenti dell’ISIS.


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Verso la fine dello scorso anno, però, ha ripreso slancio l’iniziativa di pacificazione dell’ONU. Léon sembrava infatti essere riuscito a mettere d’accordo i due parlamenti per la formazione di un governo di unità nazionale, ma prima uno scandalo che ha visto protagonista lo stesso rappresentante ONU (che ha accettato un lavoro per gli Emirati Arabi, parte attiva nel conflitto), poi la rottura tra i due presidenti dei parlamenti ha rallentato la trattativa.

Un nuovo delegato ONU, Martin Kobler, e una serie di conferenze di pace, però, di recente sembrano aver ripreso in mano la questione. La crescente minaccia dell’ISIS infatti preoccupa tutti, e tra gennaio e febbraio Fayez Serraj – già individuato in precedenza da Léon – ha presentato la lista per il tanto atteso nuovo governo di unità nazionale. Il problema ora è il voto favorevole dei due parlamenti, che per il momento è stato rinviato più volte. Il motivo? Una fazione, fedele al generale Haftar (e ad Egitto e Francia, pare), preferirebbe una soluzione militare, per spazzare via ISIS e magari anche gli islamisti di Tripoli.

 

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