Cinque divertenti canzoni di Checco Zalone

Checco Zalone produce ormai da anni canzoni demenziali di enorme successo, spesso cantate nei suoi film

 
Forse il nome di Luca Medici non vi dirà niente. Né farvi sapere che è nato a Bari nel 1977 e lì cresciuto aiuterà a dirimere i dubbi. Farvi sapere però che il suo nome d’arte è quello di Checco Zalone subito vi farà tornare alla mente quello che negli ultimi anni è stato la principale sorpresa del cinema italiano, almeno (ma forse non solo) a livello di incassi.

Formatosi come cabarettista, giunto alla notorietà grazie alla trasmissione TV di Zelig, Checco Zalone propone una comicità politicamente scorretta, sguaiata, perfino fastidiosa. Ma, bisogna dirlo, in certi casi anche intelligente. Basta vedere le sue apparizioni in alcuni programmi tipici della sinistra intellettuale – come, ad esempio, Che tempo che fa di Fabio Fazio – per rendersi conto che il comico non è affatto stupido, e ha il particolare talento di cogliere il punto debole di chi vuole imitare.

Un comico nazionalpopolare

Ma Medici non ha scelto di rimanere confinato a comico militante, pur avendone probabilmente le capacità. Ha preferito la versione di comico nazionalpopolare, che gioca sui difetti della nazione portandone in scena i vizi e l’ignoranza. Certo, manca la reprimenda, perché i personaggi di Zalone sono stupidi ma comunque positivi e fortunati, ma è stato proprio questo a renderne possibile un successo così stratosferico.

Di film Zalone ne ha realizzati una manciata, tutti capaci di battere parecchi record. Di canzoni, però, nel suo repertorio ce ne sono molte di più, perché già prima di mettersi davanti alla macchina da presa ne aveva composte per i suoi spettacoli di cabaret. Scopriamo le più belle e divertenti.


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Siamo una squadra fortissimi

L’inno ufficioso dei Mondiali di calcio del 2006

Checco Zalone non è solo un personaggio che basa la sua fortuna sulla musica: i suoi film dimostrano anche la capacità di creare gag amatissime dal pubblico e personaggi ben congegnati. È però indubbio che sono state le sue parodie musicali a dargli il primo importante successo. In particolare, la canzone che l’ha fatto conoscere al di fuori di Zelig è stata Siamo una squadra fortissimi, pubblicata nel 2006.

Trasmessa per la prima volta all’interno di un programma radiofonico di Ivan Zazzaroni su Radio Deejay, la canzone spopolò immediatamente tra i più giovani, anche grazie all’arrivo dei Mondiali di Germania e al successo degli azzurri. Sgrammaticato e sguaiato, il testo celebrava il tifo per la Nazionale ma non dimenticava anche di fare qualche riferimento a Calciopoli, l’altro grande caso calcistico di quell’estate.

In testa alla classifica

Il singolo riuscì ad arrivare fino alla posizione numero 1 della classifica italiana e aprì la strada a incarichi sempre più prestigiosi per Zalone in TV. Incarichi che avrebbero presto portato anche al cinema.

 

I uomini sessuali

Lo zotico Zalone e le interpretazioni della canzone

Era il 2009 quando Checco Zalone, già volto noto grazie alle apparizioni televisive, arrivava nei cinema con Cado dalle nubi. Il film era stato scritto dallo stesso comico assieme al regista Gennaro Nunziante e al produttore Pietro Valsecchi, ma basava una certa parte della sua fortuna sulle canzoni che Zalone aveva composto da solo, com’era solito fare dai tempi del cabaret.

Il brano più importante e di maggior fortuna fu I uomini sessuali, canzone che affrontava il delicatissimo tema dei diritti degli omosessuali. Diciamolo subito: in un paese in cui l’omosessualità non fosse discriminata, una canzone del genere avrebbe fatto semplicemente sorridere, perché mette in campo tutti i più biechi pregiudizi e ci mostra un personaggio zotico e ignorante, alle spalle di cui ridere.

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Un involontario specchio del paese?

Il problema è che l’Italia non è poi un paese così avanzato, e le stesse parole che Zalone metteva in musica con intento parodistico vengono a volte pronunciate anche da parlamentari e personalità di spicco della nostra società. Ma una canzone va giudicata per se stessa e non per quello che la gente ci coglie o non riesce a coglierci. E, da questo punto di vista, il brano è divertente.

 

L’amore non ha religione

Dalla colonna sonora di Che bella giornata

Dopo il successo – inatteso e in parte imprevedibile – di Cado dalle nubi, Checco Zalone si mise al lavoro per un nuovo film. Il frutto delle fatiche sue e del fido compare Gennaro Nunziante uscì nel gennaio 2011. Si trattava di Che bella giornata, capace di incassare più di 2 miliardi e mezzo di euro nel solo primo giorno di programmazione, terzo miglior risultato di sempre in Italia e primo per un film nostrano.

La pellicola raccontava l’amore tra un pugliese emigrato al nord e una giovane ragazza araba. A complicare il rapporto c’erano però due fatti. Da un lato il personaggio di Zalone lavorava come guardiano al Duomo di Milano, rischiando però sempre il posto, mentre dall’altro la giovane araba, Farah, aveva in programma addirittura un attentato nella celebre chiesa meneghina. Per fortuna, come nelle migliori commedia, tutto si risolveva, anche se in modo fin troppo semplicistico.


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Il ricorso al politicamente scorretto

L’obiettivo di Checco Zalone, ovviamente, non era far pensare, né parlare di terrorismo internazionale, quanto di far ridere. E da sempre il comico pugliese centra il bersaglio tirando in ballo tutti i temi più scabrosi, e dissacrandoli con una falsa ignoranza. Così anche la canzone L’amore non ha religione, tema portante di tutto il film, gioca sulla questione. Usando anche il politicamente scorretto e la volgarità, anche se senza esplicitarle mai.

 

Dove ho sbagliato

Rimpiangere una moglie alla maniera di Checco Zalone

2013: terzo film di Checco Zalone e terza canzone memorabile (e provocatoria) da inserire nella nostra cinquina. Il film è Sole a catinelle, il brano è Dove ho sbagliato, la storia è una storia d’amore al tempo della crisi, sia familiare che economica. Zalone interpreta infatti un cameriere d’hotel che lascia il lavoro per cercare fortuna come venditore di aspirapolvere, ma finisce per indebitarsi troppo e mandare in rovina la famiglia.

Tutto il film è un tentativo – perlopiù tragicomico – di risollevarsi, mentre nel frattempo cerca di non deludere il figlio, a cui ha fatto come suo solito promesse che non è in grado di mantenere. Tra improbabili frequentazioni altolocate e tentativi di riconquistare la moglie che l’ha lasciato, Checco passa attraverso varie disavventure, poi fortunatamente coronate dal successo.

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«Ti ho mai vietato di fare un bucato?»

Dove ho sbagliato è il brano in cui, passeggiando per Prato della Valle a Padova, il protagonista rimpiange la moglie, tanto amata e ora perduta. Invece di ricordare con nostalgia le qualità della donna, però, Checco non fa altro che dipingere una situazione retriva, ironizzandoci sopra: «Ti facevo stirare, ti facevo lavare. Dico: ti ho mai vietato di fare un bucato? Dove ho sbagliato… dove ho sbagliato? Era tua la letizia di gettar l’immondizia, tua è l’immensa emozione fare il cambio stagione».

 

La prima Repubblica

La canzone “politica”

Finora abbiamo visto tutte canzoni che non sono altro che parodie dello stile neomelodico. D’altronde, il personaggio di Checco Zalone fu creato da Luca Medici proprio con l’intento di ridicolizzare il genere, che andava tanto di moda tra certe frange della popolazione. Zalone è però capace anche d’altro, e l’ha dimostrato con La prima Repubblica, canzone contenuta in Quo vado?, il film del 2016.

La pellicola racconta di un Checco impiegato statale, strenuo difensore del posto fisso, che però deve fare i conti con l’aria di rinnovamento della pubblica amministrazione. Per questo continua a venire trasferito in zone diverse d’Italia e anche fuori dall’Italia, col preciso intento di spingerlo alle dimissioni. Nel frattempo trova però l’amore e una sorta di famiglia.

Una parodia dei luoghi comuni

Come dicevamo, La prima Repubblica non è però la solita canzone di Zalone. Musicalmente è infatti una parodia dello stile di Adriano Celentano, mentre il testo tira in ballo direttamente la politica. Certo, si tratta pur sempre di una parodia che gioca sui luoghi comuni, ma ci si imbarca su un tema che non è dei più semplici. E lo si fa restando in bilico tra farsa e stupidità, senza però scivolarci dentro.

 

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