Il concetto di avventura, in Giappone, è ben diverso da quello che ne abbiamo noi in Occidente. Per rendersene conto basta prendere in mano la narrativa popolare, dai fumetti, ai romanzi, ai film: in Occidente, ad esempio, l’eroe ha spesso un obiettivo da raggiungere, un oggetto da conquistare o comunque qualcosa di materiale o tangibile da ottenere, e per farlo si trova a duellare con una serie di avversari; in Oriente, invece, pare che spesso l’obiettivo di un’avventura non sia tanto il tesoro che si trova alla fine del percorso, ma il duello in sé e per sé, lo scontro – spesso sulla base di regole che preservano l’onore – tra uomo e uomo.

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Certo, la nostra è un’analisi superficiale e piena di eccezioni (un paio, almeno, le vedremo anche più avanti in questo articolo), poco più di un’impressione, ma sembra confermata anche dalla frequenza con cui nel mondo nipponico si sfornano manga e anime di combattimento, in cui cioè il fulcro della storia verte attorno ad una serie di scontri tra il protagonista e i suoi nemici. Per darvi una panoramica che tocchi alcune pietre miliari di questo genere, vediamo oggi cinque epici anime di combattimento che hanno fatto la storia dell’animazione seriale giapponese.

 

Dragon Ball e Dragon Ball Z

Goku e i combattimenti dei Saiyan

Se dobbiamo parlare di anime basati sui combattimenti non possiamo non partire da Dragon Ball e dai suoi seguiti, cioè dalla serie che più di tutte ha diffuso in Occidente un certo genere di storie basate da un lato sull’avventura e dall’altro sullo scontro con gli avversari.

Il manga, firmato da Akira Toriyama, cominciò ad essere serializzato nel 1984 su Weekly Shonen Jump e ben presto incontrò un grande successo, spingendo lo stesso Toriyama ad abbandonare le sue idee iniziali e a dirigere la serie verso i lidi richiesti dai fan e quindi, ad esempio, mettendo da parte la centralità del tema della raccolta delle sette sfere del drago in favore di tornei e sfide sempre più difficili da affrontare, in un crescendo apparentemente inarrestabile.

Ma, al di là di questo, il successo del fumetto portò rapidamente anche a una serializzazione per la tv, con il lancio dell’anime Dragon Ball nel 1986 e il suo arrivo pure in Italia, su Junior TV, appena tre anni più tardi. In realtà quella prima serie – che fu mandata in onda in Giappone per tre stagioni – adattò solo una parte del manga originale, corrispondente fino alla fine del diciassettesimo tankobon, mentre il resto del manga fu trasportato in Dragon Ball Z, lanciato subito di seguito, nel 1989, e proseguito fino al 1996.

Se l’inizio della storia era stato abbastanza picaresco e non esente da grandi momenti comici, da un certo punto in poi la serie divenne davvero completamente incentrata sui combattimenti che Goku si trovava a dover affrontare contro nemici sempre più potenti; sono entrati nell’immaginario di una generazione, da questo punto di vista, lo scontro con i Saiyan e la trasformazione in Super Saiyan, i nemici Vegeta e Freezer, le armi dell’onda energetica (o onda kamehame, a seconda dei doppiaggi) e della tecnica della fusione. Alle due serie originali, le migliori e probabilmente più appassionanti nonostante la semplicità della trama, sono seguite poi Dragon Ball GT, creata appositamente per la tv e ambientata circa dieci anni dopo la fine della precedente, e più di recente Dragon Ball Kai, una revisione compatta e però ammodernata di Dragon Ball Z.

 

Yu Yu

La lotta di un ragazzo già morto contro i demoni

Figlia degli anni Novanta è invece la serie Yu Yu, tratta dal manga Yu degli spettri di Yoshihiro Togashi, autore anche di quell’Hunter x Hunter di cui parleremo a breve e marito di quella Naoko Takeuchi che è l’autrice di Sailor Moon, altro manga, decisamente più al femminile, in cui i combattimenti rivestono comunque un ruolo importante.

Lo Yu del titolo è un ragazzino scapestrato e intollerante alle regole che però, in apertura di serie, compie inaspettatamente un gesto molto generoso sacrificandosi al posto di un bambino che sembra in procinto di essere investito; la sua morte, avvenuta in modo così inatteso, sconquassa gli equilibri tra paradiso e inferno e viene quindi deciso di farlo tornare in vita, affidandogli però l’incarico di detective del mondo degli spiriti, incarico che presto si evolve in quello di cacciatore di demoni.

Molti sono gli scontri che Yu deve affrontare contro queste creature soprannaturali, sia in situazioni estemporanee che all’interno di tornei organizzati, facendosi aiutare nell’impresa soprattutto dalla sua assistente Botan, dall’amico Kazuma e alla fine anche dai demoni Hiei e Kurama.

Di per sé il manga, serializzato in tre anni e mezzo e poi raccolto in 19 volumetti, non era particolarmente lungo, ma l’anime riuscì a portare avanti la storia per ben 112 episodi, dilatando i tempi dei vari duelli e introducendo alcune piccole modifiche alla trama originale; trasmesso in Italia inizialmente da La7 nel 2001, l’anime è stato poi portato avanti da MTV, che l’ha mandato in onda interamente tra il 2002 e il 2006; successivamente la DeAgostini ne ha lanciato la raccolta in edicola, mentre nei negozi specializzati se ne trova un’edizione della Yamato Video che raccoglie in cofanetto i DVD della prima stagione. Oltre alla serie animata, infine, tra il 1992 e il 1994 sono stati realizzati anche due film legati ai personaggi del manga: Il sigillo d’oro e Yu Yu Hakusho – I guerrieri dell’inferno, entrambi doppiati e distribuiti anche in Italia.

 

Hunter x Hunter

Gon e i suoi amici alla ricerca del dominio del nen

Subito dopo aver concluso Yu degli spettri, come anticipavamo, Yoshihiro Togashi si è messo al lavoro su un altro manga, basato come il precedente su una trama scandita dai combattimenti e su un mondo ben diverso da quello reale in cui viviamo, ma con caratteri decisamente originali rispetto a Yu Yu.

Hunter x Hunter ha così cominciato ad uscire, nel 1998, su Shonen Jump, incontrando subito un immediato successo e guadagnandosi, già un anno dopo, la trasposizione sul piccolo schermo ad opera della Nippon Animation.

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L’anime originale, prodotto fino al 2001 e importato in Italia, con qualche censura, da Mediaset su Italia 1, in realtà presenta solo una parte della storia, visto e considerato che il manga – nonostante le molte pause che di tanto in tanto Togashi si prende, un po’ per motivi di salute e un po’ per questioni non meglio precisate – continua ad uscire a tutt’oggi, oltre tredici anni dopo l’ultimo episodio dell’anime; ciononostante i fan hanno sempre richiesto nuovo materiale e così nel corso degli anni a questa prima serie si sono affiancate nuove produzioni, come 30 episodi OAV (cioè usciti direttamente per l’home video) e soprattutto una seconda serie, lanciata nel 2011 e ancora inedita in Italia, in cui si è raccontata da capo tutta la storia, facendola poi proseguire una volta raggiunto il punto a cui era arrivata la prima produzione.

La trama, ambientata in un mondo immaginario, si concentra sulle avventure di Gon, un giovane ragazzo che decide di intraprendere la carriera di hunter anche per poter così incontrare il proprio padre scomparso, che pare essere l’hunter più forte del mondo; così impara a governare il proprio nen, cioè l’aura che ogni essere vivente può produrre ma che solo gli hunter possono gestire, e conosce nel frattempo un gruppo di amici che lo accompagneranno nelle varie imprese, cioè Killua, che proviene da una famiglia di spietati assassini, Kurapika, che cerca vendetta per il proprio clan, e Leorio, che spera di poter diventare un medico.

 

One Piece

I pirati di Eiichiro Oda e le loro avventure in tv

Se Dragon Ball è stata sicuramente la serie giapponese più importante degli anni Novanta – in Italia come nel resto del mondo –, quella che ha lasciato il segno in maniera più forte sugli anni Duemila è stata forse One Piece, l’anime tratto a partire dal 1999 dal manga di Eiichiro Oda.

La trama, per chi non la conoscesse, è centrata su Monkey D. Rufy, un ragazzo che ha il potere di allungarsi come un vero uomo di gomma grazie a un particolare frutto che ha mangiato da bambino e che ha il sogno di diventare il re dei pirati; in un’atmosfera grottesca e spesso surreale Rufy – detto Cappello di Paglia – raduna quindi un equipaggio molto colorito composto, tra gli altri, dallo spadaccino Roronoa Zoro, dalla ladra Nami, dall’inventore Usop, dal cuoco Sanji e da molti altri ancora, e parte alla ricerca del fantomatico e leggendario One Piece, un tesoro magnifico che è stato lasciato, probabilmente alla fine della Rotta Maggiore, dal pirata Gol D. Roger.

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Pubblicata a partire dal 1997 sul settimanale Shonen Jump e ancora tutt’oggi in produzione, la serie conta già più di 750 episodi, raccolti per ora in più di 70 volumetti, cosa che rende il manga uno dei più lunghi mai realizzati. In Italia è stato tradotto e continua ad essere tradotto dalla Star Comics, che è ormai vicinissima alla produzione originale giapponese e ha lanciato, dal 2008, una ristampa bimestrale dei primi numeri; anche l’anime ha battuto parecchi record, visto che ne sono già state trasmesse più di 650 puntate, in gran parte tratte dai corrispettivi episodi cartacei anche se, per esigenze di produzione, ogni tanto viene mandato in onda un filler, cioè un riempitivo che permette allo staff degli animatori di lavorare con più calma e poter gestire agevolmente le scadenze.

Il cartone animato in Italia è trasmesso in esclusiva da Italia 1, non senza polemiche a causa di censure e di modifiche ai nomi dei personaggi (Rufy è diventato Rubber) e dello stesso nome della serie, che si è trasformato prima in All’arrembaggio! e poi in Tutti all’arrembaggio; ciononostante, su Italia 2 e soprattutto su Hiro ne viene trasmessa in seconda visione una versione generalmente più conforme all’originale giapponese.

 

Fullmetal Alchemist e Fullmetal Alchemist: Brotherhood

Anime doppio per la storia di due fratelli alchimisti

Concludiamo con una serie che ha ormai più di dieci anni d’età ma che, grazie ad una seconda e recente trasposizione televisiva, ha ancora parecchio da dire soprattutto sul piccolo schermo, Fullmetal Alchemist.

Lanciato nel luglio del 2001 dalla allora neppure trentenne Hiromu Arakawa, il manga è stato serializzato da Square Enix (più famosa in Italia come produttrice di videogiochi che non come editore di fumetti, basti citare Final Fantasy e Tomb Raider) e raccolto poi in 27 tankobon usciti fino al 2010, anno di conclusione della trama; anche in Italia la pubblicazione da parte di Panini, seppure cominciata solo nel 2006, è stata completata a pochi mesi di distanza dal Giappone, nel settembre del 2011.

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Il successo immediato del manga ha generato però, sul versante anime, una situazione un po’ particolare: nel 2003 infatti è partito il primo adattamento per la tv, che per qualche tempo è rimasto fedele alla trama del manga della Arakawa, ma poi se ne è distaccato, visto che aveva di fatto “raggiunto” la produzione cartacea e non c’erano quindi nuovi soggetti disponibili; così la prima serie si è sviluppata in una sorta di continuity parallela, in cui i personaggi si evolvevano e si trovavano ad affrontare avventure diverse da quelle vissute su carta, tanto è vero che il finale dell’anime arrivò nel 2004 dopo 51 episodi, mentre quello del manga sarebbe uscito, e ben diverso, solo sei anni più tardi.

Questa situazione un po’ paradossale ha portato più recentemente lo Studio Bones a produrre un nuovo adattamento – chiamato Fullmetal Alchemist: Brotherhood – che in 64 episodi trasmessi in originale tra il 2009 e il 2010 ha raccontato da capo la storia degli alchimisti (uomini in grado di modificare la struttura della materia), questa volta in maniera più fedele al cartaceo. La storia infatti è quella di due fratelli adolescenti, Edward ed Alphonse Elric, che vogliono apprendere l’arte dell’alchimia e, dopo un primo fallimentare esperimento che li porta a perdere buona parte dei loro corpi e a sostituirli con protesi, appunto, metalliche, decidono di diventare Alchimisti di Stato, con tutto quello che questo comporta.

 

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