È notizia di poche settimane fa la straordinaria impresa di Vincenzo Nibali, che dopo aver vinto il Giro d’Italia lo scorso anno, ha conquistato anche il Tour de France, imponendosi come uno dei più straordinari atleti della sua generazione. Ma la storia del ciclismo italiano è piena zeppa di successi e grandi personalità, di storie umane e fatiche, tanto che questo sport è forse l’unico che ancora oggi, a livello di giornalismo e racconto, riesce almeno a tratti a tenere testa al calcio sui giornali.

In particolare, la gara che più di tutte scalda il cuore agli appassionati nostrani è indubbiamente il Giro d’Italia, che attraversa ogni anno la nostra penisola (e non solo) e offre una tale varietà di paesaggi e di percorsi da lasciare spazio a tutte le qualità dei corridori.

Non a caso, il Giro vanta un albo d’oro di tutto rispetto, in cui si sono iscritti praticamente tutti i più grandi ciclisti dell’ultimo secolo. Ma quali sono stati quelli che ci hanno fatto più sognare? Quali quelli che sono entrati nella leggenda?

Tralasciando i recenti successi di Nibali, dei quali abbiamo già avuto modo di parlare altrove e dei quali magari parleremo ancora in futuro, ecco cinque vincitori del Giro d’Italia tra i più forti mai visti sulle nostre strade.

 

1. Alfredo Binda

Certo, ci sono stati Bartali e Coppi, che hanno dato vita probabilmente alla rivalità più bella della storia del ciclismo.

Prima ancora, in tempi ormai remotissimi, c’è stato Costante Girardengo, talmente mitico da essere cantato in canzoni (come Il bandito e il campione di De Gregori). Forse però il più grande ciclista italiano degli anni ’20 e ’30 fu Alfredo Binda, oggi ingiustamente semidimenticato.

Classe 1902, diventò professionista a vent’anni, accumulando nel giro di poco tempo uno dei palmares più importanti di ogni epoca in questo sport, con cinque Giri d’Italia vinti (nel 1925, 1927, 1928, 1929 e 1933, più un secondo posto nel 1926 dietro a Giovanni Brunero), due Milano-Sanremo e tre Campionati del Mondo.

Il vincitore di cinque Giri, di cui tre consecutivi

Ma soffermiamoci un attimo sul Giro: tra tutte le vittorie, alcune risaltarono infatti più delle altre e meritano qualche riga.

Alfredo Binda, vincitore per cinque volte al Giro d'Italia

Nel 1925, ad esempio, Binda era all’esordio al Giro, e in pochi gli davano i favori del pronostico. Molti invece avrebbero volentieri puntato proprio sul già citato Girardengo, che il Giro l’aveva vinto due anni prima ed era considerato all’apice della carriera.

 
Girardengo, infatti, aveva vinto la seconda tappa da Torino ad Arenzano e si era portato in testa alla classifica generale, consolidando la sua leadership con la vittoria anche della tappa da Pisa a Roma, che concludeva il primo terzo della competizione.

Tutto cambiò però alla quinta tappa, nel percorso tutto sommato breve che portava da Roma a Napoli: Girardengo infatti forò e subì l’attacco di Binda, che riuscì a guadagnare addirittura cinque minuti di vantaggio portandosi in testa alla classifica generale.

Binda vinse poi la tappa successiva e i tentativi di Girardengo di rimontare – con la vittoria di altre quattro tappe sulle sei ancora disponibili – non servirono, visto che il più giovane ciclista controllò sempre agevolmente la situazione.

Le vittorie successive

Meno difficili furono le vittorie successive. Nel ’27 concluse con addirittura 27 minuti di vantaggio sul secondo classificato Giovanni Brunero e conquistando 12 tappe su 15. L’anno dopo i minuti di vantaggio furono 18 e le tappe 7 su 12. Nel ’33 furono 12 i minuti e “solo” 6 su 17 le tappe.

Più combattuto, infine, fu il Giro del 1929, quando Domenico Piemontesi riuscì a contendergli il titolo fino all’ultimo, salvo poi cedere proprio nelle due tappe conclusive.

 

2. Gino Bartali

Binda fu indubbiamente un corridore leggendario, capace di successi oggi difficilissimi da ripetere; c’è però anche da dire che corse il Giro in un’epoca in cui vi partecipavano ancora solo gli italiani, e che in fondo ebbe la fortuna, per almeno qualche anno, di non avere rivali alla sua portata.

Gino BartaliDiversa fu invece la sorte di Gino Bartali, classe 1914, un corridore straordinario che però ebbe la sfortuna prima di vedersi scoppiare la Seconda guerra mondiale proprio negli anni del suo apice agonistico, poi di avere un altro atleta straordinario come Fausto Coppi – peraltro più giovane di cinque anni – a contendergli i titoli.

Ciononostante, il palmares di Bartali è impressionante: vinse tre volte il Giro d’Italia (nel 1936, 1937 e 1946), piazzandosi anche per quattro volte secondo (dietro a Giovanni Valetti, Hugo Koblet e per due volte proprio Fausto Coppi).

 
Portò a casa anche quattro Milano-Sanremo e due Tour de France, nel 1938 e 1948, il secondo dei quali è celebre per essere considerato la vittoria sportiva che impedì una rivoluzione in Italia.

L’eroe del 1946 e la nascita della rivalità con Fausto Coppi

Per quanto riguarda il Giro, le prime due vittorie furono conseguite da un Bartali ancora molto giovane – aveva appena, rispettivamente, 22 e 23 anni – in percorsi in cui ancora ben poco spazio era riservato alla montagna, imponendosi la prima volta davanti a Giuseppe Olmo e la seconda davanti a Giovanni Valetti.

Ben più epico ed entusiasmante fu però il Giro del 1946, il primo corso dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando per la prima volta esplose in tutta la sua potenza la rivalità con Fausto Coppi.

Il percorso infatti prevedeva ben quattro tappe di montagna e vide alla fine Bartali trionfare per soli 47 secondi, in un finale tiratissimo che si concluse il 7 luglio a Milano, da dove si era anche partiti.

Le questioni politiche

Tra l’altro erano anni in cui il ciclismo, seguitissimo, era da un lato un’occasione di riscatto per molti, dall’altro un modo per portare avanti le proprie istanze politiche.

Durante la dodicesima tappa che da Rovigo doveva portare a Trieste, infatti, la corsa fu interrotta da una serie di manifestanti che chiedevano l’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.

Mentre la tappa fu annullata e Coppi e Bartali prelevati dalle loro squadre e portati a Udine, da dove sarebbe partita la gara successiva, gli scontri tra i manifestanti e le forze di polizia – composte anche da militari americani – portarono anche a una sparatoria, cosa non infrequente in quegli anni post-bellici.

 

3. Fausto Coppi

Bartali fu una faccia della medaglia dell’epoca d’oro del ciclismo e Fausto Coppi, il suo presunto acerrimo rivale, ne fu l’altra.

Fausto Coppi, uno dei più mitici vincitori del Giro d'Italia

Nato nel 1919 in provincia di Alessandria, il corridore fu uno dei più vincenti ciclisti della storia e, contemporaneamente, uno dei più sfortunati.

 
Vinse per cinque volte il Giro d’Italia (nel 1940, 1947, 1949, 1952 e 1953), due volte il Tour de France (nel 1949 e nel 1952, risultando il primo corridore della storia a vincere i due trofei nello stesso anno), tre volte la Milano-Sanremo e una volta la Parigi-Roubaix, oltre a un Campionato del Mondo su strada e due Campionati del mondo su pista.

Scomparve però, appena quarantenne, nel 1960, malato di malaria, a causa di una errata diagnosi dei medici che avrebbero potuto curarlo abbastanza facilmente dandogli il giusto farmaco.

Forse per questa straordinaria forza unita a una rara sfortuna – e per i suoi fatti biografici, che lo videro protagonista di una discussa relazione extraconiugale con la celebre “Dama bianca” – la sua figura è entrata nel mito, diventando emblematica del campione di ciclismo.

Gli anni ’40

Come detto, conquistò la maglia rosa finale in cinque occasioni. Nel 1940, all’esordio, divenne il più giovane vincitore di sempre della competizione, record tutt’ora imbattuto.

Nel 1947 si prese la rivincita su Gino Bartali, che era stato in testa alla classifica generale fino alle ultime quattro gare, andando in fuga nella tappa che portava a Trento e conquistando così la maglia rosa.

Fausto Coppi in salita
Il capolavoro, però, lo mise a segno nel 1949, uno dei suoi “anni magici”. Per gran parte della corsa, che partiva dalla Sicilia e poi risaliva molto lentamente verso le Alpi, la classifica fu dominata prima da Giordano Cottur e poi da Adolfo Leoni, nonostante Coppi fosse riuscito ad imporsi nelle tappe di Salerno e Bolzano.

Fu però quando si entrò nel suo Piemonte che il “campionissimo” fece la differenza, visto che nella tappa di montagna da Cuneo a Pinerolo si rese protagonista di una fuga di ben 192 chilometri, dando alla fine 12 minuti di distacco all’unico che aveva provato a tenerlo, proprio Gino Bartali.

Gli ultimi anni

Un’altra impresa la realizzò, dopo la vittoria del ’52, anche al Giro del 1953, quando sullo Stelvio staccò Hugo Koblet, che aveva dominato la classifica generale fino a quel punto, conquistando così la maglia rosa alla penultima tappa ed entrando trionfalmente a Milano il giorno dopo.

Gli anni però passano per tutti e, nonostante un ultimo grande Giro nel 1955 (chiuso al secondo posto, ad appena 13 secondi da Fiorenzo Magni), la carriera di Coppi volgeva ormai verso il termine e il suo purtroppo tragico epilogo.

 

4. Eddy Merckx

Chiudiamo la pagina sull’epoca d’oro del ciclismo e facciamo ora un salto avanti di qualche decennio, presentando l’unico corridore non italiano che abbiamo scelto di inserire nella nostra classifica, il belga Eddy Merckx.

Eddie Merckx, il più grande dominatore mai visto al GiroTra il 1966 e il 1976 dominò completamente la scena mondiale conquistando 5 Giri d’Italia, altrettanti Tour de France, una Vuelta, 7 Milano-Sanremo, 2 Giri delle Fiandre, 3 Parigi-Roubaix, 5 Liegi-Bastogne-Liegi e 3 Campionati del Mondo (più un titolo da dilettante), tanto da essere considerato da alcuni il più grande ciclista mai vissuto.

Al Giro si impose per la prima volta nel 1968 quando, appena passato a correre per la milanese Faema, dominò letteralmente la corsa vincendo classifica generale, classifica a punti e Gran Premio della montagna, un’impresa resa ancora più epica dall’esito della dodicesima tappa che da Gorizia portava alle Tre Cime di Lavaredo.

 
Qui il giovane belga riuscì, sotto la neve, a riacchiappare il fuggitivo Franco Bitossi che aveva accumulato un vantaggio di nove minuti e poi a staccare di sei minuti la maglia rosa Michele Dancelli, strappandogli il primato e non mollandolo più.

Il Cannibale che vinceva qualsiasi corsa gli capitasse sotto tiro

L’anno dopo Merckx sembrava destinato a ripetersi, ma quando già indossava la maglia rosa fu trovato positivo a un esame antidoping per un’anfetamina, che sarebbe stata comunque presa durante una tappa di poco conto.

Squalificato – nonostante la stampa stesse tutta dalla sua parte – fece appena in tempo a tornare alle corse per disputare (e stravincere, visto che diede quasi 18 minuti di distacco al secondo classificato) il suo primo Tour.

Al Giro tornò ad imporsi nel ’70 sull’eterno rivale Gimondi, nel ’72 sul bravo scalatore Fuente, nel ’73 – in cui indossò la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa, un’impresa riuscita oltre a lui solo a Girardengo, Binda (ma era un ciclismo tutto diverso, e le tappe erano molte meno) e Gianni Bugno – di nuovo su Felice Gimondi.

Verso la fine della carriera

Nel 1974, l’anno del suo ultimo titolo, le cose furono più complicate.

Proprio nella stagione in cui il belga cercava il suo quinto Giro e avrebbe vinto anche il Tour e il Mondiale su strada, mettendo a segno una storica tripletta, la sua vittoria in Italia fu messa seriamente in discussione da un giovane ciclista appena passato al professionismo, Baronchelli, che a fine Giro risultò staccato di appena 12 secondi dalla maglia rosa.

Eddy Merckx al traguardo
Ormai la stella del Cannibale, che aveva dominato in lungo e in largo ogni corsa, iniziava ad affievolirsi: l’anno dopo, avendo ormai vinto tutti i Giri a cui aveva partecipato a partire dal 1968, decise di saltare la gara italiana e di puntare tutto sul Tour, dove aveva l’occasione di conquistare il sesto titolo e battere ogni record.

Dopo esser balzato in testa alla classifica generale, una sfortunata tappa con tanto di colpo all’addome inflitto da uno spettatore a bordo pista consentì ai suoi inseguitori di avvicinarlo in classifica e poi superarlo nelle tappe successive, quando l’assunzione di antidolorifici e anticoagulanti ne aveva ormai inficiato le prestazioni.

Da quel momento in poi non riuscì più a ripetersi ai suoi soliti livelli e si ritirò dall’agonismo poco tempo dopo.

Merckx, il figlio del tuono.
EUR 19,55 EUR 23,00
Generalmente spedito in 24 ore
Gimondi & Merckx. La sfida
EUR 14,41 EUR 16,95
Generalmente spedito in 24 ore
E non chiamatemi Cannibale.
EUR 11,47 EUR 13,50
Generalmente spedito in 24 ore

 

5. Marco Pantani

Finora abbiamo presentato corridori con palmares impressionanti, che vantavano ripetute vittorie al Giro e pure in tutte le altre più importanti competizioni; abbiamo però deciso di chiudere con un ciclista che forse, paragonato a quei grandi campioni, ha vinto molto meno, ma è riuscito comunque a lasciare un segno indelebile sulla storia del Giro: Marco Pantani.

Nato a Cesena nel 1970, è l’unico italiano oltre a Fausto Coppi ad aver vinto Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno, nonché l’ultimo vincitore italiano del Tour prima di Nibali.

Al di là delle vittorie e dei meriti sportivi, però, Pantani seppe far innamorare la gente per il suo carattere tenace e la sua forza di volontà, rese poi così tragiche dalla sua sfortunata fine.

Il campione sfortunato

Dopo alcune buone prestazioni nel Giro d’Italia dilettanti, il giovane romagnolo passò al professionismo nel 1993, facendosi notare nella competizione a tappe già l’anno dopo, quando conquistò due tappe di montagna e chiuse al secondo posto generale, dietro al russo Berzin e davanti a Miguel Indurain, terzo, confermando le promesse anche con un terzo posto al Tour.

L’anno dopo un brutto infortunio lo tenne lontano dal Giro e la sfortuna si abbatté su di lui anche nel 1997, quando dovette ritirarsi dalla competizione a causa di una lacerazione muscolare procurata da una caduta dovuta all’attraversamento improvviso di un gatto sulla sua strada.

Marco Pantani al Giro d'Italia (foto di Brian Townsley modificata da Petar Milošević, via Flickr)
Marco Pantani al Giro d’Italia (foto di Brian Townsley modificata da Petar Milošević, via Flickr)

Poté però rifarsi nell’anno successivo, con una storica impresa. Al Giro riuscì a ben figurare anche nelle prove a cronometro, tenendo a bada il principale rivale, il russo Tonkov, e aggiudicandosi per la prima volta la maglia rosa e la classifica scalatori.

Al Tour riuscì a fare poi doppietta, imponendosi su quel Jan Ullrich che negli anni precedenti l’aveva sempre staccato.

I problemi e la caduta

Non fece però in tempo a godere a lungo delle sue vittorie: già nel 1999 cominciò infatti il declino, non tanto per ragioni sportive in senso stretto, quanto per questioni mediatiche e di doping.

Marco Pantani nel 1997 (foto di Aldo Bolzan via Wikimedia Commons)
Marco Pantani nel 1997 (foto di Aldo Bolzan via Wikimedia Commons)
Durante un Giro in cui stava dominando, quando mancavano solo due tappe all’arrivo a Milano, Pantani fu infatti escluso dalla gara per un valore di ematocrito superiore al lecito (52% contro il 50% consentito), a cui si aggiunsero sospetti ed illazioni da parte di una serie di personaggi la cui attendibilità è spesso stata contestata.

 
Il ciclista fu travolto più dall’onta sui giornali che dalla squalifica, che era minima e che gli avrebbe consentito di correre già al successivo Tour. Tornò al Giro, fuori forma e con scarsi risultati, nel 2000, mentre meglio fece in Francia, dove impensierì seriamente Lance Armstrong in un paio di tappe, ma dovendosi poi ritirare.

Ormai travolto dalla depressione, non riuscì più a ripetersi ai livelli dei tardi anni ’90 e trovò la morte, per overdose da cocaina, nel 2004.

 

Segnala altri vincitori del Giro d’Italia nei commenti.