Cinque epitaffi divertenti e famosi

Guida agli epitaffi divertenti e famosi

Da sempre la morte provoca dolore ma anche, paradossalmente e forse per esorcizzarla, ispira umorismo: in parte l’abbiamo già mostrato qualche tempo fa selezionando cinque divertenti morti cinematografiche, ma d’altro canto lo stesso humor nero (cioè l’umorismo basato su battute relative a temi macabri o luttuosi) costituisce una delle branche più importanti della storia della comicità, che ha visto all’opera alcuni dei più grandi artisti della storia.

E se sulla morte si può scherzare, il modo migliore per farlo è ridendo della propria, magari con un bell’epitaffio lasciato per la lapide, in modo che chi si reca a piangere la dipartita del proprio caro possa consolarsi ricordandone il senso dell’umorismo. Per questo abbiamo selezionato cinque epitaffi divertenti che nel corso degli ultimi decenni sono stati scritti sulle tombe di vari personaggi famosi: scopriamoli insieme.

 

Scusate la polvere

Dorothy Parker, morta nel 1967

Dorothy ParkerPer creare una buona battuta sulla morte bisogna essere dotati di sarcasmo, senso dell’umorismo e una buona dose di cinismo, qualità che certamente non mancavano in Dorothy Parker, celebre giornalista e scrittrice americana.

Nata in New Jersey nel 1893 da una famiglia di origine ebraica, entrò giovanissima nelle redazioni di Vogue prima e Vanity Fair poi, condendo i suoi articoli di costume o di recensioni teatrali con appunti sagaci che le fecero guadagnare presto la considerazione dei colleghi. A New York fondò con alcuni amici una specie di circolo intellettuale, il Circolo vizioso o Tavola rotonda dell’Algonquin, dall’hotel di Manhattan in cui lei e i suoi colleghi si riunivano per mangiare, discutere e far battute; proprio questi contatti le permisero di entrare nel neonato New Yorker, al quale contribuì con poesie e racconti umoristicamente acidi, che ne accrebbero la fama.

Negli anni ’30, complice un secondo matrimonio (che si sarebbe rivelato difficile quanto il primo), si trasferì ad Hollywood per lavorare come sceneggiatrice, ma le sue simpatie di sinistra – che durante la guerra l’avevano portata ad appoggiare la Lega antinazista di Hollywood – le costarono l’inclusione nella lista nera del senatore McCarthy.

Dopo tre tentativi di suicidio e una lunga ma inesorabile caduta nell’alcolismo, Dotty Parker morì a New York nel 1967 per un infarto, lasciando tutti i suoi averi a Martin Luther King (che sarebbe morto l’anno dopo) e alla sua NAACP. Il suo epitaffio fu scritto da lei stessa, simbolo della sagacia e dell’autoironia di cui aveva dato prova anche in molti suoi articoli all’epoca della collaborazione col New Yorker.

 

Giace qui, da qualche parte

Werner Heisenberg, morto nel 1976

Werner HeisenbergDi per sé, l’epitaffio di Heisenberg non fa molto ridere se non si conosce la figura del fisico tedesco che lo volle sulla sua tomba. Nato a Würzburg, in Baviera, nel 1901, fu uno dei più precoci e geniali fisici del Novecento, come in parte abbiamo raccontato anche nel nostro pezzo dedicato alle vite più interessanti di vincitori del premio Nobel per la fisica: nel 1922, ad appena 21 anni, cominciò a collaborare con Niels Bohr, a 24 intuì i primi principi della meccanica quantistica e a 26 formulò il suo celebre principio di indeterminazione, tutte scoperte e teorie che gli valsero il premio Nobel nel 1932.

La sua reputazione fu in parte rovinata dalla scelta di restare in Germania dopo l’ascesa al potere di Hitler e di guidare anzi il programma nucleare del Terzo Reich, che stava lavorando per creare una bomba atomica con cui porre fine alla guerra; in un celebre confronto col suo vecchio maestro Bohr avvenuto a Copenaghen nel 1941, secondo alcuni studiosi Heisenberg avrebbe però confessato di star lavorando per rallentare i programmi nazisti dall’interno, mentre secondo altri (e secondo Bohr stesso) Heisenberg aveva aderito pienamente al piano di Hitler.

Comunque siano andate le cose, il fisico tedesco fu per tutta la vita un uomo di mondo, capace di ridere di sé e delle sue scoperte: l’epitaffio, infatti, fa riferimento al già citato principio di indeterminazione, secondo il quale non è possibile conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella; nel campo cimiteriale, si poteva quindi sapere che il corpo di Heisenberg era fermo, ma non esattamente dove.

In realtà, tale epitaffio non è inciso sulla lapide di Heisenberg (che riporta semplicemente “fisico”) e le fonti non chiariscono se si tratti comunque di una frase del tedesco (o, meglio, alcune fonti sostengono di sì, ma senza prove convincenti); ad ogni modo, è talmente arguta e divertente che non potevamo non citarla.

 

Amici, non piangete, è soltanto sonno arretrato

Walter Chiari, morto nel 1991

Walter ChiariIspirata decisamente all’ironia, anche se direttamente davanti alla telecamera e non da dietro alla macchina da scrivere, fu anche la vita di Walter Chiari, conduttore, comico e attore italiano scomparso nel 1991.

Nato a Verona nel 1924 ma cresciuto a Milano, ebbe una giovinezza da vero sportivo praticando a buoni livelli il pugilato, il nuoto, il tennis e il gioco delle bocce, ma cambiando spesso lavoro, incapace di tenerne uno a lungo (da una banca fu licenziato perché sorpreso a imitare Adolf Hitler – si era nei primi anni ’40, in piena Seconda guerra mondiale – in piedi su una scrivania).

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Arruolatosi nella Decima Mas dopo l’8 settembre, nel gennaio del 1944 fu portato dai suoi amici sul palco del Teatro Olimpia di Milano, aperto quella sera ai dilettanti, dove si esibì di nuovo nell’imitazione di Hitler e di un balbuziente che cercava di ordinare una granita: l’applauso del pubblico lo convinse che forse proprio nella recitazione avrebbe potuto trovare la propria strada. Nel dopoguerra esordì così nel teatro di rivista e al cinema, ottenendo grandi riscontri critici ad esempio con Bellissima di Visconti ma dedicandosi perlopiù a film di genere e facendo parlare di sé soprattutto per le sue numerose storie d’amore con dive dello spettacolo sia italiane (Delia Scala, Lucia Bosè, Maria Gabriella di Savoia, Mina) che straniere (Ava Gardner).

Nel 1970 la sua carriera fu travolta dall’accusa di detenzione e spaccio di cocaina, e, nonostante vari tentativi di rilancio, non ritornò più ai fasti di un tempo. L’epitaffio che riportiamo non è realmente inciso sulla sua tomba nel Cimitero Monumentale di Milano, ma era comunque una frase che lui stesso aveva confessato a Dino Risi di volere sulla sua lapide.

 

Te l’avevo detto che ero malato

Spike Milligan, morto nel 2002

Spike MilliganIn Italia conosciamo un buon numero di comici e umoristi di lingua inglese, ma ovviamente non tutti; e l’elemento discriminante è di solito il cinema: quei comici che hanno recitato in pellicole cinematografiche riescono in qualche modo a farsi conoscere anche da noi, mentre quelli che non l’hanno fatto ci rimangono completamente ignoti, soprattutto se sono vissuti prima dell’epoca di YouTube.

Il nome di Spike Milligan, ad esempio, dalle nostre parti non dice assolutamente nulla, nonostante si tratti di uno dei maggiori comici di lingua inglese del dopoguerra: nato in India da un soldato irlandese e da madre britannica, dopo aver servito nell’esercito inglese durante la guerra passò a creare e scrivere per un decennio The Goon Show, un programma radiofonico della BBC – condotto da lui stesso, Harry Secombe e un giovane Peter Sellers – che ebbe uno straordinario successo in Gran Bretagna, ispirando poi nei decenni successivi anche i Monty Python, che se ne dissero spesso fan.

Comparve poi molto spesso in tv, scrisse libri (anche di poesie per bambini e resoconti di guerra semicomici come Adolf Hitler: My Part in His Downfall) e trovò l’ammirazione perfino di Carlo d’Inghilterra: a questo proposito, mentre Milligan riceveva un premio pubblico nel 1994, arrivò un messaggio di congratulazioni del principe del quale il comico interruppe la lettura, definendo l’erede al trono un “piccolo bastardo strisciante” e causando l’imbarazzo dei presenti; tempo dopo inviò un fax a Carlo, con scritto semplicemente «Suppongo che un titolo di cavaliere sia fuori questione?», ma al tempo Milligan ne aveva già uno e un altro gliene fu assegnato qualche anno dopo.

La frase che riportiamo si trova sulla sua tomba scritta nell’antico irlandese “Dúirt mé leat go raibh mé breoite”: già molto tempo prima di morire, infatti, Milligan aveva detto di voler quella frase sulla sua tomba, ma la diocesi, dimostrando scarso sense of humour, rifiutò quell’epitaffio e si dovette tradurlo in irlandese per aggirare l’ottusità della chiesa.

 

Mio zio Sammy era sempre arrabbiato. Sulla sua lapide aveva fatto scrivere: «Cazzo guardi?»

Battuta creata da Margaret Smith e ripresa da Daniele Luttazzi

Margaret Smith, comica e autrice di uno dei migliori epitaffi divertentiConcludiamo con un epitaffio che non è scritto su nessuna lapide, ma che è frutto di una battuta piuttosto celebre, pronunciata in America dalla comica Margaret Smith e ripresa in Italia da Daniele Luttazzi (per la verità senza citarne l’autrice, secondo quella brutta consuetudine del romagnolo di “prendere a prestito” battute altrui che ha provocato parecchio scandalo qualche anno fa).

Originaria di Chicago, Margaret Smith ha iniziato a girare per i club come stand-up comedian negli anni Novanta, procurandosi anche alcune apparizioni in pellicole cinematografiche, conquistando un American Comedy Awards nel 1995 e, soprattutto, entrando nello staff dell’Ellen DeGeneres Show, talk show per il quale ha lavorato per qualche anno sia come autrice che come produttrice.

Più recentemente si è stabilita in Texas per allevare i suoi due figli, esperienza che le ha ispirato il libro What Was I Thinking? How Being a Stand Up Did Nothing to Prepare Me to Become a Single Mother, pubblicato nel 2008.

Daniele Luttazzi, invece, classe 1961, ha esordito in tv nei primi anni ’90, prima col Maurizio Costanzo Show e poi con Magazine 3 e Mai dire gol, che gli hanno dato la prima grande popolarità; nel 2001 è arrivato quindi Satyricon, talk show in prima serata che provocò le ire di Berlusconi, allora capo del governo, e portò all’allontanamento di Luttazzi dalla Rai e da tutte le trasmissioni tv per qualche anno.

 

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